lunedì 25 dicembre 2023

Corde simpatiche su un Plock Fiddle

Trasformazione di un Plock Fiddle


A Natale ho finito la trasformazione del mio Plock Fiddle, strumento tra la viola e il violino suonato verticalmente.
Il lavoro è stato fatto nella falegnameria/stalla che fa da sfondo al nostro presepe davanti a casa a Vaglio. Una sorta di omaggio a San Giuseppe falegname.

Ho comperato recentemente un Plock Fiddle da un musicista tedesco appassionato di strumenti a corde.
Ecco lo strumento prima e dopo la trasformazione.

Ho aggiunto 16 corde di risonanza, corde simpatiche che entrano in risonanza da sole col suono delle corde principali. Ho rifatto il ponticello, il capotasto, e ho riverniciato tutto lo strumento.
La storia del Plock Fiddle, ammesso che sia tutto vero, è curiosa. Compare in Polonia nel 1600 probabilmente da una contaminazione turca, ma presto scompare. Rimangono degli schizzi e negli anni 80 del secolo scorso, in uno scavo, se ne trova un esemplare nella cittadina di Plock, da cui il nome dato allo strumento. Alcuni liutai allora lo ricostruiscono e comincia a essere suonato sia per musica popolare che classica. È conosciuto anche come Suka e ne ho visto almeno due varianti a 5 e 6 corde. Maria Pomianowska è una musicista polacca che ha contribuito molto alla diffusione del Plock Fiddle.

Siccome spesso è suonato con note lunghe e suonando assieme più corde, ho pensato che ci vorrebbero proprio delle corde simpatiche per prolungare quel tipo di sonorità. È anche vero che di per sé aggiungerei corde simpatiche a quasi tutti gli strumenti a corde e soprattutto ad arco, ma questa è una mia fissazione da quando negli anni sessanta ho scoperto il sitar e la musica indiana.
Ecco l'inizio del progetto della struttura per aggiungere le 16 corde di risonanza e la realizzazione del supporto in legno coi 16 buchi per i piroli.

Ho costruito una chiave in legno per poter girare i piroli molto vicini.

La verniciatura ha richiesto come sempre molto tempo; prima un colore fatto con una base scura a cui ho aggiunto polvere rossa e poi molti strati di vernice trasparente con pennello soffice, intercalati sempre da carta abrasiva finissima, non oltre comunque la 1500.

Il progetto di ponticello e la sua realizzazione sono state la fase più delicata e complicata. Sono partito da un'immagine trovata in un video. La particolarità di questo ponte è che il Sound Post (l'anima) fa parte del ponte e si incastra in un incavo della tavola armonica superiore, mentre normalmente è un pezzo separato incastrato fra
la tavola armonica superiore e il fondo dei violini e violoncelli.

Ho poi modificato il progetto iniziale inclinando la parte del ponte dedicata alle 16 corde simpatiche, per evitare che l'archetto le toccasse quando lo si inclina per suonare solo le prime corde principali basse.

Ho rifatto il capotasto in osso incollando due pezzi per chitarra. L'ho fatto alto la metà di quello di legno originale che credo fosse sbagliato visto che la tecnica usata da diversi musicisti è quella di toccare il manico con i polpastrelli mentre si schiacciano lateralmente le corde con le unghie. L'originale alto il doppio rendeva impossibile questa modalità.

Ho preso come riferimento alcuni ponticelli nei video su youtube, la mia principale 
irrinunciabile fonte di informazioni tecniche.


Avendo abbassato il capotasto ho dovuto mettere dei piccoli meccanismi a rotelline (per chitarra elettrica) per tenere basse le corde dando la giusta inclinazione verso il capotasto. Ho anche spostato i due piroli delle corde basse, la prima e la seconda, che intralciavano il passaggio delle corde simpatiche.
Ed ecco il sistema dei 6 piroli principali e i 16 delle corde simpatiche.

In fine, in perfetto spirito Eco Recycling, da un pelapatate rotto ho ricavato una leva per tenere abbassata la cordiera (per violino 1/2) delle corde simpatiche.



Accordatura dopo  alcune prove: 
6 corde principali: F2 Bb2 F3 Bb3 F4 C5
16 corde simpatiche: intervalli di mezzo tono da Bb3 a C#5

In ambiente gotico


domenica 10 dicembre 2023

Pittura e anelito di infinito

 Mostrare l’evidenza del trascendente


La copertina della rivista di Caritas Ticino di Natale é una natività del fiammingo Petrus Christus (1410-1475) di Bruges. Chiara Pirovano conclude la presentazione di questo dipinto con una sottolineatura che mi colpisce profondamente relativamente al contesto culturale e religioso che stiamo vivendo.
"......la Natività del nostro artista risponde con elegante naturalismo paesaggistico e virtuosismo formidabile nella resa dei dettagli, a quel desiderio innato negli artisti fiamminghi del Quattrocento con cui cercarono a più riprese di “mostrare l’evidenza del trascendente nella realtà contingente” (C.Pescio) assecondando quel sentimento, oggi atterrito da un’assordante secolarizzazione, che attraverso l’arte dava forma e figura, sin dal medioevo, al divino partendo dalla natura imperfetta."

Di fronte all'incanto che provo guardando opere d'arte di questa caratura, ai fiamminghi che mi affascinasno, mi chiedo cosa significhi oggi “mostrare l’evidenza del trascendente nella realtà contingente, assecondando quel sentimento, che attraverso l’arte dava forma e figura al divino, partendo dalla natura imperfetta."
Sento che la bellezza e l'esperienza del bello, caratterizzano in modo inequivocabile la struttura umana che vive un anelito d'infinito anche quando questo non è percepito coscientemente. Gli esseri umani si distinguono per questa peculiarità nel poter cogliere un desiderio profondo di raggiungere un orizzonte senza confini per rispondere a un bisogno originale di completezza impossibile con la sola comprensione umana della realtà.

I fiamminghi del quattrocento, ma non solo, osavano rappresentare "l'evidenza della trascendenza" nella realtà che li circondava, una realtà imperfetta carica di limiti ma utilizzabile per dare "forma e figura al divino".

Cosa non funziona più? Perché non sappiamo più osare tanto? Non credo sia una questione di fede, anche se una cultura secolarizzata mette a dura prova i presupposti di un modello di vita religiosa centrato sulla figura di un Dio fattosi uomo. Credo però che la questione nodale sia più laica ed abbia a che vedere con una incapacità ad ammettere che l'anelito di infinito sia radicato profondamente nella natura umana. Siamo in balia di una cultura possibilista, relativista, dal ventre molle, che privilegia il "politically correct" di fronte a una possibile verità assoluta totalmente misconosciuta. Siamo arrivati alla "cancel culture". Togliamo goffamente i simboli religiosi per non offendere quelli di altre confessioni mentre neghiamo così a tutti la possibilità di credere in qualcosa. Siamo orfani di un pensiero sano.

Forse contemplare oggi, lasciandoci emozionare, opere che appartengono a una cultura che osava “mostrare l’evidenza del trascendente" ci può aiutare a riscoprire la nostalgia di un anelito nascosto nel profondo di noi stessi.