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lunedì 15 giugno 2026

Finitezza, morte e serenità

 Papà Ignazio e la finitezza

Ieri erano 25 anni dalla morte di mio padre. Alla Messa in suo ricordo al monastero di Cademario la suora che legge le preci ha detto “preghiamo per il papà Ignazio”. Un modo affettuoso e simpatico per ricordarcelo.

25 anni fa lo avevo accompagnato nel suo ultimo tratto di cammino, una corsa in ambulanza e lo spegnersi in ospedale. Un momento molto dignitoso e persino bello grazie a una dottoressa che con grande sensibilità, dopo aver discusso della ragionevole rinuncia a una rianimazione, una questione delicatissima ma in fondo tecnica, aveva assunto un altro ruolo quasi austero, celebrativo, nonostante il contesto asettico/tecnologico ma sostanzialmente squallido di un pronto soccorso: aveva detto a mio padre prendendogli la mano “signor Noris adesso farà un lungo viaggio”. Mi aveva profondamente colpito la solennità di quell’istante, quasi surreale, che usciva da quel contesto sanitario per diventare il rispettoso commiato di un essere umano che completava la parabola della sua permanenza su questo pianeta. Una restituzione di tutta la sua dignità in un gesto e in una frase “adesso farà un lungo viaggio”. Qualche mese dopo nell’editoriale della rivista di Caritas Ticino, poco dopo il 9/11 scrivevo: “Sotto alle Twin Towers davanti a milioni di spettatori increduli sono morte migliaia di persone a cui nessuno ha potuto dire altrettanto.”

Credo che, dal profilo del mio approfondimento del tema nodale della finitezza e della morte, quel commiato nel pronto soccorso sia stata una tappa straordinariamente prolifica perché, senza averlo deciso, ho cominciato a lavorare su questa questione fondamentale. Evidentemente la morte degli altri, e a maggior ragione delle persone molto vicine, semplicemente mette a tema in modo diretto la questione della propria morte, ma non siamo assolutamente attrezzati per affrontare la finitezza, cioè avere un termine, e tendiamo a vivere come se fossimo immortali. Solo con un lavoro notevole su di sé credo si possa abbozzare un ragionevole affronto della questione.

Al di là delle ipotesi fideistiche sulla destinazione di quel “lungo viaggio”, considerato che nell’esperienza cristiana la fede è ritenuta un dono, quindi si può averla ma anche non averla, credo mi abbia sempre intrigato maggiormente la questione del al di qua prima del al di là.

Anche se ho grande stima per chi seriamente affronta la questione del dopo la morte come esito rasserenante rispetto alla vita, qualora questa sia gravemente compromessa. Sto aiutando un’amica leggendo la sua tesi su una esperienza straordinaria di relazione fra centinaia di persone gravemente ammalate che si ritrovano in rete quotidianamente per una Messa via Zoom (si chiamano Quadratini dal formato dello schermo suddiviso da Zoom) e poi si scambiano messaggi, quelli che possono vanno a visitare gli altri e il sacerdote che anima questa iniziativa va a trovare molti ammalati e se possibile dice la Messa da casa loro. La tesi riporta delle testimonianze straordinarie di affronto della sofferenza e della morte in chiave religiosa con una serenità che ha dell’incredibile, con una fede profonda carica di speranza sia fino all’ultimo respiro perché la figura di Cristo è sentita presente, sia per la certezza di essere accolti in paradiso. Dal profilo sociologico emerge una possibilità eccezionale di compagnia fra le persone, di solidarietà e di sostegno incredibile che fa star bene le persone nonostante situazioni di malattia pesantissime. Dal profilo psichico si potrebbe dire che si curano con questa esperienza di condivisione e alla fine la serenità è il sintomo di una sanità di pensiero raggiunta.

Ne traggo come indicazione di metodo anche per il fronte laico, che rivoluzionare il proprio schema di relazioni abituali in una prospettiva di valorizzazione delle persone dentro un intreccio comunitario dove gli obiettivi ideali sono elevati, (in questa esperienza dei Quadratini si tratta di trascendenza) la qualità della vita è totalmente diversa e la condizione della malattia che porta alla morte è solo un movente mentre ciò che rovescia una prospettiva senza speranza è la modalità della relazione e il pensiero che ne deriva. Almeno mi pare.

Quindi continuando il lavoro sulla finitezza credo che la chiave stia in una visione serena dell’esistenza, possibile solo in una visione della vita come una parabola che ha diverse fasi, in un ordine ragionevole in cui l’esito finale può essere visto come la conclusione armonica e armoniosa di un percorso. Ciò che abbiamo vissuto e pensato, sono l’eredità che lasciamo e che contribuisce alla crescita degli esseri umani che con l’uomo sapiens hanno fatto un salto straordinario a livello di linguaggio, di pensiero e di cultura. Quando guardiamo una persona anziana che ha vissuto bene e si spegne, abbiamo una percezione corretta di questa conclusione ragionevole. Il lavoro enorme da fare su sé stessi, e la difficoltà nel farlo, sono il passaggio necessario per riportare questo giudizio lucido su noi stessi.

In questo senso credo che questi 25 anni da quel saluto a mio padre in un pronto soccorso, forse sono serviti un po’ a camminare verso una presa di coscienza della morte e della finitezza come il compimento ragionevole, nell’ordine delle cose, di un percorso di straordinaria bellezza che si può guardare con serenità.

lunedì 18 agosto 2025

Camino de Santiago

Elia pellegrino verso Santiago di Compostella

Oggi Elia, primogenito cinquantenne, è partito per il Cammino verso Santiago di Compostella. 900Km e una previsione di cammino di più di un mese. Lo desiderava da tempo ed è il suo regalo per i cinquanta anni.

All'areoporto di Zurigo

La tecnologia attuale e i social permettono a tutta la nostra famiglia di seguire quasi come se fossimo tutti lì con lui o quasi.
Spontanea la domanda di molti: “perché lo fai?” a cui lui risponderà.
Sul “Cammino” penso sia stato scritto tutto sia come analisi storica e religiosa, sia come testimonianze di ogni tipo, con o senza fede.

Mi permetto quindi solo qualche osservazione personale suscitata dall’emozione per l’avventura di Elia, coi riferimenti che ho accumulato negli anni leggendo e incrociando belle storie su questa esperienza decisamente eccezionale.
Mi ha sempre colpito l’aspetto della storia in cui per secoli i personaggi più diversi hanno attraversato a piedi l’Europa per raggiungere luoghi sacri. Sicuramente simili sono i pellegrinaggi a la Mecca dei musulmani. Probabilmente l’elemento del viaggio verso un luogo sacralizzato, fa parte di quelle espressioni di bisogno di trascendenza che si concretizza in gesti tangibili.
Quindi ci si mette in marcia sulle tracce di migliaia di altri pellegrini che hanno fatto la stessa cosa prima, imitando e ripetendo un gesto che in sé è sempre uguale ma per ciascuno si realizza in modo personale, diverso, unico. Si tratta probabilmente di rivivere  interiorizzandolo, un gesto carico di storia che molti hanno vissuto con aspettative di tipo personale e collettivo, direi tribale.

Nella cultura individualista attuale poco incline a valorizzare gli aspetti storici e tradizionali che ci legano a chi ha vissuto aspirazioni e desideri simili nel passato, può essere molto difficile capire il fascino di esperienze di cammino verso una meta condivisa e ritenuta sacra. Si tratta probabilmente di riscoprire il valore di elementi della tradizione come occasione per attualizzare esperienze che, pur avendo punti di riferimento precisi e comuni, si sono declinate in epoche diverse, con sensibilità e sottolineature diversissime.

C’è poi l’aspetto non secondario della fede, caratteristica fondante dell’esperienza religiosa. Ma molti pellegrini non fanno un’esperienza di fede anche se si inseriscono nel solco di un gesto che esprime una fede tradizionale. Trovo affascinante questo aspetto che apre a chiunque la possibilità di vivere esperienze in sé caratterizzate da elementi inequivocabilmente fideistici, senza alcuna pretesa esclusiva. Non è per nulla come andare in pellegrinaggio al museo dei Beatles a Liverpool, ma la condizione non è la fede religiosa, bensì una sorta di riconoscimento del valore tradizionale di quelle migliaia di pellegrini che sono partiti lungo i secoli, offrendo un pezzo di strada della loro vita nel nome della cristianità. E con questo gesto di pietà popolare hanno contribuito alla costruzione di una cultura cristiana europea che è la nostra cultura.

Dal profilo individuale il camminare a lungo per giorni, mesi, non ha molto a che vedere con lo spostarsi da un luogo all’altro, ogni giorno, di tutti noi. La caratteristica più evidente è quella del ritmo che il corpo assume permanentemente. Siamo costruiti in modo da poter percepire molti elementi ritmici ed esserne condizionati. L’esperienza musicale è quella più evidente e appariscente ma non è la sola. Il ritmo permette il fenomeno della risonanza, per cui si stabiliscono relazioni incredibili fra l’origine del ritmo emesso e gli elementi ricettori che possono entrare in risonanza. Affascinato da queste cose soprattutto giocando con la musica, mi sembra di aver capito che possiamo educare il nostro corpo a utilizzare elementi di ritmo per trovare un proprio equilibrio. Credo che camminare a lungo possa permettere di abituare il proprio corpo a percepire un elemento ritmico equilibrante. Mi ricordo dell’esperienza mistica della preghiera del pellegrino russo, fondata sul ritmo ripetitivo di una preghiera che arriva a condizionare il ritmo del respiro come esperienza di preghiera costante. Immagino che analogamente si possa educare il proprio corpo a utilizzare un ritmo che verosimilmente si armonizza col battito cardiaco e la respirazione che sono le nostre funzioni vitali che vanno a ritmo.

Tenendo conto di queste considerazioni credo che chi sceglie di fare il cammino paradossalmente per un periodo di tempo sembra estraniarsi, lasciando a casa i propri cari, mentre sta solo prendendosi un tempo per riorganizzare la propria macchina che è composta prevalentemente di relazioni. Non lo si fa abbastanza ma prendersi il tempo mettendosi nelle condizioni per armonizzare se stessi (corpo, mente e spirito) è apparentemente un gesto solitario ma in realtà è un regalo che facciamo a noi stessi e a tutti quelli che fanno parte integrante della nostra vita.

 Buon cammino caro Elia, portaci tutti con te.

E l'ultimo giorno moglie e figlia, Nora e Mila lo hanno raggiunto per fare assieme gli ultimi 30 Km

25 giorni, 900Km. Arrivo a Santiago.



La foto ricordo sulla piazza della cattedrale con tutta la famiglia non c'era ma utilizzando tre immagini scattate in piazza ho fatto un montaggio.

Ma da Santiago Elia non è tornato a casa perché ha deciso di fare ancora un pezzo di cammino in Svizzera, come spiega sul canale di whatsapp "Rispetto alle pseudo casuali stime iniziali, il mio viaggiare e' stato sensibilmente piu' rapido, tanto che sono arrivato a fine cammino circa una settimana prima di quanto avessi in mente prima della partenza. Quindi mi resta ancora un po' di tempo.
Partire da casa e ritornarvi a piedi non sarebbe stata cosa praticabile (ci sarebbero voluto almeno 5 mesi, e alle volte mi capita anche di avere qualche dovere), ma era un'idea che un po' di fascino me l'ha sempre esercitata. In questo spirito, visto i giorni a disposizione, ho deciso di fare quella che sarebbe stata l'ultima parte di quel rientro a casa a piedi, e di camminare la strada che dalla Via Jacobi (che attraversa trasversalmente la Svizzera) porta in Ticino.".
E così è adato a Stans per camminare da Emmetten (NW) verso Minusio.
E oggi sabato 20 settembre Elia è arrivato alla Madonna del Sasso

Elia ci ha regalato la conchiglia che lo ha accompagnato per tutti i 1000 Km del pellegrinaggio. Un regalo prezioso nel nostro angolo delle icone in cucina a Vaglio.


sabato 2 novembre 2024

La morte di una giovane collega

Alessandra se ne è andata

In punta di piedi, discreta come ha sempre vissuto, se ne è andata oggi. Così lo ha comunicato la mamma 


La settimana scorsa, giovedì coi colleghi di Caritas Ticino ci si è trovati a Cadro nella chiesa di Sant'Agata per una Messa celebrata da don Willy Volonté proprio per lei e per le persone sofferenti a noi vicine. Non lo sapevamo ma é stato una sorta di addio.
La stupenda omelia di don Willy ricordando il vescovo Eugenio Corecco.

40 anni fa il vescovo Eugenio ci era stato vicino in una esperienza drammatica di accompagnamento alla morte di un bambino di tre anni di nostri amici. Avevamo pregato in tanti per molti giorni. Il vescovo Eugenio ci aveva detto che quel bambino aveva compiuto il suo destino che forse era stato quello di metterci assieme a pregare in quel modo.
Mi piace pensare che Alessandra, una bella persona, sempre sorridente e appassionata della vita, abbia compiuto il suo destino che forse é quello di aiutarci a diventare migliori.

domenica 31 marzo 2024

Nel giorno di Pasqua

ADDOMESTICARE LA MORTE

Nel giorno che celebra la ressurrezione può sembrare strano pubblicare un post/articolo sulla morte ma non è così perché sono affascinanti le "esperienze, religiose e laiche, che, parlando della morte insegnano a cogliere gli aspetti più intensi e gioiosi della vita, davvero sperando contro ogni speranza."

Dalla rivista di Caritas Ticino N.1 marzo 2024


venerdì 29 marzo 2024

Venerdì Santo

Bisogno di trascendenza e di riti


Il venerdì Santo è un esempio di quei momenti liturgici che possono dare senso all'affermazione "La bellezza conduce a Dio" quando si ha la fortuna, sempre più rara, di viverli in luoghi dove l'attenzione al dettaglio, i gesti della liturgia e i canti, sono particolarmente curati, con gusto e rigore nella tradizione. Oggi a Cademario, nel monastero di clausura delle suore Clarisse, i silenzi, i gesti e il canto, costruivano quel rito che ha il sapore di una risposta adeguata a un bisogno profondo di trascendenza. Si tratta di una esperienza sensoriale accompagnata dalla riflessione della parola che, pur austera nella forma, riempie di serenità; lo stato di benessere credo sia paragonabile a ciò che si può raggiungere con diverse discipline orientali.

La relazione tra bellezza e spiritualità espressa nell'affermazione "La bellezza conduce a Dio", che chatGPT attribuisce a una lista nutrita di filosofi e teologi, penso esprima bene questa esperienza di benessere e di pace interiore che una liturgia particolarmente curata può produrre. A Novosibisk in Siberia 25 anni fa ho assistito a una liturgia bizantina straordinaria, di alcune ore, con tre cori che si alternavano su tre piani della chiesa: era stata una di queste incredibili esperienze dove il connubbio bellezza-spiritualità è palpabile.

Purtroppo il mondo cattolico nel tentativo di democratizzare e soprattutto di far partecipare il popolo, ha perso di vista la ricchezza che la tradizione secolare ed austera aveva come espressione del bello che conduce a Dio, e quindi la stragrande maggioranza delle chiese oggi, con brutti canti sguaiati e chitarre grattanti, distrugge sistematicamente ogni possibile espressione del "bello" liturgico.

Sono particolarmente grato a chi, come le Clarisse di Cademario, mette un grande impegno per recuperare questa straordinaria ricchezza offerta dalla tradizione. Non sono individui fuori dal comune, non sono extraterrestri, sono persone che hanno colto quanto possa essere coinvolgente una riproposta rigorosa ed equilibrata dell'espressione liturgica tradizionale.

Mi rammarico che poche persone purtroppo abbiano accesso a queste opportunità, ma ciò fa parte di un processo di semplificazione e di appiattimento che tocca un po' tutte le forme di comunicazione e di espressione artistica di questa epoca di paradosso, fra una possibilità teorica di accesso a tutto, come gli esseri umani non hanno mai avuto nella loro storia, e la difficoltà ad accettare che solo attraverso un percorso di lavoro pedagogico e di fatica, si può accedere a qualunque forma di conoscienza.

L'impegno di chi si prodiga per offrire espressioni di bellezza che tendono alla trascendenza, oggi è un compito profetico che va supportato con profonda gratitudine.

   

domenica 10 dicembre 2023

Pittura e anelito di infinito

 Mostrare l’evidenza del trascendente


La copertina della rivista di Caritas Ticino di Natale é una natività del fiammingo Petrus Christus (1410-1475) di Bruges. Chiara Pirovano conclude la presentazione di questo dipinto con una sottolineatura che mi colpisce profondamente relativamente al contesto culturale e religioso che stiamo vivendo.
"......la Natività del nostro artista risponde con elegante naturalismo paesaggistico e virtuosismo formidabile nella resa dei dettagli, a quel desiderio innato negli artisti fiamminghi del Quattrocento con cui cercarono a più riprese di “mostrare l’evidenza del trascendente nella realtà contingente” (C.Pescio) assecondando quel sentimento, oggi atterrito da un’assordante secolarizzazione, che attraverso l’arte dava forma e figura, sin dal medioevo, al divino partendo dalla natura imperfetta."

Di fronte all'incanto che provo guardando opere d'arte di questa caratura, di fronte ai fiamminghi che mi affascinano, mi chiedo cosa significhi oggi “mostrare l’evidenza del trascendente nella realtà contingente, assecondando quel sentimento, che attraverso l’arte dava forma e figura al divino, partendo dalla natura imperfetta."
Sento che la bellezza e l'esperienza del bello, caratterizzano in modo inequivocabile la struttura umana che vive un anelito d'infinito anche quando questo non è percepito coscientemente. Gli esseri umani si distinguono per questa peculiarità nel poter cogliere un desiderio profondo di raggiungere un orizzonte senza confini per rispondere a un bisogno originale di completezza impossibile con la sola comprensione umana della realtà.

I fiamminghi del quattrocento, ma non solo, osavano rappresentare "l'evidenza della trascendenza" nella realtà che li circondava, una realtà imperfetta carica di limiti ma utilizzabile per dare "forma e figura al divino".

Cosa non funziona più? Perché non sappiamo più osare tanto? Non credo sia una questione di fede, anche se una cultura secolarizzata mette a dura prova i presupposti di un modello di vita religiosa centrato sulla figura di un Dio fattosi uomo. Credo però che la questione nodale sia più laica ed abbia a che vedere con una incapacità ad ammettere che l'anelito di infinito sia radicato profondamente nella natura umana. Siamo in balia di una cultura possibilista, relativista, dal ventre molle, che privilegia il "politically correct" di fronte a una possibile verità assoluta totalmente misconosciuta. Siamo arrivati alla "cancel culture". Togliamo goffamente i simboli religiosi per non offendere quelli di altre confessioni mentre neghiamo così a tutti la possibilità di credere in qualcosa. Siamo orfani di un pensiero sano.

Forse contemplare oggi, lasciandoci emozionare, opere che appartengono a una cultura che osava “mostrare l’evidenza del trascendente" ci può aiutare a riscoprire la nostalgia di un anelito nascosto nel profondo di noi stessi.

venerdì 10 novembre 2023

Il monastero di Cademario celebra 30 anni

Il fascino oltre la grata

L'anno scorso ho avuto la fortuna di realizzare un reportage video, per Caritas Ticino, intervistando le suore Clarisse di Cademario che, in occasione del 30esimo ci hanno aperto le porte della clausura. Una serie di testimonianze straordinarie. 15'000 visualizzazioni al 30.05.2025.


Una delle esperienze giornalistiche più affascinanti che mi sia capitata. Ho scritto di questo incontro sul N.3 di settembre 2022 della rivista di Caritas Ticino.


martedì 18 aprile 2023

Accompagnare la fine di un essere a base di carbonio

Un gatto, un umano o un androide che si spengono

Oggi per la prima volta ho seppellito una gatta. Sotto un salice. Ho fatto persino una lapide col suo nome altisonante: Marie Curie. Era più o meno in pensione stabile da noi da diverso tempo. È la gatta di mia figlia Alice, si sono accompagnati per quindici anni, ma i musicisti sono sempre in giro e i gatti alla fine possono essere adottati dagli anziani genitori che sono prevalentemente stazionari.

Siccome si è ammalata e dopo un anno si è spenta piano piano, apparentemente senza dolore, ho avuto modo di osservarla mentre andava lentamente verso la fine e poi nelle sue ultime ore di vita. Un essere vivente, quindi a base di carbonio, che conclude un suo personale ciclo di vita, una visione per certi versi commovente dell'ordine naturale in cui si vive e si muore in un alternarsi armonico di queste due espressioni fondamentali dell'esistere: vivere e morire come un compimento di un destino cosmico in cui ogni essere a base di carbonio esprime la sua grandezza, la sua unicità, il suo destino in un ordine più grande.
Non dico questo perché straziato dalla morte del gatto di casa, ci si affeziona ovviamente a un animale anche se non lo si è scelto se ci si ritrova a passare molto tempo assieme, ma le riflessioni suscitate da questa gatta sono di ben altra natura: si tratta di una questione esistenziale relativa a ogni forma vivente che negli umani raggiunge il massimo del coinvolgimento emotivo. Ma vorrei in qualche modo tentare di separare la questione emotiva, dall'osservazione empirica del fatto ricorrente dello spegnersi della vita in tutti gli esseri a base di carbonio.
In questo tentativo il gatto che muore rappresenta la ricorrente espressione dell'alternarsi ripetitivo di cicli che hanno inizio compimento e fine. In una armonia continua che mi pare affermi quello che definiamo in termini filosofico-esistenziali come destino ma che in termini più prosaici sono l'aver compiuto ciò che era giusto fare, quindi avendo contribuito a una sorta di armonia universale. In questo senso sia un gatto o un genio umano possono aver adempiuto al loro compito. Evidentemente qui non mi riferisco alla gatta seppellita oggi ma ad ogni forma di vita che conosciamo e che potremmo avere l'occasione di osservare o perché no, contemplare.

Diversi anni fa, forse decenni, mi ritrovai non so più come ad uccidere dei gatti appena nati perché in sovranumero, secondo una prassi usuale nelle culture rurali che mi hanno sempre affascinato ma a cui non ho mai appartenuto. Ho un ricordo impreciso ma abbastanza lucido sull'angoscia e il rifiuto di quell'intervento di eutanasia che non mi corrispondeva in nessun modo nonostante la contradizione evidente del mangiar carne di animali che ovviamente qualcuno ha macellato. Credo che la chiave di comprensione stia nel moto che definirei instintivo, naturale, di rifiuto di ogni intervento finalizzato a terminare un processo vitale che potrebbe invece protrarsi, senza una motivazione sufficientemente forte per giustificarne la "ragionevolezza". La vita per essere interrotta deve esserci una sorta di ragione superiore che possa rendere l'interruzione accettabile. In qualche modo credo ci sia un valore straordinario nella vita che si esprime in forme molto diverse ma comunque sempre simili dal profilo del meccanismo originale. 

Penso ad esempio di essere sempre stato contrario all'aborto per un fascino/rispetto per le forme vitali prima di abbordare questioni ideologiche/sociali/etico/morali che mi sembra vengano dopo. Forse semplificando un po' ho sempre creduto che se un topo è un topo fin dal suo concepimento anche un essere umano lo è e quindi prima di affrontare una lista infinita di questioni complesse e profonde di natura socio-politica, c'è da considerare quel mucchio di cellule che diventeranno un essere umano come una forma vivente che va difesa. Se l'essere umano in divenire  è un essere vivente qualcuno deve stare dalla sua parte affermando che l'interruzione della vita è un errore tecnico in prospettiva.

Potrei sembrare assolutamente irriverente paragonando senza fare i distinguo previsti fra l'interruzione delle diverse forme di vita ma credo che fra lo spegnersi della vita di una gatta anziana o lo spegnersi della vita di un essere umano le differenze sostanziali relative all'avvenimento contingente dal profilo strettamente empirico verificabile, siano minori di quanto si creda. Ho accompagnato alcune persone care nel loro ultimo cammino e a distanza di anni, riuscendo a separare l'aspetto emotivo, rimane una serena contemplazione del concludersi di una forma vitale che va osservata come un "giusto" compimento di una sorta di missione personale che ogni essere vivente deve avere in una visione cosmica armonica.

Sono abbastanza vecchio e non vedrò lo sviluppo di forme di vita artificiale intelligente. Con ChatGPT ci sono i primi singulti di cose che andranno molto lontano e forse quello che la fantascienza ci ha offerto come spunti di riflessione potrebbe essere il preludio di una convivenza fra forme di vita a base di carbonio e altre forme che magari avranno solo una percentuale molto bassa di carbonio ma si potranno considerare vitali. Sulla scia di grandi pagine cinematografiche sul tema, ne ho contate almeno una ventina fra le produzioni degne di nota, mi chiedo cosa potrebbe significare accompagnare alla morte, cioè alla fine del ciclo di esistenza, un androide, un forma di vita artificiale intelligente. Il corrispondente del battito cardiaco della nostra gatta che ha cominciato a rallentare fino ad arrestarsi, sarà sostituito da altro che però avrà più o meno lo stesso significato. In Blade Runner Il replicante cattivo alla fine salva l'eroe, Deckart il poliziotto, perché capisce che sta morendo e "amava la vita più di quanto l'avesse mai amata prima. Non solo la sua vita. La vita di chiunque.". E forse è proprio questa la giusta chiave di lettura: amare la vita come qualcosa di straordinario e affascinante sia che sia a base di carbonio o altro, ma che la si possa definire tale al di fuori da qualsiasi forma ideologica che la possa fagocitare.

mercoledì 22 febbraio 2023

futuro distopico giapponese o profezia?

EUTANASIA A 75 ANNI E SUICIDIO DI MASSA DEGLI ANZIANI 

Per sostenere i giovani e risolvere il problema dell’invecchiamento della popolazione in Giappone: una provocazione su cui riflettere anche alle nostre latitudini


Ho visto recentemente il film giapponese “Plan 75” del 2022 sull’idea del favorire con incentivi, promozione su larga scala e sostegno governativo, l’eutanasia degli anziani a partire dai 75 anni. E negli stessi giorni, il 13 febbraio 2023 il NYT (New York Times) ha pubblicato un articolo relativo a una dichiarazione di un assistente professore giapponese di economia alla prestigiosa università di Yale che sosteneva che l’unica soluzione all’invecchiamento della popolazione in Giappone è il suicidio di massa degli anziani, facendo riferimento al “Seppuku”, il suicidio rituale dei samurai disonorati nel 19esimo secolo. 

E in una sua lezione Yusuke Narita aveva mostrato il film dell’orrore del 2019 “Midsommar” in cui secondo un culto svedese un anziano veniva mandato a suicidarsi lanciandosi da una alta scogliera. In proposito a un giornalista diceva: “"Se lei pensa che sia una cosa buona, allora forse può lavorare sodo per creare una società di questo tipo". 

L’articolo del NYT ha sollevato un putiferio ed è stato ripreso da numerose testate, e in Giappone tocca un tasto molto sensibile perché la società sta invecchiando fortemente ma per assetto socio-economico tradizionale, il passaggio del potere fra generazioni è molto difficile, quasi impossibile.

Il  dottor Yusuke Narita  

L’economista giapponese 37enne, dice che le sue affermazioni sono state estratte dal loro contesto; Il NYT aggiunge che “sebbene sia praticamente sconosciuto anche negli ambienti accademici statunitensi, le sue posizioni estreme, i suoi commenti sull'eutanasia e sulla sicurezza sociale, gli hanno permesso di guadagnare centinaia di migliaia di follower sui social media giapponesi, tra i giovani frustrati che ritengono che il loro progresso economico sia stato frenato da una società gerontocratica.” Verosimilmente proprio la notorietà sui social ha portato questa storia al NYT quasi due anni dopo le esternazioni del professore di Yale.

Il Dottor Narita ha scritto “Avrei dovuto essere più cauto sulle potenziali connotazioni negative.” Sostenendo che, “suicidio di massa” e “seppuku di massa” erano “una metafora astratta

Il NYT però cita l'editorialista Masato Fujisaki che “ha sostenuto su Newsweek Japan che le osservazioni del professore "non dovrebbero essere facilmente prese come una "metafora"". I fan del dottor Narita, ha detto Fujisaki, sono persone "che pensano che gli anziani dovrebbero già morire e che l'assistenza sociale dovrebbe essere tagliata". Nonostante la cultura della deferenza verso le generazioni più anziane, in Giappone sono già emerse idee sulla loro eliminazione. Un decennio fa, Taro Aso - all'epoca ministro delle Finanze e ora mediatore di potere nel Partito liberaldemocratico al governo - suggerì che gli anziani avrebbero dovuto "sbrigarsi a morire".

E bisogna anche tener conto della storia del Giappone dove parlare “di "suicidio di massa", suscita sensibilità storiche in un Paese in cui giovani sono stati mandati a morire come piloti kamikaze durante la Seconda Guerra Mondiale e i soldati giapponesi hanno ordinato a migliaia di famiglie di Okinawa di suicidarsi piuttosto che arrendersi.

Idee che secondo alcuni aprono le porte a un dibattito necessario sulle riforme pensionistiche e sul sistema di welfare, ma per altri si tratta solo di una sottolineatura del peso dell’invecchiamento della popolazione senza nessuna prospettiva realistica per alleviare la pressione sociale.

I critici temono che i suoi commenti possano evocare il tipo di sentimenti che hanno portato il Giappone ad approvare una legge sull'eugenetica nel 1948, in base alla quale i medici hanno sterilizzato forzatamente migliaia di persone con disabilità intellettive, malattie mentali o disturbi genetici. Nel 2016, un uomo che riteneva che i disabili dovessero essere sottoposti a eutanasia ha ucciso 19 persone in una casa di cura fuori Tokyo.”

Chie Hayakawa, la regista del film distopico “Plan 75”, che ci si augura non sia “profetico”, aveva fatto un test chiedendo ad amici anziani di sua madre e altri conoscenti: “Se il governo sponsorizzasse un programma di eutanasia per le persone con più di 75 anni, lei sarebbe d'accordo?" “La maggior parte delle persone era molto favorevole", ha detto la signora Hayakawa. "Non volevano essere un peso per gli altri o per i loro figli".


Chie Hayakawa regista di Plan 75

La regista 45enne, premiata a Cannes l’anno scorso per Plan 75, dice di non aver voluto prendere posizione sull’eutanasia: "Penso che il tipo di fine vita e di morte che si desidera sia una decisione molto personale", ha detto. "Non credo che sia qualcosa di così bianco o nero". Ma i suoi personaggi credo invece prendano posizione: il giovane che lavora per l’agenzia governativa che promuove e organizza il suicidio degli over 75, va in crisi quando si trova davanti un suo anziano zio che chiede di firmare il contratto del “Piano 75”, e alla fine ruberà il corpo dello zio (mi ricorda “I cannibali” del 1970 di Liliana Cavani) per dargli una degna sepoltura. E la protagonista 78enne che ha maturato dopo lunga esitazione la decisione dell’eutanasia, vede morire nel letto accanto dietro la tenda un altro anziano (lo zio del giovane) e assiste al furto del cadavere, si alza e scappa; davanti al tramonto canta sottovoce “Domani all’ombra del vecchio melo verrò per incontrarti. Quando il sole rosso scuro scende a Ovest.


Chieko Baisho interpreta una 78enne in “Plan 75.”

Sto scrivendo con le note di un Kokyu (sorta di violino giapponese) in sottofondo; ieri sera videotelefonavamo con mio figlio e mia nipote a Tokyo, forse per questo, quanto ho raccontato, mi appare ben più vicino di quello che sembra. E poi anagraficamente fra poco più di un anno io potrei entrare nel protocollo Plan 75!

Mi chiedo se la nostra cultura di origine cristiana, che ha nel suo DNA i valori del rispetto della vita e la protezione dei più deboli, riuscirà a controbilanciare la logica dell’eutanasia per ragioni socio-economiche o di “qualità” della vita? Un dibattito su un Plan 75 nostrano forse non è poi così lontano.



Ed ecco una versione leggermente ridotta pubblicata sulla rivista di Caritas Ticino.


E l'articolo del NYT del 13.02.2023 a cui si fa riferimento:

THE NEW YORK TIMES INTERNATIONAL MONDAY, FEBRUARY 13,3023

Scholar Suggests Mass Suicide for Japans Old. Does He Mean It?

 

TOKYO— His pronouncements could hardly sound more drastic.

In interviews and public ap­pearances, Yusuke Narita, an as­sistant professor of economics at Yale, has taken on the question of how to deal with the burdens of Ja­pan’s rapidly aging society.

“I feel like the only solution is pretty clear,” he said during one online news program in late 2021. “In the end, isn't it mass suicide and mass ‘seppuku’ of the eld­erly?” Seppuku is an act of ritual disembowelment that was a code among dishonored samurai in the 19th century.

Last year, when asked by a school-age boy to elaborate on his

                                                                     Hits a Nerve Over Carefor a Graying Society

mass seppuku theories, Dr Narita graphically described to a group of assembled students a scene from "Midsommar,” a 2019 horror film in which a Swedish cult sends one of its oldest members to com­mit suicide by jumping off a cliff.

“Whether that’s a good thing or not, that’s a more difficult ques­tion to answer,” Dr. Narita told the questioner as he assiduously scribbled notes. “So if you think that’s good, then maybe you can work hard toward creating a soci­ety like that”

Continued on Page A10

 

From Page A1

At other times, he has broached the topic of euthanasia. “The possibility of making it mandatory in the future,” he said in one interview, will “come up in discussion.”

Dr. Narita, 37, said that his statements had been “taken out of context” and that he was mainly addressing a growing effort to push the most senior people out of leadership positions in business and politics - to make room for younger generations. Nevertheless, with his comments on euthanasia and social security, he has pushed the hottest button in Japan.

While he is virtually unknown even in academic circles in the United States, his extreme positions have helped him gain hundreds of thousands of followers on social media in Japan among frustrated youths who believe their economic progress has been held back by a gerontocratic society.

Appearing frequently on Japanese online shows in T-shirts, hoodies or casual jackets, and wearing signature eyeglasses with one round and one square lens, Dr. Narita leans into his Ivy League pedigree as he fosters a nerdy shock jock impression. He is among a few Japanese provocateurs who have found an eager audience by gleefully breaching social taboos. His Twitter bio: “The things you’re told you’re not allowed to say are usually true.”

Last month, several commenters discovered Dr. jNarlta's remarks and began spreading them on social media. During a panel discussion on a respected internet talk show with scholars and journalists, Yuki Honda, a University of Tokyo sociologist, described his comments as “hatred toward the vulnerable.”

A growing group of critics warn that Dr. Narita's popularity could unduly sway public policy and social norms. Given Japan’s low birthrate and the highest public debt in the developed world, policymakers increasingly worry about how to fund Japan’s expanding pension obligations. The country is also grappling with growing numbers of older people who suffer from dementia or die alone.

In written answers to emailed questions, Dr. Narita said he was “primarily concerned with the phenomenon in Japan, where the same tycoons continue to dominate the worlds of politics, traditional industries, and media/entertainment/journalism for many years.”

The phrases “ mass suicide" and “mass seppuku,” he wrote, were “an abstract metaphor.”

“I should have been more careful about their potential negative connotations,” he added. “After some self-reflection, I stopped using the words last year."

His detractors say his repeated remarks on the subject have already spread dangerous ideas.

“It’s irresponsible," said Masaki Kubota, a journalist who has written about Dr. Narita. People panicking about the burdens of an aging society “might think. ‘Oh. my grandparents are the ones who are living longer,’” Mr. Kubota said, "‘and we should just get rid of them.'”

Masato Fujisaki, a columnist, argued in Newsweek Japan that the professor’s remarks "should not be easily taken as a ‘metaphor.” Dr. Narita’s fans, Mr. Fujisaki said, are people “who think that old people should just die already and social welfare should be cut*

Despite a culture of deference to older generations, Ideas about culling them have surfaced in Japan before. A decade ago. Taro Aso — the finance minister at the time and now a power broker in the governing Liberal Democratic Party — suggested that old people should “hurry up and die."

Last year, 'Plan75 "a dystopian movie by the Japanese filmmaker Chie Hayakawa, imagined cheerful salespeople wooing retirees into government-sponsored euthanasia. In Japanese folklore, families carry older relatives to the top of mountains or remote corners of forests and leave them to die.

Dr. Narita's language, particularly when he has mentioned “mass suicide,” arouses historical sensitivities in a country where young men were sent to their deaths as kamikaze pilots during World War II and Japanese soldiers ordered thousands of families in Okinawa to commit suicide rather than surrender.

Critics worry that his comments could summon the kinds of sentiments that led Japan to pass a eugenics law in 1948, under which doctors forcibly sterilized thousands of people with intellectual disabilities, mental illness or genetic disorders. In 2016, a man who believed those with disabilities should be euthanized murdered 19 people at a care home outside Tokyo.

In his day job, Dr. Narita conducts technical research of computerized algorithms used in education and health care policy. But as a regular presence across numerous internet platforms and on television in Japan, he has grown increasingly popular, appearing on magazine covers and comedy shows and in an advertisement for energy drinks. He has even spawned an imitator on TikTok.

He often appears with Gen X rabble-rousers like Hiroyuki Nishimura, a celebrity entrepreneur and owner of 4chan, the online message board where some of the internet’s most toxic ideas bloom, and Takafumi Horie, a trash-talking entrepreneur who once went to prison for securities fraud.

At times, he has pushed the boundaries of taste. At a panel hosted by Globis, a Japanese graduate business school, Dr. Narita told the audience that “if this can become a Japanese society where people like you all commit seppuku one after another, it wouldn’t be just a social security policy, but it would be the best ‘Cool Japan' policy.” Cool Japan is a government program promoting the country’s cultural products.

Shocking or not, some lawmakers say, Dr. Narita’s ideas are opening the door to much-needed political conversations about pension reform and changes to social welfare. “There is criticism that older people are receiving too much pension money and the young people are supporting all the old people, even those who are wealthy,” said Shun Otokita, 39, a member of the upper house of Parliament with Nippon Ishin no Kai, a right-leaning party.

But detractors aay Dr. Narita highlights the burdens of an aging population without suggesting realistic policies that could alleviate some of the pressures.

“He’s not focusing on helpful strategies such as better access to day care or broader inclusion of women in the work force or broader inclusion of immigrants," said Alexis Dudden, a historian at the University of Connecticut who studies modem Japan. “Things that might actually invigorate Japanese society.”

In broaching euthanasia, Dr. Narita has spoken publicly of his mother, who had an aneurysm when he was 19. In an interview with a website where families can search for nursing homes. Dr. Narita described how even with insurance and government financing, his mother's care cost him 100,000 yen — or about $760— a month.

Some surveys in Japan have indicated that a majority of the public supports legalizing voluntary euthanasia. Bui Mr. Narita's reference to a mandatory practice spooks ethicists. Currently, every country that has legalized the practice only “allows it if the person wants it themselves,” said Fumika Yamamoto, a professor of philosophy at Tokyo City University.

In his emailed responses. Dr. Narita said that “euthanasia (either voluntary or involuntary) is a complex, nuanced issue.”

"I am not advocating Its introduction,” he added. “I predict it to be more broadly discussed.”

At Yale, Dr. Narita sticks to courses on probability, statistics, econometrics and education and labor economics.

Neither Tony Smith, the department chair in economics, nor a spokesperson for Yale replied to requests for comment.

Josh Angrist, who has won the Nobel in economic science and was one of Dr. Narita's doctoral supervisors at the Massachusetts Institute of Technology, said his former student was a “talented scholar” with an “offbeat sense of humor."

“I would like to see Yusuke continue a very promising career as a scholar,” Dr. Angrist said. “So my main concern in a case like his is that he’s being distracted by other things, and that's kind of a shame.”


Articolo del NYT sul film Plan 75:

The New York Times June 17, 2022

Chie Hayakawa’s film, “Plan 75,”

 

THE SATURDAY PROFILE

A Filmmaker Imagines a Japan Where the Elderly Volunteer to Die

The premise for Chie Hayakawa’s film, “Plan 75,” is shocking: a government push to euthanize the elderly. In a rapidly aging society, some also wonder: Is the movie prescient?

Chie Hayakawa in Tokyo. Her new film “Plan 75” takes on one of the biggest elephants in the room in Japan: the challenges of dealing with the world’s oldest society.Credit...Noriko Hayashi for The New York Times

 

By Motoko Rich

June 17, 2022

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TOKYO — The Japanese film director Chie Hayakawa was germinating the idea for a screenplay when she decided to test out her premise on elderly friends of her mother and other acquaintances. Her question: If the government sponsored a euthanasia program for people 75 and over, would you consent to it?

“Most people were very positive about it,” Ms. Hayakawa said. “They didn’t want to be a burden on other people or their children.”

To Ms. Hayakawa, the seemingly shocking response was a powerful reflection of Japan’s culture and demographics. In her first feature-length film, “Plan 75,” which won a special distinction at the Cannes Film Festival this month, the government of a near-future Japan promotes quiet institutionalized deaths and group burials for lonely older people, with cheerful salespeople pitching them on the idea as if hawking travel insurance.

“The mind-set is that if the government tells you to do something, you must do it,” Ms. Hayakawa, 45, said in an interview in Tokyo before the film’s opening in Japan on Friday. Following the rules and not imposing on others, she said, are cultural imperatives “that make sure you don’t stick out in a group setting.”

With a lyrical, understated touch, Ms. Hayakawa has taken on one of the biggest elephants in the room in Japan: the challenges of dealing with the world’s oldest society.

Close to one-third of the country’s population is 65 or older, and Japan has more centenarians per capita than any other nation. One out of five people over 65 in Japan live alone, and the country has the highest proportion of people suffering from dementia. With a rapidly declining population, the government faces potential pension shortfalls and questions about how the nation will care for its longest-living citizens.

Aging politicians dominate government, and the Japanese media emphasizes rosy stories about happily aging fashion gurus or retail accommodations for older customers. But for Ms. Hayakawa, it was not a stretch to imagine a world in which the oldest citizens would be cast aside in a bureaucratic process — a strain of thought she said could already be found in Japan.

Euthanasia is illegal in the country, but it occasionally arises in grisly criminal contexts. In 2016, a man killed 19 people in their sleep at a center for people with disabilities outside Tokyo, claiming that such people should be euthanized because they “have extreme difficulty living at home or being active in society.”

The horrifying incident provided a seed of an idea for Ms. Hayakawa. “I don’t think that was an isolated incident or thought process within Japanese society,” she said. “It was already floating around. I was very afraid that Japan was turning into a very intolerant society.”

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To Kaori Shoji, who has written about film and the arts for The Japan Times and the BBC and saw an earlier version of “Plan 75,” the movie did not seem dystopian. “She’s just telling it like it is,” Ms. Shoji said. “She’s telling us: ‘This is where we’re headed, actually.’”

That potential future is all the more believable in a society where some people are driven to death by overwork, said Yasunori Ando, an associate professor at Tottori University who studies spirituality and bioethics.

“It is not impossible to think of a place where euthanasia is accepted,” he said.

Ms. Hayakawa has spent the bulk of her adult years contemplating the end of life from a very personal vantage. When she was 10, she learned that her father had cancer, and he died a decade later. “That was during my formative years, so I think it had an influence on my perspective toward art,” she said.

The daughter of civil servants, Ms. Hayakawa started drawing her own picture books and writing poems from a young age. In elementary school, she fell in love with “Muddy River,” a Japanese drama about a poor family living on a river barge. The movie, directed by Kohei Oguri, was nominated for best foreign language film at the Academy Awards in 1982.

“The feelings I couldn’t put into words were expressed in that movie,” Ms. Hayakawa said. “And I thought, I want to make movies like that as well.”

She eventually applied to the film program at the School of Visual Arts in New York, believing that she would get a better grounding in moviemaking in the United States. But given her modest English abilities, she decided within a week of arriving on campus to switch to the photography department, because she figured she could take pictures by herself.

Her instructors were struck by her curiosity and work ethic. “If I mentioned a film offhandedly, she would go home and go rent it, and if I mentioned an artist or exhibition, she would go research it and have something to say about it,” said Tim Maul, a photographer and one of Ms. Hayakawa’s mentors. “Chie was someone who really had momentum and a singular drive.”

After graduating in 2001, Ms. Hayakawa gave birth to her two children in New York. In 2008, she and her husband, the painter Katsumi Hayakawa, decided to return to Tokyo, where she began working at WOWOW, a satellite broadcaster, helping to prepare American films for Japanese viewing.

“The mind-set is that if the government tells you to do something, you must do it,” Ms. Hayakawa said.Credit...Noriko Hayashi for The New York Times

At 36, she enrolled in a one-year film program at a night school in Tokyo while continuing to work during the day. “I felt like I couldn’t put my full energy into child raising or filmmaking,” she said. Looking back, she said, “I would tell myself it’s OK, just enjoy raising your children. You can start filmmaking at a later time.”

For her final project, she made “Niagara,” about a young woman who learns, as she is about to depart the orphanage where she grew up, that her grandfather had killed her parents, and that her grandmother, who she thought had died in a car accident with her parents, was alive.

She submitted the movie to the Cannes Film Festival in a category for student works and was shocked when it was selected for screening in 2014. At the festival, Ms. Hayakawa met Eiko Mizuno-Gray, a film publicist, who subsequently invited Ms. Hayakawa to make a short film on the theme of Japan 10 years in the future. It would be part of an anthology produced by Hirokazu Kore-eda, the celebrated Japanese director.

Ms. Hayakawa had already been developing the idea of “Plan 75” as a feature-length film but decided to make an abridged version for “Ten Years Japan.”

While writing the script, she woke up every morning at 4 to watch movies. She cites the Taiwanese director Edward Yang, the South Korean director Lee Chang-dong and Krzysztof Kieslowski, the Polish art-house director, as important influences. After work, she would write for a couple of hours at a cafe while her husband cared for their children — relatively rare in Japan, where women still carry the disproportionate burden of housework and child care.

After Ms. Hayakawa’s 18-minute contribution to the anthology came out, Ms. Mizuno-Gray and her husband, Jason Gray, worked with her to develop an extended script. By the time filming started, it was the middle of the pandemic. “There were countries with Covid where they were not prioritizing the life of the elderly,” Ms. Hayakawa said. “Reality surpassed fiction in a way.”

Ms. Hayakawa decided to adopt a subtler tone for the feature-length movie and inject more of a sense of hope. She also added several narrative strands, including one about an elderly woman and her tightknit group of friends, and another about a Filipina caregiver who takes a job at one of the euthanasia centers.

She included scenes of the Filipino community in Japan, Ms. Hayakawa said, as a contrast to the dominant culture. “Their culture is that if somebody is in trouble, you help them right away,” Ms. Hayakawa said. “I think that is something Japan is losing.”

Stefanie Arianne, the daughter of a Japanese father and a Filipina mother who plays Maria, the caregiver, said Ms. Hayakawa had urged her to show emotional restraint. In one scene, Ms. Arianne said, she had the instinct to shed tears, “but with Chie, she really challenged me to not cry.”

Ms. Hayakawa said she did not want to make a film that simply deemed euthanasia right or wrong. “I think what kind of end to a life and what kind of death you want is a very personal decision,” she said. “I don’t think it’s something that is so black or white.”


Ms. Hayakawa at Cannes with two actors in “Plan 75,” Hayato Isomura, left, and Stefanie Arianne, who plays Maria.