Wednesday, March 26, 2014

pensiero economico/sociale

C.Y.Z. Un pensiero economico/sociale nel solco della Carità (26.3.2014)

Ogni tanto nell'elaborazione di idee che si concatenano e si sviluppano nel tempo, è come se si illuminasse un'immagine di sintesi che è il logico risultato di un percorso di approfondimento. L'immagine del triangolo C.Y.Z fra Corecco, Yunus e Zamagni per me è una di queste sintesi felici.


Dall'editoriale della rivista Caritas Ticino di aprile 2014

L’idea centrale di tutta l’impostazione del nostro impegno socio-caritativo, fondata sul concetto di risorsa e non su quello ben più diffuso e osannato di penuria, lo ritroviamo in numerosi interventi e commenti che girano intorno ad un triangolo di saggi che ci hanno permesso di capire e approfondire questo nodo fondamentale per tutto il nostro lavoro sociale: il vescovo Corecco, il Nobel per la pace Yunus e l’economista Zamagni. Il vescovo Eugenio Corecco ha segnato la nostra svolta spazzando via l’idea che il bisogno definisca una persona, Mohammad Yunus ci ha convinto che tutti hanno il potenziale per diventare soggetti economici produttivi e Stefano Zamagni ci ha garantito che le risorse ci sono, il deficit è nelle istituzioni, insomma "ce n’è per tutti". Tre personaggi che ci hanno regalato un pensiero sano, che ci aiuta ogni giorno a coniugare carità evangelica e prassi economico/sociale negli incontri quotidiani con chi è messo da parte e ci chiede "perché". È tutto su youtube, disponibile 24/24.

XYZ sono tre variabili, C.Y.Z. sono i nostri punti fermi.
C.
Il percorso per arrivare a questo triangolo di sintesi è iniziato nel 1992 al convegno del 50esimo di Caritas Ticino con la relazione del vescovo Eugenio Corecco quando disse fra l'altro che è "limitante guardare all'uomo e valutarlo a partire dal suo bisogno, poiché l'uomo è di più del suo bisogno". Questa affermazione introduceva una novità nel tradizionale sguardo caritativo o solidale fondato essenzialmente sul "bisogno". L'errore di questo riferimento nodale al bisogno sta nel suo presupposto di penuria, di mancanza di risorse, "non ce n'è per tutti", che impedisce di considerare l'idea di "sovrabbondanza" o di eccedenza dell'amore di Dio a cui faceva riferimento Il vescovo Eugenio, ma in termini laici di pensare che una persona è prima di tutto una risorsa, perché è portatrice di risorse, e non è costretta per sempre nella condizione di vittima passiva dell'ineluttabile.
Y.
Mohammad Yunus, Nobel per la pace, promuove da quasi 40 anni un concetto di Social Business che sostanzialmente si fonda sull'idea che le risorse potenziali delle persone indigenti sono un motore straordinario per diventare soggetti attivi di un sistema economico. L'incontro con i suoi libri, su cui abbiamo lavorato, ci ha permesso di fare un passo ulteriore nell'affrontare la sfida alla povertà come una battaglia sul fronte economico dove gli attori si affrancano dalla povertà diventando soggetti economici produttivi. Questa sia nei paesi più disastrati come il Bangladesh dove Yunus ha iniziato la sua opera, sia nei paesi avanzati dove la povertà si esprime come esclusione sociale.
Z.
Stefano Zamagni, economista, stretto collaboratore di papa Giovanni Paolo II nella stesura dell'enciclica "Caritas in veritate" costituisce una sorta di terzo pilastro di quel triangolo che sintetizza la visione socio-economica di Caritas Ticino. Ha collaborato con noi nella realizzazione della serie viodeo (102 puntate) "Il pensiero economico in Caritas in veritate" e ci ha condotto in un percorso di approfondimento del pensiero economico di cui è permeata la dottrina sociale della Chiesa. In un video ad esempio chiariva benissimo l'idea che dal secolo scorso non si può più imputare la povertà alla mancanza di risorse, perché le risorse ci sono per sostenere tutta l'umanità ma le carenze determinanti sono a livello di istituzioni; quindi è sull'organizzazione e sulla ripartizione che si deve concentrare la riflessione e l'azione e non sulla penuria di risorse.

Su questo triangolo di pensiero si fonda tutta l'azione sociale di Caritas Ticino e i giudizi che diamo sul modo di gestire il sistema di walfare o le prospettive economiche. Da qui il continuo sforzo di coniugare pensiero sociale e pensiero economico, accogliendo chi è in difficoltà come un portatore di risorse che va aiutato ad esprimersi pienamente quale soggetto attivo della società.

Monday, March 17, 2014

SISTEMA DEGLI OGGETTI

IL NOSTRO SISTEMA DEGLI OGGETTI (17.3.2014)

Sugli oggetti e il loro uso, un vero sistema degli oggetti, ho ripreso e sviluppato quanto già avevo postato sul blog "Eyes Wide Shut e il microcosmo personale" facendone un articolo per il n. di aprile della rivista Caritas Ticino, "Il sistema degli oggetti".


Le Système des Objets di Jean Baudrillard, 1968 e una scultura-giocattolo di Richard Zawitz. Sullo sfondo orologio-testScreen da Kikkerland.


Il sistema degli oggetti

Il successo del CATISHOP:CH si gioca tra la costruzione del proprio habitat e il consumo dei segni.

Fra le forme principali ed efficaci di autofinanziamento di tutta l’attività di Caritas Ticino primeggia certamente il CATISHOP.CH (Giubiasco e Lugano) una forma commerciale, oltre che programma occupazionale per il reinserimento dei disoccupati, che fa degli oggetti il punto centrale intorno a cui si costruisce tutta l’attività. Mobili, abiti e oggetti vari, usati, recuperati o offerti da migliaia di sostenitori, ritrovano una nuova vita, nelle case delle migliaia di clienti. La sede di Lugano–Pregassona del CATISHOP.CH, aperta il 1 dicembre 2012, nel 2013 ha superato il traguardo del milione di incassi. La presentazione originale degli oggetti in una cornice ampia e accattivante ha certamente giocato un ruolo, facendo un salto dal modello tradizionale del Mercatino dell’usato alla boutique che offre l’usato come se fosse nuovo. Si può poi aggiungere che ovviamente è interessante un mercato di cose utili vendute a prezzi bassi. Ma c’è dell’altro per spiegare il successo di questa attività: è il rapporto col sistema degli oggetti di cui cerchiamo di circondarci tutti indipendentemente dai bisogni e dall’utilità, che credo si muova almeno su due piani.

Il primo è quello del bisogno di costruirsi un habitat che ci corrisponda, che ci rassicuri, tentativo di ricostruzione dell’utero materno.

Un esempio cinematografico illustre è quello di Stanley Kubrick che mentre girava Eyes Wide Shut, il suo testamento-capolavoro, aveva chiesto a Tom Cruise e Nicole Kidman (una coppia all’epoca) di portare i loro oggetti personali per arredare il bagno in cui girare alcune scene molto importanti. Dovevano sentirsi a proprio agio e nonostante fossero attori navigati e Kubrick fosse bravo a condurre attori, voleva che il loro microcosmo delle piccole cose di tutti i giorni fosse lì, integro ad aiutarli a sentirsi in un luogo famigliare sicuro.

Noi  addomestichiamo nel corso degli anni i luoghi dove viviamo, e gli oggetti che ci circondano creano un sistema chiuso di riferimento che si modifica ed evolve continuamente rispondendo a imput non casuali. Vogliamo una certa spazzola, un certo asciugamano e lo spazzolino di un colore preciso che magari non sapremmo neppure descrivere ma che ci fanno sentire a “casa”. Gli oggetti seguono un tracciato che è influenzato solo in parte dagli imput esterni di natura pubblicitaria o della casualità dell’incontro nei vari negozi dove ci riforniamo: quegli oggetti è come se vivessero una sorta di vita propria in relazione incrociata con tutto quanto utilizziamo in quel nostro personale microcosmo che appunto diventa un sistema a sé. Credo che si possa essere maniaci dell’ordine o disordinatissimi, feticisti o sbadati che perdono tutto, ma alla fine tutti abbiamo un sistema di riferimento rassicurante costituito da oggetti precisi disposti in un certo modo.

Ma c’è anche un secondo piano molto importante nel nostro sistema degli oggetti di cui ci circondiamo, che consumiamo: Jean Baudrillard nel 1968 nel suo “Le Système des Objets” parlava di “consumo dei segni” teorizzando ad esempio che una “*conversione dell’oggetto verso uno statuto sistematico di segni implica una modifica simultanea della relazione umana, che diventa relazione di consumo.” Perché non si consumano oggetti ma relazioni. Discorso complesso e affascinante tuttora attuale.

Io sono un cliente quasi compulsivo del CATISHOP.CH e non riesco a uscire senza aver comprato qualcosa, ma quando affermo distrattamente che quell’oggetto “mi piace”, so che sto dicendo molto di più.

*Jean Baudrillard, Le Système des Objets, 1968, Editions Gallimard, pag. 234

Thursday, March 13, 2014

1000 settimane di TV



1000 settimane di TV firmata Caritas Ticino (13.3.2014)


Articolo per la rivista Caritas Ticino sulla produzione ventennale televisiva di cui mi occupo.

 

1000 settimane di TV firmata Caritas Ticino

20 anni di produzione televisiva, 1000esima puntata di CATIvideo su Teleticino, 750 video su youtube

 



Appollaiati sopra alle palette del CATIDEPO (deposito merci su carrelli elettrici) della sede di Pregassona di Caritas Ticino, abbiamo filmato la millesima puntata di CATIvideo, già Caritas Insieme, la trasmissione settimanale interamente prodotta e realizzata autarchicamente nei nostri studi. 20 anni di produzione televisiva ininterrotta che, nel gioco dei numeri, mi ha prodotto una certa emozione al traguardo della millesima puntata. Dal ricordo pionieristico delle avventure iniziali nel solaio di via Lucchini a Lugano, alla sofisticata tecnologia attuale con le scelte formali piuttosto osé che abbiamo adottato nel corso degli anni. La comunicazione elettronica di Caritas Ticino deve tutto al coraggio e alla lungimiranza del vescovo Eugenio Corecco che, già ammalato, ci aveva consegnato un’eredità straordinaria indicandoci una strada difficile ma affascinante per diffondere una visione antropologica segnata dalla carità evangelica. Il vescovo Giuseppe Torti, suo successore parlerà dell’avventura televisiva come di una risposta alla povertà di verità e di idee. Su questa traccia si è inserita la scelta di privilegiare il pubblico digitale - i navigatori del web - che non è raggiunto normalmente dalle parole della fede, che non è ancora fra le priorità della comunicazione della Chiesa. La serie video di 102 puntate su “Il pensiero economico in Caritas in veritate” su youtube è forse l’esempio emblematico di questa strategia divulgativa; si è trattato infatti di portare, rendendolo appetibile, il pensiero economico sviluppato nell’enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI del 2009, a un pubblico che non è avvezzo agli approfondimenti economici né tantomeno leggerebbe un’enciclica papale. Abbiamo collocato economisti e pensatori in una casetta colorata virtuale chiedendogli di spiegare in pochi minuti i diversi concetti economici sviluppati da quel testo densissimo di spunti. E l’hanno fatto credo anche con un certo piacere, e il loro sforzo non si esaurirà perché in rete i video rimangono per sempre e non sono bruciati dal ritmo dell’informazione tradizionale che considera vecchio tutto ciò che si è prodotto ieri.
La sfida maggiore comunque credo sia quel continuo tentativo di trovare formule nuove e piacevoli per agganciare un pubblico che naviga in rete e condurlo per qualche minuto proponendo un pensiero spesso controcorrente; così il format televisivo sviluppato pensando al web, ci ha portato a scelte formali prese a prestito dai generi più diversi per dare dinamica e ritmo a personaggi e a contenuti che di per sé rimanderebbero normalmente a situazioni assolutamente statiche, radiofoniche, insomma poco televisive. Abbiamo ad esempio abolito il cavalletto per le telecamere e filmiamo contemporaneamente da più angolazioni, con inquadrature diverse, per poter poi presentare in diverse finestre i soggetti che parlano come se fossero circondati da un pubblico virtuale che li osserva muovendosi intorno. Questo modo di fare TV non piace a un pubblico tradizionale ma per avere qualche chance di raggiungere quello digitale abbiamo creduto fosse una strada interessante. I click su youtube direbbero che abbiamo ragione tenuto conto che non proponiamo intrattenimento leggero ma approfondimenti piuttosto pretenziosi. Centinaia di ore di produzione televisiva per migliaia di volti che hanno dato forma e colore a questa incredibile avventura che se nel 1994 quando è nata, sembrava una follia, anche oggi ha dell’incredibile visto che le esigenze tecniche e formali sono cresciute a dismisura e produrre a livello broadcast ogni settimana è un impegno notevolissimo.

Wednesday, March 12, 2014

transfer completed

transfer completed (11.3.2014)

tutti i post che avevo postato su tumblr sono trsferiti qui su blogger. E ora continuo su blogger, che permette alcune cose in più, ad esempio la possibilità di ricevere segnalazioni dei post via mail (Follow by Email qui a destra).

QUALE TV?

QUALE TV? DECIDONO I TELESPETTATORI (18.2.2014)


Fra i miei following su Twitter c’è Chiara Giaccardi, sociologa e antropologa, esperta di comunicazione elettronica, cattolica, ha appena presentato in vaticano la lettera di Papa Francesco per la giornata delle comunicazioni sociali. Stasera ha twittato questo messaggio: “@GiaccardiChiara: Ci ho provato, ma non ce la posso fare. Perché farsi del male? Spenta la tv #Sanremo2014”.

È difficile da credere ma la TV generalista (quella dei canali tradizionali) la fanno i telespettatori, nel senso che chi può determinare i contenuti e la qualità è solo il pubblico. Questo per un motivo molto semplice: la TV costa moltissimo e si può pagare solo con l’adesione espressa da coloro che, guardandola, diventano sostenitori minuto per minuto di quel sistema che trasforma l’ascolto, l’audience, in moneta sonante attraverso ad esempio il gettito pubblicitario. Se non si raggiunge il livello di ascolti necessario a pagare un prodotto televisivo, questo muore quasi istantaneamente perché fallisce, non è più economicamente sostenibile.
Può sembrare incredibile ma mai nella storia dell’umanità si è istaurato un sistema generalizzato di controllo dal basso, assolutamente democratico, del potere, qui del potere mediatico che forma e controlla le coscienze di popoli interi. Ma la tragedia sta nel fatto che questa possibilità non è usata nella direzione della promozione umana.
Purtroppo infatti il potenziale controllo assoluto dei telespettatori che hanno in mano il telecomando, lo strumento determinante per la continuazione o meno di tutti i programmi TV, è vanificato dalla mancanza assoluta di coscienza di questa potenzialità straordinaria.
Se infatti, ad esempio, un bel po’ di quei milioni di telespettattori che seguono Sanremo facessero come Chiara Giaccardi, quel programma terminerebbe velocemente e non se ne parlerebbe mai più. È sbagliato credere che la produzione TV debba essere di basso livello perché è controllata dai cattivi, il grande fratello non c’è e non c’entra, la TV ha solo un bisogno assoluto di telespettatori, e se non vale nulla è solo perché a determinare quel livello bassissimo sono i milioni di telespettatori che la guardano accontentandosi o persino essendo felici di quella comunicazione deteriore. Se il pubblico chiedesse cose intelligenti, semplicemente boicottando quelle stupide, non guardandole, la macchina produttiva si convertirebbe in tempi incredibilmente brevi a una produzione di valore, a una produzione intelligente. Non si tratta affatto di questioni di natura morale, culturale o persino di semplice buon gusto, ma solo di una questione di mercato non negoziabile. Se i telespettatori dicessero per ipotesi attraverso il loro potentissimo telecomando che vogliono la TV in B/N, questa diventerebbe nuovamente in bianco e nero probabilmente nel giro di due settimane.
Amara consolazione sapere che si potrebbe determinare una produzione televisiva di qualità e constatare che questo non avverrà mai perché la scelta individuale e collettiva per la mediocrità è sempre vincente. Ma forse quasi sempre. E questa è la speranza.


L’età media di chi guarda la TV generalista, tradizionale, va verso i sessant’anni e le generazioni più giovani tendono piano piano inesorabilmente a migrare definitivamente su altri media elettronici. Il guaio è che anche sui media in rete le cose non vanno certo meglio e i video più cliccati online purtroppo non sono meglio di Sanremo.
Ma possiamo anche sognare che un giorno, forse domani, milioni di persone cominceranno a twittare che hanno spento quella TV spazzatura e chiedono una comunicazione elettronica che affascini, che diverta, che faccia maturare, che faccia scoprire il bello, che sia l’espressione di un pensiero intelligente. I have a dream, si può, ed è gratis.

Judge the Pope

Who am I to Judge the Pope? (pubblicato il 7.01.2014)
 Chi sono io per giudicare? Una frase che ha fatto il giro del mondo, interpretata come una apertura della Chiesa al tema dell’omosessualità, un cambiamento di rotta epocale. Papa Francesco l’ha detta ma credo che se avesse avuto il buon vecchio Joaquín Navarro-Valls
come capo della sala stampa, colui che, con Giovanni Paolo II, ha rivoluzionato la comunicazione vaticana, questi gli avrebbe suggerito in cuffia “lasci perdere non è opportuno perché la strumentalizzeranno tutti”. La ricetta della comunicazione di questo geniale psichiatra targato Opus Dei infatti era che ai giornalisti bisogna dare di tutto e di più ma esattamente ciò che si vuole far uscire sui mass media di tutto il mondo, controllando quindi ogni parola e le sue possibili conseguenze. Con lui, ad esempio, sarebbe stato impensabile un incidente devastante come quello col mondo musulmano occorso al povero Benedetto XVI a Ratisbona , punito per essersi scelto un capo della sala stampa assolutamente inadeguato. Papa Francesco invece fa tutto da solo improvvisandosi esperto di media e facendo credere al mondo di essere quello che verosimilmente non è, anche se ha un successo strepitoso. Ha infatti firmato come sua prima enciclica un testo scritto in buona parte da Benedetto XVI nel segno quindi di una assoluta continuità. Lo stile invece evidentemente è cambiato completamente. Papa Ratzinger infatti non avrebbe mai potuto raccontare che una bambina gli aveva detto che “la fidanzata della sua mamma non le vuole bene” semplicemente perché non era un vescovo d’attacco in una diocesi dell’america latina in effervescienza come Papa Francesco fino a un anno fa’. Ma la sostanza è che entrambi hanno un riferimento preciso e inequivocabile con la dottrina tradizionale della Chiesa. La facciata mediatizzata e mediatizzabile invece sembra la svolta epocale e il cambiamento dei fondamenti dottrinali. Sbagliato. Sbagliato ma inevitabile perché dal profilo mediatico le scelte di Papa Francesco hanno offerto su un piatto d’argento il materiale per dipingere un’immagine simpatica, accattivante e vincente di un Papa che di fatto però non corrisponde per niente al suo profilo dottrinale, basta pensare alle lotte politiche che ha condotto da Vescovo in Argentina. Cioè l’immagine di incredibile successo che ha portato in copertina del Time e del The New Yorker a dicembre Papa Francesco si fonda su un aperturismo dottrinale che non caratterizza affatto il pensiero di Papa Francesco. 







Who am I to Judge?" è diventato il titolo emblematico del lunghissimo articolo del The New Yorker (11 pagine nella versione digitale!), come simbolo di un’apertura del Papa in generale, e in particolare relativamente all’omosessualità, rispetto a quanto afferma il catechismo. La solita confusione fra la posizione della Chiesa relativamente alla ideologia omosessuale con l’addentellato del genderismo, e il diritto (e dovere) sacrosanto al rispetto e all’accoglienza della persona indipendentemente dalle sue preferenze sessuali. È il pasticcio di sempre dove si confondono affermazioni ideologiche e dottrinali sulla struttura familiare che per la Chiesa è solo eterosessuale, e la capacità di essere accoglienti e rispettosi di tutti, quindi anche di chi vive un concetto di famiglia o di relazione diversa.
“Who am I to judge? Chi sono io per giudicare?” si riferisce evidentemente (per chi ha un po’ di dimestichezza con le cose cattoliche e legge i testi completi da cui sono estrapolate le frasi a effetto) alle persone, a chi è omosessuale ed è convinto che quella forma di relazione sia perfettamente compatibile col bene massimo immaginabile per un modello sociale. Ma non ha niente a che vedere con la capacità della Chiesa, e ovviamente di Papa Francesco, di giudicare l’omosessualità (come modello e ideologia) perché il catechismo è ancora ritenuto valido e non opinabile, e dice in modo inequivocabile come sia la posizione precisa della Chiesa. Strumentalizzazione di una frase? A volte si, come la storia della bambina non amata dalla fidanzata della mamma, che goffamente Lombardi (sala stampa vaticana) ha “rettificato”. Ma credo invece che molte altre vicende analoghe, in particolare quella del The New Yorker, non siano originate da una volontà di strumentalizzazione. Il giornalista James Carroll infatti, sembra davvero contento come moltissimi cattolici e non, di questo Papa che in un anno ha conquistato il mondo e di conseguenza due copertine prestigiose americane che non fanno regali. L’immagine di questo papato in questo articolo è di una superficialità evidente ma descrive sostanzialmente quello che piace a tutti, che tutti vogliono sentire perché finalmente capiscono o credono di capire. Non si tratta di cavillosi e contorti vaticanisti che interpretano e strumentalizzano secondo il proprio modello di Chiesa ma solo di uno sguardo esterno sinceramente affascinato da quello che sembra definire questo simpatico Papa. Ma “Who am I to Judge?” non descrive Papa Francesco ma quello che il mondo desidera che sia, e che la sua ingenuità mediatica ha permesso che sembrasse. Cosa succederà quando tutto questo entusiasmo superficiale si scontrerà con un Papa che dirà dei sì e dei no su questioni dottrinali in perfetta sintonia con la tradizione? Come Obama che, santificato subito, non ha retto alle aspettative miracolistiche della valutazione superficial-mediatica. 


E ci sono cascati persino gli integralisti lefevriani elvetici che hanno lanciato una crociata contro Papa Francesco per il suo (presunto) aperturismo alla ” perdizione omosessuale” a suon di rosari: un milione mi pare entro giugno con sistemi di conteggio online. Mi viene in mente Dogma, il capolavoro cinematografico di Silent Bob (Kevin Smith), e la statua di un Jesus Christ progressista che, strizzando l’occhio, fa il gesto col pollice levato: YEAH!





 

Tuesday, March 11, 2014

OLOCAUSTO

MAI PIÙ L’OLOCAUSTO (31.1.2014)


La giornata della memoria è sempre l’occasione per piegarsi sul non senso dell’olocausto, degli olocausti. Quello ebraico è certamente emblematico, forse perché ci è così vicino, delle derive di una visione fuorviante che diventa pensiero dominante e può generare ogni tipo di efferatezza.
 
Ruth Fayon a CATIvideo riproposta dopo 10 anni.
Nel 2004 avevamo intervistato nello studio video di Caritas Ticino, Ruth Fayon, ebrea scampata da Auschwitz, deceduta negli anni successivi a questo incontro assolutamente straordinario. Forse il più toccante in vent’anni di produzione televisiva. Una testimone capace di commuovere per la drammaticità dell’esperienza, sorridendo e affermando il valore della dignità della persona come assolutamente inalienabile. Il video di 18 min. è su youtube.  

Museo ebraico di Berlino

Un anno fa, dopo aver visitato il museo ebraico di Berlino, uno dei luoghi che mi hanno più colpito in tutto ciò che ho visto in vita mia, scrivevo nell’editoriale della rivista di Caritas Ticino di aprile:

Persino l’architettura parla.
La prima volta che ho visto i grattacieli di New York ho capito in modo tangibile e inequivocabile che le linee architettoniche comunicano, parlano. Ma più drammaticamente l’ho sperimentato di recente a Berlino girando per il museo ebraico. Le scelte architettoniche di quel luogo della “memoria” sono magistralmente calibrate per far vivere al visitatore le sensazioni di disagio generate dall’incertezza e dall’instabilità, proposte come esperienze sensoriali. L’inclinazione dei pavimenti, le linee e la loro accentuazione, la luce e il buio, le forme e persino la temperatura dell’ambiente, e i “Void” (vuoto) che sono quasi indescrivibili, valgono da soli il volo a Berlino.Una torre di 24 metri buia e gelida (senza climatizzazione), con una fessura in alto da cui penetra una lama di luce, o una distesa di volti metallici stilizzati in una sorta di fossa comune. Non credo ci siano molti luoghi al mondo che possano comunicare in un solo istante l’angoscia del non senso dell’olocausto. E di tutti gli olocausti consumati nel mondo e nella storia dell’umanità, non perché ci sono i mostri, ma perché tante persone “normali” come noi hanno aderito a un pensiero devastante. È successo, continua a succedere, ma vorremmo che non succedesse più.






  


TUTTI ORBI

SIAMO TUTTI ORBI (28.1.2014)

 Ho incontrato molte persone nella mia vita, e ho fra loro molti amici, che rientrano nella categoria dei portatori di handicap, uno è anche un mio collega da molti anni, che è cieco dalla nascita. La cosa non gli ha impedito di diventare psicologo e psicoterapeuta, responsabile del servizio sociale di Caritas Ticino, giornalista televisivo, diacono permanente, avere moglie e figlie ecc ecc.
Spesso con lui ho avuto l’opportunità di affrontare la grana del limite che chiamiamo handicap e di rinforzare una convinzione che cerco di esplicitare in sintesi: siamo tutti orbi. Spero che lui scriva un libro con questo titolo sviluppando l’idea che l’handicap “l’èl men da la cavagna” (scritto in buon dialetto significa “il minor male” o letteralmente “è la cosa meno importante del cesto”). Intendiamoci non voglio sminuire le difficoltà quotidiane che un handicap può procurare, rendendo la vita difficile, talvolta insopportabile. Se sei cieco, ad esempio, devi evitare i tombini e le gru posteggiate malamente sui marciapiedi e sostanzialmente rischi letteralmente la pelle ogni giorno. Ma sono convinto che il guaio vero è il pensiero che si sviluppa intorno all’handicap, un pensiero ammalato, a volte messo peggio della difficoltà da cui è generato. Non mi interessano e non mi affascinano i ciechi che tirano con l’arco, banalmente perché anch’io ad esempio non faccio sport estremi perché non ho le condizioni psico-fisiche per farli, ma siccome non mi hanno affibbiato una definizione relativa a questo mio deficit oggettivo, passo inosservato e nessuno mi costringe ad attraversare la strada anche quando non voglio farlo come invece succede ai ciechi segnalati dal bastone bianco. Il pensiero ammalato è quello che categorizza, definisce, secondo il deficit, il malanno, l’accidente, l’handicap. Per questo i ciechi dovrebbero avere un mucchio di cose in comune, diverse, se non addirittura in contrapposizione, con l’altro gruppo, quello dei vedenti. Considero quest’idea l’errore su cui si è costruita la mitologia dell’handicap. Ritorno alla mia esperienza personale per esemplificare: tutti più o meno hanno qualche problemino di salute, io ho il sistema linfatico sballato, quindi non faccio più da molti anni windsurf (che mi piaceva) e neppure turismo perché, anche con le calze compressive che dovrò portare finché campo, non posso camminare a lungo altrimenti ho dolori insopportabili. Con gli altri umani col sistema linfatico fottuto condivido solo il desiderio che qualcuno scopra una cura che finora non c’è. Punto e basta. Poi immagino che fra questi ci sia ad esempio qualche intellettuale con cui mi piacerebbe scambiare opinioni e altri invece con cui sono felice di non aver nulla a che fare: insomma cosa c’entra la difficoltà di salute e le sue conseguenze sul modo di vivere, con ciò che mi definisce davvero nella mia identità profonda e può determinare qualche forma di appartenenza ad un gruppo o a una categoria? Assolutamente nulla. Neppure quando la difficoltà è così grave da condizionare fortemente tutta la vita. Dante, il collega cieco che, a qualche metro dalla mia scrivania, litiga spesso col suo computer insultandolo, perché è uno strumento fondamentale per lui, ma lo è anche per me, si arrabbia con certe interfacce informatiche primitive che sono ancora diffuse, aspettando miglioramenti che purtroppo sono lenti a prodursi in un mercato balordo. Per me lui non è cieco, nel senso che questa caratteristica è l’ultima delle cose che mi interessano di lui, anche se è ragionevole non dimenticarsene nelle cose concrete che rendono più vivibile il quotidiano, ma mi sono sempre sembrati dettagli di poco conto, come sicuramente per lui il fatto che io non possa più fare windsurf o escursioni turistiche.

Ciò che conta veramente è la capacità di pensare e di pensarsi, non essendo definiti da dettagli ma dalla nostra unicità di esseri potenzialmente geniali. Il genio è colui che pensa qualcosa di totalmente nuovo, è molto difficile che avvenga ma questa è la potenzialità degli esseri pensanti. Un pensiero sano addomestica la marea di stupidaggini e di cose di poco conto, e non permette che siano queste a definire un essere umano che, come diceva il nostro saggio Vescovo Eugenio Corecco “è molto più del suo bisogno” (foto del tabellone con la citazione). Con questa premessa poi va bene il film di Soldini sull’esperienza di alcuni ciechi, che sostanzialmente scopre l’acqua calda dipingendoli come persone normali con le loro genialità e le loro patologie, né più né meno dei loro confratelli vedenti. E va bene anche andare a infilzarsi una mano con la forchetta nelle esperienze di ristorante al buio che magari fanno capire davvero cose che dovrebbero essere evidenti per tutti, ma alla fine tutto si gioca sulla coscienza di essere unici e irripetibili con una grande responsabilità di fronte a tutta l’umanità: una responsabilità sul pensiero più o meno sano che siamo capaci di produrre a partire dalla coscienza di essere tutti orbi o tutti vedenti sapendo bene che questa condizione è un dettaglio irrilevante.