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mercoledì 28 settembre 2022

Formazione dell'equipe di Caritas Ticino

 L'operatore sociale a Caritas Ticino

Sono stato invitato a un incontro di formazione dell'équipe di Caritas Ticino il 22 settembre 2022 sul tema "L'operatore sociale di Caritas Ticino" con Graziano Martignoni. Mi è stata chiesta una testimonianza personale. Eccola


Il testo dell'intervento.

Per far capire la mia esperienza di operatore sociale di CATI, evidentemente con un ruolo un po’ speciale ma pur sempre un operatore sociale, devo fare una sorta di premessa un po’ biografica, non solo professionale.

Ho vissuto il 68 con intensità. Nel 68 ho conosciuto colei che poi tre anni dopo avrei sposato e abbiamo festeggiato i cinquant'anni di matrimonio l'anno scorso. Abbiamo vissuto intensamente questa rivoluzione culturale, per me anche musicale, per cui ho suonato per anni in band e mi sono occupato di musica, di arte con una grande curiosità, sognando come molti in quegli anni, grandi cambiamenti, grandi rivoluzioni. Avevo i capelli lunghi in un periodo in cui non erano bene accetti ad esempio quando passavi una frontiera. Ho vissuto un periodo molto particolare, molto interessante.

Preparavo gli esami di maturità federale, quindi studiavo da solo e durante una prima parte di esami a Lugano, uno che li faceva con me mi ha invitato a partecipare a un gruppo che faceva un’esperienza religiosa, sarebbe diventato CL. Con Dani abbiamo cominciato a partecipare a questi incontri un po’ strani, dove c'era una sorta di fascino per il modo di stare assieme di questa gente che ci sembrava fosse tutto sommato più felice di quella che frequentavamo prima. Credo che sia stato questo l'elemento determinante del nostro interesse per quell'ambiente.

Lì abbiamo conosciuto don Luigi Giussani, una figura molto particolare e davvero straordinaria. Un pensatore, che ogni anno veniva a fare gli esercizi spirituali, cioè un paio di giorni di incontri. E peraltro sono 100 anni dalla nascita di Giussani* e CATI, col suo settore informazione, ha fatto la diretta streaming del convegno qui a Lugano.

Avevamo conosciuto anche Eugenio Corecco, professore di diritto canonico, che è diventato mondialmente un'autorità in materia. Conduceva questa comunità ed è diventato nostra guida spirituale. Ma è anche la persona che, da vescovo, ha determinato la svolta importante di Caritas Ticino negli anni 90.

La particolarità che ci colpiva di quell’esperienza religiosa era la radicalità e la passione con cui vivere e stare assieme agli altri.

Devo dire che nel fermento rivoluzionario di quegli anni, il desiderio di vivere intensamente le cose era davvero molto grande. Quindi abbiamo fatto esperienze molto belle e molto affascinanti. Abbiamo studiato a Friborgo, dove appunto c'era Eugenio Corecco che è diventato anche un grande amico. Ci ha sposato lui a Friborgo, poi siamo andati a Parigi a studiare, eccetera. 

Ma uno dei fatti più importanti della nostra vita che ha marcato poi molto il mio modo di concepire il lavoro sociale è stato il cominciare a fare delle vacanze con delle persone handicappate, le cosiddette colonie integrate e quando poi abbiamo avuto dei figli, li portavamo in colonia, anche neonati. Abbiamo fatto colonie per parecchi anni. Del resto abbiamo degli amici che continuano ancora adesso, cioè i figli di quelli che avevano cominciato.

Una esperienza di incontro con persone che avevano problemi seri, di tipo fisico ma anche psichico, vivendo delle vacanze, senza pretese terapeutiche, nient’altro che stare assieme, vivere assieme come della gente normale che fa le vacanze. È stata un'esperienza formativa veramente molto importante.

Ma l'elemento credo straordinario è stato l'insegnamento di Eugenio Corecco che, quando poteva, partecipava a questi momenti di vacanza; lui ci ha sostanzialmente insegnato e aiutato a guardare le persone portatrici di handicap in un modo completamente diverso rispetto al pensiero dominante.

Lui diceva, da persona profondamente religiosa, che nel volto di queste persone, un volto segnato dalla malattia e dalla sofferenza, noi dovevamo vedere Gesù Cristo. Questa è la questione nodale. Perché? Perché quelle persone segnate da un handicap avevano una dignità grande e non erano definite dall'handicap.

È quello che di fatto c'è scritto sulla facciata del Catishop di Pregassona: “la persona è molto più del suo bisogno.”

Questa è la questione fondamentale. E questo è uno sguardo sull'altro che non colpisce solo chi è credente. Cioè non c'è bisogno di avere la fede e di essere praticanti per capire che questa è una cosa straordinaria, nel senso che il richiamo di Corecco a guardare questi volti sofferenti come se fossero Gesù Cristo, tradotto in termini laici, vuol dire guardare quelle persone non definendole per quello che non hanno, per la loro mancanza, per il deficit, ma definendole per quello che sono profondamente, per la loro dignità, cioè riconoscendo a queste persone una dignità intrinseca. 

Questo diciamo che non succede tanto facilmente. Credo che abbiamo spesso assistito a forme di “angelismo” nei confronti delle persone handicappate, o nei confronti delle persone che hanno un problema, nel senso di guardarle privandole di fatto della loro dignità profonda, perché si ritiene che non siano responsabili di nulla. È una cosa sottile, è una sorta di malattia sottile che si manifesta in forme anche innocenti nel linguaggio.

Pensate al fatto che molto spesso, a una persona con un handicap, o a una persona anziana un po’ debilitata, si dà del tu, pur non essendo suoi amici. E il linguaggio di fatto tradisce un pregiudizio e un giudizio. Chiedete a Dante quante volte probabilmente è stato obbligato a attraversare una strada che non voleva attraversare, oppure quante persone che non lo conoscono si permettono di dargli del tu, perché siccome non vede, si crede che probabilmente debba essere anche scemo!

In proposito un aneddoto del mio amico Giacomo Contri psicoanalista milanese morto a gennaio.  Molti anni fa, a un incontro di operatori sociali che si occupavano di persone handicappate, li aveva provocati, dicendo che “Anche gli handicappati vanno all'inferno.”

Tutti sono saltati per aria, ma a me era piaciuta da morire perché nella sua provocazione c’era l'affermazione della dignità della persona handicappata al punto tale da riconoscergli, la possibilità di scelta: anche quando l’handicap è grave c'è un angolo di libertà dove la persona può scegliere. Evidentemente se gli si concede di scegliere, vuol dire che gli si può permettere di scegliere anche di comportarsi male e in questo senso “la persona handicappata può andare all'inferno”. C'è di fatto un riconoscimento per me bellissimo della libertà e della dignità personale.

Nell’’80 sono arrivato a CATI per l’accoglienza dei boat people vietnamiti, erano i profughi vietnamiti che scappavano dal Vietnam, ne sono scappati 1.000.000 sulle barche e metà ha perso la vita in mare o coi pirati. Dovevo occuparmi soprattutto dell’animazione delle comunità di accoglienza essenzialmente parrocchiali. Ed era la prima volta che su larga scala si usava questo metodo.

Non si trattava prevalentemente di un intervento diretto con i profughi, ma di un lavoro mediato di animazione delle comunità che maturavano un cammino di accoglienza dei profughi. Ed è stata un'esperienza davvero formativa e molto interessante per me perché mi ha permesso di approfondire e di mettere a tema tutta una serie di questioni che fanno parte del welfare, cioè dello stato sociale e quindi dell'impostazione del lavoro sociale. Diciamo che questo impegno è stato una sorta di lavoro preparatorio che mi ha permesso poi negli anni 90, in particolare nel 92, quando c'è stato il 50º di CATI, di intuire la genialità del pensiero del vescovo Eugenio Corecco. 

Quindi una svolta per CATI che poi negli anni successivi abbiamo tradotto anche in termini laici, con personaggi che ci hanno aiutato con i loro scritti come Muhammad Yunus, Amartya Sen e C.K. Prahalad. Personaggi che affermavano che nella persona c'erano delle risorse. Era sostanzialmente quello che ci diceva in termini religiosi Corecco; in termini laici voleva dire scoprire le risorse che ci sono in tutti. Ma affermare che in tutti ci sono sempre delle risorse è qualcosa di assolutamente rivoluzionario che ha delle conseguenze politiche, di politica sociale, e si contrappone completamente a una concezione assistenziale del rapporto con chi ha bisogno.

La questione nodale è questa: credere che le persone hanno sempre delle risorse, magari nascoste, magari difficili da tirar fuori. Vuol dire che c'è la possibilità di aiutare queste persone a diventare dei soggetti attivi e non essere degli oggetti passivi che ricevono da altri gli aiuti. Questo è il cambiamento sostanziale che Caritas Ticino ha fatto, passando da un'attenzione al “bisogno” dove tutte le organizzazioni socio caritative focalizzano la loro mission, cambiando l'asse e il focus sulle risorse delle persone. Dal bisogno alle risorse.

Allora aiutare la persona bisognosa a scoprire e attivare le proprie risorse, sono convinto sia il compito principale dell'operatore sociale di una Caritas come CATI. Poi naturalmente bisogna anche fare le lotte politiche contro le ingiustizie che ci sono, contro gli errori di un sistema di welfare che ha dei buchi e delle falle. Bisogna farle davvero queste lotte politiche. Ma il compito principale, il compito primo dell'operatore, credo sia proprio quello di aiutare le persone a scoprire e attivare le proprie risorse.

È chiaro che bisogna distinguere il momento dell'emergenza, quello che è il momento dove bisogna assolutamente intervenire subito. E questo sia che si tratti di una persona singola, sia che si tratti di un gruppo. Passato questo momento iniziale di emergenza, bisogna sempre, e sottolineo sempre, tornare alla questione delle risorse che le persone hanno, aiutandole ad attivarle, aiutandole a scoprirle.

Questa idea si contrappone alla concezione assistenziale ancora oggi diffusa prevalentemente in area cattolica e di sinistra, perché se tutti sono portatori di risorse significa che possono diventare soggetti attivi e non essere ridotti a oggetti passivi che ricevono aiuto perché ritenuti vittime incapaci di essere attori della propria rinascita. Ed è proprio questo non riconoscimento delle risorse che impedisce alla persona bisognosa di uscire dal limbo dell’impotenza. Molte forme di aiuto che hanno il tarlo dell’assistenzialismo, spesso la distribuzione di soldi, impediscono alle persone di attivarsi e scoprire le proprie risorse.

Quando si ha questo sguardo come operatori sociali, si capisce che non è possibile sostituirsi a nessuno. Non si è onnipotenti e non ci si può sostituire a nessuno. Quindi il lavoro dell'operatore sociale è in fondo un lavoro sempre un passo indietro. Questo l'ho sentito in modo molto profondo nella mia esperienza, perché molto spesso ciò vuol dire accettare la libertà dell'altro, che pensa male e pensa sbagliato, che fa scelte sbagliate, che avranno conseguenze. L'operatore deve fare di tutto per convincere, per far capire a quella persona che cosa potrebbe cambiarle la vita, ma mai sostituirsi a lei, mai entrare in una sorta di tentativo risolutivo dall’esterno.

E questo è il guaio continuo di molti operatori sociali, e di molte organizzazioni socio-caritative. A CATI ad esempio noi non abbiamo le “épiceries”, cioè le banche alimentari, a Caritas Ticino ci siamo sempre opposti quando in tutta la Svizzera tutte le Caritas le hanno. Il motivo è preciso: crediamo che queste forme assistenzialiste di aiuto limitino le possibilità di diventare soggetti attivi.

Nel corso degli anni abbiamo coniato uno slogan che riassume tutta l’impostazione di questo pensiero sociale: Dalla povertà si esce solo diventando soggetti economici produttivi.

Le conseguenze di questo slogan sono enormi e per me sono state una lotta controcorrente continua; mi sono sentito dire molte , soprattutto in area cattolica e di sinistra, “hai ragione ma bisogna fare delle eccezioni”. Ho sempre risposto che non ci sono eccezioni a un pensiero sano.

E si può fare anche se a volte è faticosissimo. Scoprire le risorse delle persone è una cosa spesso davvero molto difficile. Ma si può fare.

E si possono vivere delle esperienze straordinarie quando le persone hanno compreso che possono diventare davvero gli attori della propria rinascita.

È stato estremamente gratificante vivere questi incontri e  queste cose con passione, e raccontarle cercando di spiegarle ad esempio con migliaia di video su youtube, raccontando esperienze, come abbiamo fatto con Graziano Martignoni, che abbiamo rimpicciolito mettendolo in video in un modellino di casetta che un contadino di Berna aveva costruito molti anni fa, o in altre ambientazioni strane e divertenti. Ma tutto questo per affermare che la persona che ha bisogno di aiuto ha una dignità straordinaria che va scoperta, perché possa sempre e comunque rinascere.

Quindi la mia esperienza di operatore sociale è stata bellissima. E auguro anche a voi di andare un giorno in pensione riguardando la vostra vita, dicendovi che tutto sommato avete contribuito a costruire un pezzettino di mondo migliore.


*Un mio ricordo di don Luigi Giussani:



domenica 1 marzo 2020

25 anni dalla morte del vescovo Eugenio

Come ricordare un saggio, un maestro, un amico?

Oggi, 25 anni fa moriva il vescovo Eugenio Corecco e la sua memoria è la gioiosa presenza di una bella persona, un saggio, un maestro, un amico. 
Come ricordarlo anche a chi incrocia queste note? Come si ricorda un saggio a chi magari non ne ha ancora incontrato uno, perché di saggi nella vita non se ne possono incontrare molti? Su questo blog lui è menzionato, in 11 post, alcuni a lui dedicati, perché è stata una delle persone più importanti nella mia vita. Probabilmente il modo giusto per ricordarlo è quello di guardare con serenità alla realtà che ci circonda in una prospettiva di percorso carico di significato. Corecco infatti, dai rapporti personali alle dotte riflessioni teologiche aveva sempre una sorta di sguardo sereno che rimandava al significato profondo di ogni cosa. Voleva bene alle persone, voleva bene alla realtà che guardava con lucidità, voleva bene al "pensiero". 


Nel post in suo ricordo del 2015: "Da Vescovo, qualche anno prima di morire, mi ha affidato Caritas Ticino, un direttore laico non era certo nella tradizione e nelle aspettative, e rivoluzionò le basi del modello di intervento sociale che fino ad allora era indiscusso: il "bisogno" non doveva più essere il punto di riferimento per pensare al sociale, ma la "persona" che è molto più del suo bisogno, cioè portatrice di risorse. Ho una gratitudine smisurata per questa idea straordinaria che mi ha arricchito personalmente permettendomi di lottare controcorrente per affermare un pensiero geniale che fonda la speranza su una visione positiva e vincente della persona, anche quella più segnata dalla sofferenza e dal limite. Non era un sociologo o un economista ma un uomo di fede e questa immagine della persona non definita dai limiti ma dalle risorse, nasceva proprio dalla sua capacità di coniugare fede e ragione: la salvezza è possibile per tutti."



E sulla facciata del CATISHOP.CH a Pregassona, il gigantesco tabellone metallico di 4m x 8m (600kg) riporta la sua frase del 1992 che ha rivoluzionato la concezione dell'impegno sociale tradizionale per Caritas Ticino:
"La carità non ha come misura il bisogno dell'altro, ma la ricchezza dell'amore di Dio. È infatti limitante guardare all'uomo e valutarlo a partire dal suo bisogno, poiché l'uomo è di più del suo bisogno"

La seconda intuizione geniale del vescovo Eugenio Corecco per quel che riguarda Caritas Ticino e la mia vita professionale, è stata quella sull'informazione elettronica. Voleva che facessimo una radio ma poi ci incoraggiò a lanciarci nell'avventura della produzione televisiva, che per un'organizzazione locale socio-caritativa, nel 1994 era qualcosa di assolutamente impensabile. Morì dopo pochi mesi dall'inizio di questa impresa straordinaria ma la sua eredità morale, la sua caparbietà, il suo sperare contro ogni speranza, ci ha accompagnato e sostenuto fino a oggi, ogni settimana, anno dopo anno per 25 anni. 

Mi piace pensare che i 1800 video su youtube siano il segno della sua presenza e della sua benevolenza. 25 anni di produzione video e 25 anni da quando l'amico saggio ci ha lasciati indicandoci la strada.

sabato 25 novembre 2017

La povertà e l'ideologia dominante

La povertà e l'ideologia dominante: dai media (RSI in primis) allo Stato e ai privati

Il 23 novembre 2017 a pag 25 del Giornale del Popolo ho avuto l'onore di un terzo di pagina per esprimere ciò che penso della povertà in Svizzera da raccontare in TV.

La giornalista che mi ha contattato mi ha scritto che aveva visto la trasmissione "60 minuti" della RSI2 del 20 novembre Il costo della Povertà 60-minuti/RSI2. Voleva sapere da me come si fa ad approfondire il tema della povertà vista l'esperienza televisiva di Caritas Ticino a cui ho dato il mio contributo fin dalla sua nascita nel 1994. Non so quanto fosse cosciente del fatto che "60 minuti" era agli antipodi della mia lettura della povertà e darmi carta bianca voleva dire dar voce a una posizione ben diversa sulla lettura della povertà da quella dominante e stravincente su tutti i media, fra i politici e fra le organizzazioni caritative/assistenziali. Nessuno se ne sarà accorto perché la mediocrità intellettuale è lo standard accettato incodizionatamente ma il discorso improntato sulle risorse delle persone che non sono mai definite dalla loro indigenza, povertà, penuria, handicap e mancanza, che io ho fatto mio e di Caritas Ticino partendo dal Vescovo Eugenio Corecco, poi da Muhammad Yunus, Amartya Senn e C.K.Prahalad, e dall'enciclica di Benedetto XVI del 2009 Caritas in veritate, non ha proprio nulla a che vedere con quello che hanno detto i partecipanti a "60 minuti" ne "Il costo della povertà".

La tesi dominante sulla povertà in Svizzera è stata esposta infatti nei primi minuti della trasmissione con alcuni dati di cui il conduttore ha detto, spazzando via ogni spazio di possibile obiezione: "sarebbe da incoscenti ignorare questa situazione". E la situazione che sarebbe da incoscienti ignorare è che in Svizzera ci sarebbero 75000 bambini poveri e più di 200000 a rischio di povertà e in Ticino una famiglia su tre se riceve una fattura di 2500 FR non prevista, non è in grado di pagarla. Tutta la trasmissione è stata uno sviluppo analitico con abbondanti scivolamenti pietistici per dimostrare la tesi della povertà dilagante e sostanzialmente del fallimento totale dello stato sociale al punto che oggi, secondo loro, le organizzazioni private devono sopperire ai buchi dello Stato inadempiente. Un quadro da catastrofe che però è estremamente gratificante perché fa sentire tutti buoni e protesi verso i poveri che finalmente ci sono. E verso Natale questo è proprio un bel ragalo!

Questo quadretto catastrofico non ha avuto la benché minima obiezione o accenno a ipotesi diverse in tutti i 60 minuti di trasmissione: i due ricercatori, con linguaggio dotto e piacevole hanno sciorinato la teoria della penuria che non ha vie di uscita se non in un miracolo economico in cui i poveri svizzeri di conseguenza diventerebbero ricchi! Uno dei due, spiegando i parametri per definire i poveri in Svizzera ha accennato alla difficoltà di paragonare il parametro della soglia di povertà in valore assoluto (franchetti sonanti) con quello degli altri stati europei e quindi la sostituzione di questo paramentro con quello "relativo" del 60% del reddito medio, e nessuno ha reagito e forse nessuno si è accorto di cosa realmente stesse dicendo: in realtà aveva messo il dito sulla piaga di un indicatore illuminante dei criteri molto relativi adottati in Svizzera. Se infatti si adotta la soglia di povertà in valore assoluto, cioè 2500 Fr per persona singola e 4000 per coppia con due figli, si deve aver vergogna ad andare a raccontarlo mettendo il naso al di là della frontiera, dove più aumentano i kilometri e più l'assurdità appare evidente. La povertà materiale infatti nel mondo esiste ma non è nemmeno lontanamente paragonabile a quella svizzera sbandierata da media, dai politici e dalle organizzazione assitenziali private.

Quando avevo i miei 5 figli piccoli e mia moglie non lavorava probabilmente se ci fosse arrivata una fattura improvvisa di 2500 Fr non avremmo potuto pagarla interamente quel mese, ma non ci siamo mai sentiti poveri ed abbiamo sempre pensato di avere risorse e creatività per mantenere modestamente ma decorosamente il livello di vita della nostra famiglia. Questo perché la povertà ,materiale in paesi ricchi come la svizzera è prima di tutto nella testa delle persone ed è ideologica.

Non avere sempre tutto e subito può essere una palestra interessante per valorizzare le proprie risorse ed abituarsi a interrogarsi su cosa potrei prima di tutto fare io prima di aspettare che altri, lo Stato o chissà chi, si debbano preoccupare per me.

Ma poi quello che mi disturba in questo piagnisteo, che si aquisce ogni anno in periodo prenatalizio, è che questo non è mai da stimolo o da pungolo per affrontare il problema dei bassi salari, della mancanza di contratti collettivi per diverse categorie, del dumping salariale che creano disparità e disuguaglianze inaccettabili fra i lavoratori: una questione di giustizia sociale prima che di povertà. Quasi paradossale, per non dire grottesco, che fra gli ospiti di "60 minuti" ci fosse un ex esponente di spicco del mondo imprenditoriale ticinese riconvertito recentemente all'umanitario di stampo assistenzialista che oggi si commuove scoprendo i poveri svizzeri, con distribuzioni di zainetti scolastici ai bambini meno abienti. Mancava solo il frate delle mense dei poveri che forse non poteva quella sera.

La cosa più triste per me comunque in questa diffusione a macchia d'olio della visione pauperista dominante è l'assenza della contrapposizione di quella straordinaria saggezza che la Chiesa, quando pensa, è capace di proporre con una lettura dell'economia e del sociale come in Caritas in veritate.

lunedì 29 maggio 2017

Pensionato di lusso

La condizione del pensionato pienamente realizzato

Non bisognerebbe vendere la pelle dell'orso prima di averlo catturato ma 5 mesi sono già un buon periodo per una prima valutazione di questa nuova e particolarissima condizione: l'essere pensionato.
Per tutta la vita infatti il ritmo e le azioni da compiere sono ben determinate da tutta una serie di forme di condizionamenti, magari scelte liberamente, ma comunque che mantengono in binari precisi: dall'asilo, la scuola, l'università, il lavoro, la famiglia e le responsabilità che aumentano, più o meno tutto è codificato e "scheduled" (cioè in agenda).
Da pensionato invece per la prima volta scegli tutto quello che ti interessa, o magari è importante fare, ma trasformando l'agenda elettronica solo in un mezzo funzionale a una buona e piacevole organizzazione. Non essere più obbligati o costretti a fare quasi nulla di tutte le cose che occupano la propria giornata da pensionato: se alle 3 del pomeriggio mi scarico un concerto posso permettermi di guardarlo e ascoltarlo fino alla fine, oppure posso andare a cercare una certa scena di un film e poi riguardarmelo tutto su grande schermo con suono da cinema. E se leggo una notizia intrigante posso dedicare ore andando a cercare tutto quello che le testate di mezzo mondo hanno scritto e poi sceglier di leggere o tenere in sospeso, articoli che prima della pensione non avrei mai avuto il tempo di leggere. Cercare ad esempio tutto quello che ha composto e/suonato un musicista appena scovato quasi casualmente, perché ha lavorato con qualcuno che conosco, e passare ore o giorni a curiosare, ascoltare, copiare, senza dover smettere perché posso farlo, è assolutamente straordinario. È magnifico.
Credo che la cosa più interessante di questa nuova condizione stia nella possibilità di soddisfare l'insaziabile curiosità dl sapere cose nuove, affascinanti, prendendosi il tempo per scoprire ed assaporare il "bello". 

Non ho mai vissuto voltandomi indietro a guardare il passato e non credo che comincerò adesso a farlo anche se sembrerebbo doveroso, insomma d'obbligo, perché ci sono troppe cose affascinanti da scoprire. Comunque ogni tanto mi ritrovo anch'io a guardare indietro, come nell'intervista che "Il Ceresio" ha pubblicato nel numero di maggio, dandomi uno spazio enorme che non ho mai avuto in tutta la mia carriera per raccontare cosa penso e cosa ho fatto.
Ed ecco l'intervista



venerdì 30 dicembre 2016

Quasi in pensione

Quasi in pensione

Il 31 dicembre vado in pensione e nell'avvicinarsi ho scritto e detto alcune cose. 
Durante l'incontro natalizio di Caritas Ticino nel Sigrid Undset Club ho fatto alcune riflessioni di commiato.
 Per ascoltare la registrazione di mezz'ora, cliccare sulla foto.
http://cativideo.dyndns.org/cati/altro/formazioneCATI/Natale_2016_Roby.mp3


E sul numero natalizio della rivista di Caritas Ticino ho scritto l'editoriale.

 Per leggere tutta la rivista completa cliccare sulla foto di copertina
http://www.caritas-ticino.ch/media/rivista/archivio/riv_1604/Rivista%20completa.pdf

Per leggere l'editoriale in pdf cliccare sulla foto della pagina sotto
http://www.caritas-ticino.ch/media/rivista/archivio/riv_1604/Noris_Roby_editoriale_2016_04.pdf

Dal 1 gennaio 2017 una nuova sfida
 

sabato 27 agosto 2016

BURKINI, TOPLESS E BUON SENSO

BURKINI, TOPLESS E BUON SENSO


Non mi capita quasi mai di passare delle ore su una spiaggia, forse per questo le rare occasioni diventano momento di riflessione sullo sfondo di una natura marittima di grande fascino e una natura umana spesso meno entusiasmante. Albenga 23 agosto dalle 4 del pomeriggio alle 8, sedia pieghevole e Kindle a 10 metri dall’acqua, leggendo un saggio poco interessante sul gioco d’azzardo negli USA. Sulla destra, a qualche metro una gentil donzella mette in mostra le sue grazie in topless, mentre davanti, coi piedi nell’acqua, due suore in abito lungo bianco passeggiano contemplando il mare. Due mondi a confronto, ma ce n’è un terzo a pochi chilometri al di là della frontiera francese vicina. Il recente divieto su diverse spiagge di portare il burkini, un costume molto castigato che ricopre la quasi totalità del corpo femminile, adottato da molte donne musulmane, fa discutere sui social-network con una foto scioccante che finisce persino sul New York Times del 25 agosto: 4 poliziotti armati circondano una donna in burkini in ginocchio sulla spiaggia che è visibilmente costretta a togliersi l’indumento incriminato. 
I disordini fra turisti che fotografavano le donne così vestite e i loro mariti che li hanno picchiati, hanno influito su queste misure di “ordine pubblico” di alcuni comuni marittimi francesi. Una foto virale scattata a Nizza a 111 km dalle due suore ad Albenga che alle 7, dopo la partenza della folla dei bagnanti, mentre imperterrite continuavano il loro pediluvio, ho fotografato. 
Una immagine che credo possa rappresentare una realtà italiana dove non avrebbe fatto problema a nessuno se fra la ragazza in topless e le due suore fosse arrivata una signora musulmana in burkini. Sarebbe stata centro di curiosità quanto le altre protagoniste della mia incursione marittima, ma nulla di più. A pag. 44 riportiamo alcune considerazioni di Massimo Introvigne, esperto di fondamentalismo, che analizzando la situazione italiana non ancora toccata dal terrorismo islamico, individua fra le ragioni principali la contenuta radicalizzazione ideologica rispetto a quanto avvenuto in Francia. Non credo si debba disquisire sulla tolleranza ma semplicemente parlare di buon senso: la convivenza pacifica si costruisce distinguendo bene cosa va considerato come un attacco alla propria cultura e cosa sia solo un’innocua espressione della propria identità che non offende proprio nessuno, e al massimo richiede solo un minimo di apertura all’altro.
Nella lotta al terrorismo siamo confrontati con una guerra al fondamentalismo che è un elemento religioso presente nella storia non solo nell’Islam. Il Papa ha dichiarato, ed è piaciuto naturalmente a tutti, che non siamo di fronte a una guerra di religione, e certamente non lo è nel senso di uno scontro fra Islam e Cristianesimo, ma siamo di fronte a un problema enorme di natura religiosa che si sta manifestando con un fondamentalismo islamico dilagante che va affrontato nella sua estrema complessità, sia sul piano religioso, che culturale e politico; e bisognerebbe evitare le semplificazioni pericolose come l’illusione che non ci siano profonde differenze da affrontare, oppure, all’opposto, negando la possibilità di un dialogo intereligioso costruttivo.
Sono molto interessato alle riflessioni degli intellettuali musulmani coscienti che il fondamentalismo all’origine del terrorismo nasce all’interno dell’Islam, ed è solo da un lavoro di analisi interna all’Islam che potrà nascere una lotta efficace a queste derive. Sono persone straordinarie che, talvolta rischiando persino la vita, sono emarginate perché ciò che propongono è un lavoro difficile e nuovo per il mondo musulmano. Ricordo a questo proposito l’art sulla nostra rivista di Elham Manea, L’Isis è dentro di noi

Mi rendo però conto che questo cammino lungo e difficile ha bisogno anche di una atmosfera diffusa che favorisca prima di tutto la condivisione fra la gente normale, prima ancora di chissà quale dialogo teologico. In questo senso il gesto dei musulmani francesi che all’indomani dell’assassinio efferato dell’anziano sacerdote, si sono uniti in preghiera nelle chiese cattoliche, è un tassello importante di quel clima che deve costruirsi oggi soprattutto in Europa: chi cavilla o contesta questi incontri di solidarietà e di preghiera, ripetuti poi in Italia e persino in Ticino, manca di lungimiranza e di buon senso, tanto quanto i sindaci di quelle città balneari francesi che credono di difendere la laicità accanendosi contro un costume da bagno.  

venerdì 4 settembre 2015

La rete che aiuta

LA RETE CHE AIUTA

Alla giornata indetta dalla SUPSI “SOCIALMENTE: Le giornate di lavoro sociale” del 3 settembre 2015 per gli studenti di Bachelor mi è stato affidato il tema:

La rete che aiuta
Comunicazione in rete e comunicazione tradizionale


Nella comunicazione tradizionale la caratteristica determinante non è tanto il supporto, magari cartaceo, ma il rapporto che devo stabilire per ottenere quell’informazione, devo scoprire chi l’ha prodotta, dove si trovi ora, valutare la disponibilità e mettere in atto un sistema di trasmissione di quell’informazione a partire dal luogo di origine o dove risiede ora, biblioteca ad esempio, e permettere a me che posso essere anche all’altro capo del mondo, di poter accedere a quell’informazione. Magari dovrò fare un viaggio per incontrare qualcuno o procurarmi dei documenti che costituiscono l’elemento di conoscenza che sto cercando. Ciò che mi sembra definire questa modalità è la scala gerarchica che distingue nettamente chi detiene elementi di conoscienza, magari li ha creati, e chi ha bisogno di quegli elementi ma non ne dispone e deve riuscire ottenerli muovendosi in questa sorta di relazione di dipendenza.

Ciò che contraddistingue la rete rispetto alla comunicazione tradizionale è la non rilevanza dei luoghi di produzione o di deposito della conoscienza. Quando si naviga e si acquisiscono informazioni in rete si utilizza un sistema di connessioni attraverso nodi che costituiscono il sistema base di trasmissione della rete. Una informazione ci perviene a volte segmentata e proveniente da luoghi molto diversi ma al livello finale di fruizione l’informazione si presenta con caratteristiche unitarie  e coerenti che non dicono molto su dove e come questa sia stata prodotta (es torrent). In prima battuta non ci preoccupiamo mai del dato di origine, cioè del dove, come e quando si sia prodotto quell’elemento di conoscienza. Non dobbiamo quasi mai entrare neppure in relazione e tantomeno in una relazione di dipendenza con chi produce o detiene le informazioni che cerchiamo. Non c’è più un sistema gerarchico che condiziona il rapporto fra produttore di conoscenza e fruitore.
Il modello della comunicazione in rete rende partner virtuali indipendenti e paritari sia coloro che producono conoscenza sia coloro che ne usufruiscono, con la possibilità “assolutamente democratica” che anche chi fruisce possa dare un contributo costruttivo in termini di implementazione delle conoscenze originali. Wikipedia è l’esempio più evidente di questa concezione dove tutti possono contribuire alla conoscenza e al sapere disponibile per tutti.

Filantropia, autoresponsabilizzazione e Socialbusiness

La filantropia tradizionale che soprattutto su modello americano si è sviluppata nel ventesimo secolo e permane tuttora, consiste nel devolvere mezzi, generalmente pecuniari, a realtà indigenti, definite povere, dove le persone vengono sostenute con l’obiettivo di modificare lo stato di penuria di risorse per cui si è intervenuti. L’efficacia relativamente bassa di questo gigantesco dispendio di energie e risorse varie, credo sia dovuto a un errore metodologico: si separa il momento e il luogo della produzione della ricchezza dal momento e luogo della distribuzione di risorse partendo dalla constatazione di penuria di risorse. Questo modo di operare e concepire l’intervento solidale mantiene la persona indigente nella condizione di “oggetto” di attenzione da parte del filantropo che distribuisce beni, impedendo che questa si trasformi invece in “soggetto economico produttivo”. 

Si contrappone a questo modello filantropico fondato sulla penuria di risorse, un modello invece concepito a partire dalle risorse, anche minime, perché fanno diventare “soggetti” i poveri che si autoresponsabilizzano in un processo produttivo fondato piuttosto sulle capacità: il Social Business di Muhammad Yunus o il concetto di risorsa di Amartya Sen (Capability). Lo slogan che ormai da anni Caritas Ticino ripete è quindi: “I poveri possono uscire dalla loro situazione di indigenza se diventano soggetti economici produttivi”. (video attività Pollegio e Rancate)
La svolta, una scelta di campo, è nata dal concetto espresso dal vescovo Corecco nel 1992: “un uomo è più del suo bisogno”. (video CATISHOP.CH con tabellone)

Democratizzazione della rete e del modello fondato sulla disponibilità di risorse.

Mi permetto un parallelismo di natura funzionale tra la rete e il modello sociale fondato sulle risorse e sulle capacità anche dei più poveri di diventare soggetti economici produttivi. In quest’ultimo non si distingue gerarchicamente chi è ricco e chi è povero, perché il sostegno e l’aiuto di chi è ricco si limita alla creazione delle condizioni favorevoli dove la persona indigente si attiverà diventando il soggetto della sua rinascita che lo affrancherà dalla sua condizione di povertà. Non una situazione gerarchica ma paritaria fra due entità che potenzialmente producono benessere, ricchezza, attraverso le loro risorse. La prima mette la seconda nella condizione di sperimentare la propria capacità produttiva, condizione fondamentale per uscire dall’indigenza. Nella rete è un po' la stessa situazione "democratica" in quanto diventano
partner virtuali indipendenti e paritari sia coloro che producono conoscenza sia coloro che ne usufruiscono.

 Video "Muhammad Yunus"

 video di Caritas Ticino

English version of the video

mercoledì 8 luglio 2015

SCHIAVITÙ moderna, un affare da 150 miliardi di dollari



SCHIAVITÙ moderna, un affare da 150 miliardi di dollari.


Stime da 20 a 36 milioni di persone.

(editoriale della rivista CARITAS TICINO luglio 2015)
http://www.caritas-ticino.ch/media/rivista/archivio/riv_1502/riv_2015_R2_index.html

http://www.caritas-ticino.ch/media/rivista/archivio/riv_1502/Noris_Roby_editoriale_R2_2015.pdf




A ricordarlo è Mira Sorvino, attrice hollywoodiana, protagonista nel 2005 del film Human Trafficking (rivista no 2 luglio 2007 e rivista no 4 dicembre 2011),
diventata ambasciatrice dell’ONU per la lotta alla schiavitù, traffico di esseri umani, in un servizio (scritto e video) della CNN, del 24 giugno 2015 
che fa rabbrividire riportando alla ribalta il dramma del traffico di esseri umani, schiavi moderni, che tocca un numero impressionante di paesi, dall’India alle Filippine, dalla Thailandia al Brasile, dal Nord Corea alla Somalia. Le stime variano da 20 a 36 milioni di persone.
E negli stessi giorni mi è capitato di vedere uno stralcio di un documentario francese sulla prostituzione infantile in Madagascar, che in sintesi diceva: la povertà e la mancanza di prospettive fanno sì che solo i turisti bianchi siano la fonte di sussistenza, la prostituzione è quindi per molte bambine l’unica forma di sopravvivenza. Tutti lo sanno, dai politici alla polizia, agli organismi sociali, tutti deplorano ma non c’è niente da fare.
Mi colpisce sempre questa tragedia umana moderna, che sembra normale, ineluttabile, cioè “non c’è niente da fare”, e mi chiedo se la storia un giorno non si chiederà perché questo sia avvenuto sotto gli occhi di tutti. Come lo sterminio di milioni di ebrei, di dissidenti e di “diversi”, operato dai nazisti sotto gli occhi di tutti. 


Mira Sorvino mi è particolarmente simpatica perché sfrutta la sua notorietà come elemento positivo per veicolare azioni, giudizi e iniziative contro il traffico di esseri umani. Una lotta impari che, prima di avere i limiti imposti dai pochi mezzi di fronte all’immensità del fenomeno, deve fare i conti con la mancanza dei riflettori mediatici accesi a pieno regime. In altri termini la nostra generale indifferenza; ma perché il traffico di esseri umani non ha mai le prime pagine? Un po’ come succede col tema della fame nel mondo: si sa che c’è ma poiché si pensano cose diverse sui mezzi per farla sparire allora non succede granché (vedi articolo a pag 12). Siccome non possiamo piangere continuamente sulle stesse tragedie, pena l’assuefazione e poi l’indifferenza, i media si adoperano per cambiare periodicamente il programma dei drammi umani da mettere sotto i riflettori. Ecco allora che uno Tsunami con migliaia di turisti occidentali coinvolti diventa un affare colossale che dura mesi: senza turisti occidentali non sarebbe stato nelle headline delle TV mondiali per più di tre giorni.
Ancora per un po’, avremo i riflettori sui migranti del mare (vedi art. pag.10), perché il Mediterraneo è vicino, perché i profughi interrogano l’Europa intera e Brussels non sa che pesci pigliare, l’Italia fa un po’ di spettacolo politico, ma alla fine si cita Gaddafi che gestiva arrivi e partenze dei potenziali migranti africani, e adesso che non c’è più è il caos totale. E voglio ricordare anche i “Perseguitati dell’ISIS” che ormai sono mediaticamente inesistenti, ma che a milioni sono ancora tutti lì nei campi profughi. Ma non fanno più notizia e quindi non se ne parla più. I meccanismi della comunicazione di massa funzionano così anche se ci sono milioni di persone attente e attive per costruire un mondo migliore e molti lottano strenuamente contro il traffico di esseri umani. 

E come sempre è una questione di pensiero. 

È appena uscito il film “Woman in gold” con Helen Mirren, magnifica interprete di una ebrea scampata all’Olocausto che lotta perché l’Austria riconosca che il famoso quadro di Klimt (titolo del film) è stato sottratto dai nazisti alla sua famiglia. Interessante nella tesi del film è la forza devastante del politically correct, cioè che un quadro del valore di centinaia di milioni possa spostare la verità dei fatti - cioè il quadro di Klimt apparteneva a una famiglia ebrea di Vienna a cui è stato confiscato dai nazisti - su un piano politico di relazioni internazionali. Solo la caparbietà di un giovane avvocato di origine ebree, nipote del compositore Schoenberg, riuscirà a rimettere la verità al suo posto. Non è solo un film, è storia, quindi a volte l’happy end c’è anche nella realtà.