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mercoledì 22 febbraio 2023

futuro distopico giapponese o profezia?

EUTANASIA A 75 ANNI E SUICIDIO DI MASSA DEGLI ANZIANI 

Per sostenere i giovani e risolvere il problema dell’invecchiamento della popolazione in Giappone: una provocazione su cui riflettere anche alle nostre latitudini


Ho visto recentemente il film giapponese “Plan 75” del 2022 sull’idea del favorire con incentivi, promozione su larga scala e sostegno governativo, l’eutanasia degli anziani a partire dai 75 anni. E negli stessi giorni, il 13 febbraio 2023 il NYT (New York Times) ha pubblicato un articolo relativo a una dichiarazione di un assistente professore giapponese di economia alla prestigiosa università di Yale che sosteneva che l’unica soluzione all’invecchiamento della popolazione in Giappone è il suicidio di massa degli anziani, facendo riferimento al “Seppuku”, il suicidio rituale dei samurai disonorati nel 19esimo secolo. 

E in una sua lezione Yusuke Narita aveva mostrato il film dell’orrore del 2019 “Midsommar” in cui secondo un culto svedese un anziano veniva mandato a suicidarsi lanciandosi da una alta scogliera. In proposito a un giornalista diceva: “"Se lei pensa che sia una cosa buona, allora forse può lavorare sodo per creare una società di questo tipo". 

L’articolo del NYT ha sollevato un putiferio ed è stato ripreso da numerose testate, e in Giappone tocca un tasto molto sensibile perché la società sta invecchiando fortemente ma per assetto socio-economico tradizionale, il passaggio del potere fra generazioni è molto difficile, quasi impossibile.

Il  dottor Yusuke Narita  

L’economista giapponese 37enne, dice che le sue affermazioni sono state estratte dal loro contesto; Il NYT aggiunge che “sebbene sia praticamente sconosciuto anche negli ambienti accademici statunitensi, le sue posizioni estreme, i suoi commenti sull'eutanasia e sulla sicurezza sociale, gli hanno permesso di guadagnare centinaia di migliaia di follower sui social media giapponesi, tra i giovani frustrati che ritengono che il loro progresso economico sia stato frenato da una società gerontocratica.” Verosimilmente proprio la notorietà sui social ha portato questa storia al NYT quasi due anni dopo le esternazioni del professore di Yale.

Il Dottor Narita ha scritto “Avrei dovuto essere più cauto sulle potenziali connotazioni negative.” Sostenendo che, “suicidio di massa” e “seppuku di massa” erano “una metafora astratta

Il NYT però cita l'editorialista Masato Fujisaki che “ha sostenuto su Newsweek Japan che le osservazioni del professore "non dovrebbero essere facilmente prese come una "metafora"". I fan del dottor Narita, ha detto Fujisaki, sono persone "che pensano che gli anziani dovrebbero già morire e che l'assistenza sociale dovrebbe essere tagliata". Nonostante la cultura della deferenza verso le generazioni più anziane, in Giappone sono già emerse idee sulla loro eliminazione. Un decennio fa, Taro Aso - all'epoca ministro delle Finanze e ora mediatore di potere nel Partito liberaldemocratico al governo - suggerì che gli anziani avrebbero dovuto "sbrigarsi a morire".

E bisogna anche tener conto della storia del Giappone dove parlare “di "suicidio di massa", suscita sensibilità storiche in un Paese in cui giovani sono stati mandati a morire come piloti kamikaze durante la Seconda Guerra Mondiale e i soldati giapponesi hanno ordinato a migliaia di famiglie di Okinawa di suicidarsi piuttosto che arrendersi.

Idee che secondo alcuni aprono le porte a un dibattito necessario sulle riforme pensionistiche e sul sistema di welfare, ma per altri si tratta solo di una sottolineatura del peso dell’invecchiamento della popolazione senza nessuna prospettiva realistica per alleviare la pressione sociale.

I critici temono che i suoi commenti possano evocare il tipo di sentimenti che hanno portato il Giappone ad approvare una legge sull'eugenetica nel 1948, in base alla quale i medici hanno sterilizzato forzatamente migliaia di persone con disabilità intellettive, malattie mentali o disturbi genetici. Nel 2016, un uomo che riteneva che i disabili dovessero essere sottoposti a eutanasia ha ucciso 19 persone in una casa di cura fuori Tokyo.”

Chie Hayakawa, la regista del film distopico “Plan 75”, che ci si augura non sia “profetico”, aveva fatto un test chiedendo ad amici anziani di sua madre e altri conoscenti: “Se il governo sponsorizzasse un programma di eutanasia per le persone con più di 75 anni, lei sarebbe d'accordo?" “La maggior parte delle persone era molto favorevole", ha detto la signora Hayakawa. "Non volevano essere un peso per gli altri o per i loro figli".


Chie Hayakawa regista di Plan 75

La regista 45enne, premiata a Cannes l’anno scorso per Plan 75, dice di non aver voluto prendere posizione sull’eutanasia: "Penso che il tipo di fine vita e di morte che si desidera sia una decisione molto personale", ha detto. "Non credo che sia qualcosa di così bianco o nero". Ma i suoi personaggi credo invece prendano posizione: il giovane che lavora per l’agenzia governativa che promuove e organizza il suicidio degli over 75, va in crisi quando si trova davanti un suo anziano zio che chiede di firmare il contratto del “Piano 75”, e alla fine ruberà il corpo dello zio (mi ricorda “I cannibali” del 1970 di Liliana Cavani) per dargli una degna sepoltura. E la protagonista 78enne che ha maturato dopo lunga esitazione la decisione dell’eutanasia, vede morire nel letto accanto dietro la tenda un altro anziano (lo zio del giovane) e assiste al furto del cadavere, si alza e scappa; davanti al tramonto canta sottovoce “Domani all’ombra del vecchio melo verrò per incontrarti. Quando il sole rosso scuro scende a Ovest.


Chieko Baisho interpreta una 78enne in “Plan 75.”

Sto scrivendo con le note di un Kokyu (sorta di violino giapponese) in sottofondo; ieri sera videotelefonavamo con mio figlio e mia nipote a Tokyo, forse per questo, quanto ho raccontato, mi appare ben più vicino di quello che sembra. E poi anagraficamente fra poco più di un anno io potrei entrare nel protocollo Plan 75!

Mi chiedo se la nostra cultura di origine cristiana, che ha nel suo DNA i valori del rispetto della vita e la protezione dei più deboli, riuscirà a controbilanciare la logica dell’eutanasia per ragioni socio-economiche o di “qualità” della vita? Un dibattito su un Plan 75 nostrano forse non è poi così lontano.



Ed ecco una versione leggermente ridotta pubblicata sulla rivista di Caritas Ticino.


E l'articolo del NYT del 13.02.2023 a cui si fa riferimento:

THE NEW YORK TIMES INTERNATIONAL MONDAY, FEBRUARY 13,3023

Scholar Suggests Mass Suicide for Japans Old. Does He Mean It?

 

TOKYO— His pronouncements could hardly sound more drastic.

In interviews and public ap­pearances, Yusuke Narita, an as­sistant professor of economics at Yale, has taken on the question of how to deal with the burdens of Ja­pan’s rapidly aging society.

“I feel like the only solution is pretty clear,” he said during one online news program in late 2021. “In the end, isn't it mass suicide and mass ‘seppuku’ of the eld­erly?” Seppuku is an act of ritual disembowelment that was a code among dishonored samurai in the 19th century.

Last year, when asked by a school-age boy to elaborate on his

                                                                     Hits a Nerve Over Carefor a Graying Society

mass seppuku theories, Dr Narita graphically described to a group of assembled students a scene from "Midsommar,” a 2019 horror film in which a Swedish cult sends one of its oldest members to com­mit suicide by jumping off a cliff.

“Whether that’s a good thing or not, that’s a more difficult ques­tion to answer,” Dr. Narita told the questioner as he assiduously scribbled notes. “So if you think that’s good, then maybe you can work hard toward creating a soci­ety like that”

Continued on Page A10

 

From Page A1

At other times, he has broached the topic of euthanasia. “The possibility of making it mandatory in the future,” he said in one interview, will “come up in discussion.”

Dr. Narita, 37, said that his statements had been “taken out of context” and that he was mainly addressing a growing effort to push the most senior people out of leadership positions in business and politics - to make room for younger generations. Nevertheless, with his comments on euthanasia and social security, he has pushed the hottest button in Japan.

While he is virtually unknown even in academic circles in the United States, his extreme positions have helped him gain hundreds of thousands of followers on social media in Japan among frustrated youths who believe their economic progress has been held back by a gerontocratic society.

Appearing frequently on Japanese online shows in T-shirts, hoodies or casual jackets, and wearing signature eyeglasses with one round and one square lens, Dr. Narita leans into his Ivy League pedigree as he fosters a nerdy shock jock impression. He is among a few Japanese provocateurs who have found an eager audience by gleefully breaching social taboos. His Twitter bio: “The things you’re told you’re not allowed to say are usually true.”

Last month, several commenters discovered Dr. jNarlta's remarks and began spreading them on social media. During a panel discussion on a respected internet talk show with scholars and journalists, Yuki Honda, a University of Tokyo sociologist, described his comments as “hatred toward the vulnerable.”

A growing group of critics warn that Dr. Narita's popularity could unduly sway public policy and social norms. Given Japan’s low birthrate and the highest public debt in the developed world, policymakers increasingly worry about how to fund Japan’s expanding pension obligations. The country is also grappling with growing numbers of older people who suffer from dementia or die alone.

In written answers to emailed questions, Dr. Narita said he was “primarily concerned with the phenomenon in Japan, where the same tycoons continue to dominate the worlds of politics, traditional industries, and media/entertainment/journalism for many years.”

The phrases “ mass suicide" and “mass seppuku,” he wrote, were “an abstract metaphor.”

“I should have been more careful about their potential negative connotations,” he added. “After some self-reflection, I stopped using the words last year."

His detractors say his repeated remarks on the subject have already spread dangerous ideas.

“It’s irresponsible," said Masaki Kubota, a journalist who has written about Dr. Narita. People panicking about the burdens of an aging society “might think. ‘Oh. my grandparents are the ones who are living longer,’” Mr. Kubota said, "‘and we should just get rid of them.'”

Masato Fujisaki, a columnist, argued in Newsweek Japan that the professor’s remarks "should not be easily taken as a ‘metaphor.” Dr. Narita’s fans, Mr. Fujisaki said, are people “who think that old people should just die already and social welfare should be cut*

Despite a culture of deference to older generations, Ideas about culling them have surfaced in Japan before. A decade ago. Taro Aso — the finance minister at the time and now a power broker in the governing Liberal Democratic Party — suggested that old people should “hurry up and die."

Last year, 'Plan75 "a dystopian movie by the Japanese filmmaker Chie Hayakawa, imagined cheerful salespeople wooing retirees into government-sponsored euthanasia. In Japanese folklore, families carry older relatives to the top of mountains or remote corners of forests and leave them to die.

Dr. Narita's language, particularly when he has mentioned “mass suicide,” arouses historical sensitivities in a country where young men were sent to their deaths as kamikaze pilots during World War II and Japanese soldiers ordered thousands of families in Okinawa to commit suicide rather than surrender.

Critics worry that his comments could summon the kinds of sentiments that led Japan to pass a eugenics law in 1948, under which doctors forcibly sterilized thousands of people with intellectual disabilities, mental illness or genetic disorders. In 2016, a man who believed those with disabilities should be euthanized murdered 19 people at a care home outside Tokyo.

In his day job, Dr. Narita conducts technical research of computerized algorithms used in education and health care policy. But as a regular presence across numerous internet platforms and on television in Japan, he has grown increasingly popular, appearing on magazine covers and comedy shows and in an advertisement for energy drinks. He has even spawned an imitator on TikTok.

He often appears with Gen X rabble-rousers like Hiroyuki Nishimura, a celebrity entrepreneur and owner of 4chan, the online message board where some of the internet’s most toxic ideas bloom, and Takafumi Horie, a trash-talking entrepreneur who once went to prison for securities fraud.

At times, he has pushed the boundaries of taste. At a panel hosted by Globis, a Japanese graduate business school, Dr. Narita told the audience that “if this can become a Japanese society where people like you all commit seppuku one after another, it wouldn’t be just a social security policy, but it would be the best ‘Cool Japan' policy.” Cool Japan is a government program promoting the country’s cultural products.

Shocking or not, some lawmakers say, Dr. Narita’s ideas are opening the door to much-needed political conversations about pension reform and changes to social welfare. “There is criticism that older people are receiving too much pension money and the young people are supporting all the old people, even those who are wealthy,” said Shun Otokita, 39, a member of the upper house of Parliament with Nippon Ishin no Kai, a right-leaning party.

But detractors aay Dr. Narita highlights the burdens of an aging population without suggesting realistic policies that could alleviate some of the pressures.

“He’s not focusing on helpful strategies such as better access to day care or broader inclusion of women in the work force or broader inclusion of immigrants," said Alexis Dudden, a historian at the University of Connecticut who studies modem Japan. “Things that might actually invigorate Japanese society.”

In broaching euthanasia, Dr. Narita has spoken publicly of his mother, who had an aneurysm when he was 19. In an interview with a website where families can search for nursing homes. Dr. Narita described how even with insurance and government financing, his mother's care cost him 100,000 yen — or about $760— a month.

Some surveys in Japan have indicated that a majority of the public supports legalizing voluntary euthanasia. Bui Mr. Narita's reference to a mandatory practice spooks ethicists. Currently, every country that has legalized the practice only “allows it if the person wants it themselves,” said Fumika Yamamoto, a professor of philosophy at Tokyo City University.

In his emailed responses. Dr. Narita said that “euthanasia (either voluntary or involuntary) is a complex, nuanced issue.”

"I am not advocating Its introduction,” he added. “I predict it to be more broadly discussed.”

At Yale, Dr. Narita sticks to courses on probability, statistics, econometrics and education and labor economics.

Neither Tony Smith, the department chair in economics, nor a spokesperson for Yale replied to requests for comment.

Josh Angrist, who has won the Nobel in economic science and was one of Dr. Narita's doctoral supervisors at the Massachusetts Institute of Technology, said his former student was a “talented scholar” with an “offbeat sense of humor."

“I would like to see Yusuke continue a very promising career as a scholar,” Dr. Angrist said. “So my main concern in a case like his is that he’s being distracted by other things, and that's kind of a shame.”


Articolo del NYT sul film Plan 75:

The New York Times June 17, 2022

Chie Hayakawa’s film, “Plan 75,”

 

THE SATURDAY PROFILE

A Filmmaker Imagines a Japan Where the Elderly Volunteer to Die

The premise for Chie Hayakawa’s film, “Plan 75,” is shocking: a government push to euthanize the elderly. In a rapidly aging society, some also wonder: Is the movie prescient?

Chie Hayakawa in Tokyo. Her new film “Plan 75” takes on one of the biggest elephants in the room in Japan: the challenges of dealing with the world’s oldest society.Credit...Noriko Hayashi for The New York Times

 

By Motoko Rich

June 17, 2022

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TOKYO — The Japanese film director Chie Hayakawa was germinating the idea for a screenplay when she decided to test out her premise on elderly friends of her mother and other acquaintances. Her question: If the government sponsored a euthanasia program for people 75 and over, would you consent to it?

“Most people were very positive about it,” Ms. Hayakawa said. “They didn’t want to be a burden on other people or their children.”

To Ms. Hayakawa, the seemingly shocking response was a powerful reflection of Japan’s culture and demographics. In her first feature-length film, “Plan 75,” which won a special distinction at the Cannes Film Festival this month, the government of a near-future Japan promotes quiet institutionalized deaths and group burials for lonely older people, with cheerful salespeople pitching them on the idea as if hawking travel insurance.

“The mind-set is that if the government tells you to do something, you must do it,” Ms. Hayakawa, 45, said in an interview in Tokyo before the film’s opening in Japan on Friday. Following the rules and not imposing on others, she said, are cultural imperatives “that make sure you don’t stick out in a group setting.”

With a lyrical, understated touch, Ms. Hayakawa has taken on one of the biggest elephants in the room in Japan: the challenges of dealing with the world’s oldest society.

Close to one-third of the country’s population is 65 or older, and Japan has more centenarians per capita than any other nation. One out of five people over 65 in Japan live alone, and the country has the highest proportion of people suffering from dementia. With a rapidly declining population, the government faces potential pension shortfalls and questions about how the nation will care for its longest-living citizens.

Aging politicians dominate government, and the Japanese media emphasizes rosy stories about happily aging fashion gurus or retail accommodations for older customers. But for Ms. Hayakawa, it was not a stretch to imagine a world in which the oldest citizens would be cast aside in a bureaucratic process — a strain of thought she said could already be found in Japan.

Euthanasia is illegal in the country, but it occasionally arises in grisly criminal contexts. In 2016, a man killed 19 people in their sleep at a center for people with disabilities outside Tokyo, claiming that such people should be euthanized because they “have extreme difficulty living at home or being active in society.”

The horrifying incident provided a seed of an idea for Ms. Hayakawa. “I don’t think that was an isolated incident or thought process within Japanese society,” she said. “It was already floating around. I was very afraid that Japan was turning into a very intolerant society.”

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To Kaori Shoji, who has written about film and the arts for The Japan Times and the BBC and saw an earlier version of “Plan 75,” the movie did not seem dystopian. “She’s just telling it like it is,” Ms. Shoji said. “She’s telling us: ‘This is where we’re headed, actually.’”

That potential future is all the more believable in a society where some people are driven to death by overwork, said Yasunori Ando, an associate professor at Tottori University who studies spirituality and bioethics.

“It is not impossible to think of a place where euthanasia is accepted,” he said.

Ms. Hayakawa has spent the bulk of her adult years contemplating the end of life from a very personal vantage. When she was 10, she learned that her father had cancer, and he died a decade later. “That was during my formative years, so I think it had an influence on my perspective toward art,” she said.

The daughter of civil servants, Ms. Hayakawa started drawing her own picture books and writing poems from a young age. In elementary school, she fell in love with “Muddy River,” a Japanese drama about a poor family living on a river barge. The movie, directed by Kohei Oguri, was nominated for best foreign language film at the Academy Awards in 1982.

“The feelings I couldn’t put into words were expressed in that movie,” Ms. Hayakawa said. “And I thought, I want to make movies like that as well.”

She eventually applied to the film program at the School of Visual Arts in New York, believing that she would get a better grounding in moviemaking in the United States. But given her modest English abilities, she decided within a week of arriving on campus to switch to the photography department, because she figured she could take pictures by herself.

Her instructors were struck by her curiosity and work ethic. “If I mentioned a film offhandedly, she would go home and go rent it, and if I mentioned an artist or exhibition, she would go research it and have something to say about it,” said Tim Maul, a photographer and one of Ms. Hayakawa’s mentors. “Chie was someone who really had momentum and a singular drive.”

After graduating in 2001, Ms. Hayakawa gave birth to her two children in New York. In 2008, she and her husband, the painter Katsumi Hayakawa, decided to return to Tokyo, where she began working at WOWOW, a satellite broadcaster, helping to prepare American films for Japanese viewing.

“The mind-set is that if the government tells you to do something, you must do it,” Ms. Hayakawa said.Credit...Noriko Hayashi for The New York Times

At 36, she enrolled in a one-year film program at a night school in Tokyo while continuing to work during the day. “I felt like I couldn’t put my full energy into child raising or filmmaking,” she said. Looking back, she said, “I would tell myself it’s OK, just enjoy raising your children. You can start filmmaking at a later time.”

For her final project, she made “Niagara,” about a young woman who learns, as she is about to depart the orphanage where she grew up, that her grandfather had killed her parents, and that her grandmother, who she thought had died in a car accident with her parents, was alive.

She submitted the movie to the Cannes Film Festival in a category for student works and was shocked when it was selected for screening in 2014. At the festival, Ms. Hayakawa met Eiko Mizuno-Gray, a film publicist, who subsequently invited Ms. Hayakawa to make a short film on the theme of Japan 10 years in the future. It would be part of an anthology produced by Hirokazu Kore-eda, the celebrated Japanese director.

Ms. Hayakawa had already been developing the idea of “Plan 75” as a feature-length film but decided to make an abridged version for “Ten Years Japan.”

While writing the script, she woke up every morning at 4 to watch movies. She cites the Taiwanese director Edward Yang, the South Korean director Lee Chang-dong and Krzysztof Kieslowski, the Polish art-house director, as important influences. After work, she would write for a couple of hours at a cafe while her husband cared for their children — relatively rare in Japan, where women still carry the disproportionate burden of housework and child care.

After Ms. Hayakawa’s 18-minute contribution to the anthology came out, Ms. Mizuno-Gray and her husband, Jason Gray, worked with her to develop an extended script. By the time filming started, it was the middle of the pandemic. “There were countries with Covid where they were not prioritizing the life of the elderly,” Ms. Hayakawa said. “Reality surpassed fiction in a way.”

Ms. Hayakawa decided to adopt a subtler tone for the feature-length movie and inject more of a sense of hope. She also added several narrative strands, including one about an elderly woman and her tightknit group of friends, and another about a Filipina caregiver who takes a job at one of the euthanasia centers.

She included scenes of the Filipino community in Japan, Ms. Hayakawa said, as a contrast to the dominant culture. “Their culture is that if somebody is in trouble, you help them right away,” Ms. Hayakawa said. “I think that is something Japan is losing.”

Stefanie Arianne, the daughter of a Japanese father and a Filipina mother who plays Maria, the caregiver, said Ms. Hayakawa had urged her to show emotional restraint. In one scene, Ms. Arianne said, she had the instinct to shed tears, “but with Chie, she really challenged me to not cry.”

Ms. Hayakawa said she did not want to make a film that simply deemed euthanasia right or wrong. “I think what kind of end to a life and what kind of death you want is a very personal decision,” she said. “I don’t think it’s something that is so black or white.”


Ms. Hayakawa at Cannes with two actors in “Plan 75,” Hayato Isomura, left, and Stefanie Arianne, who plays Maria.



mercoledì 28 settembre 2022

Formazione dell'equipe di Caritas Ticino

 L'operatore sociale a Caritas Ticino

Sono stato invitato a un incontro di formazione dell'équipe di Caritas Ticino il 22 settembre 2022 sul tema "L'operatore sociale di Caritas Ticino" con Graziano Martignoni. Mi è stata chiesta una testimonianza personale. Eccola


Il testo dell'intervento.

Per far capire la mia esperienza di operatore sociale di CATI, evidentemente con un ruolo un po’ speciale ma pur sempre un operatore sociale, devo fare una sorta di premessa un po’ biografica, non solo professionale.

Ho vissuto il 68 con intensità. Nel 68 ho conosciuto colei che poi tre anni dopo avrei sposato e abbiamo festeggiato i cinquant'anni di matrimonio l'anno scorso. Abbiamo vissuto intensamente questa rivoluzione culturale, per me anche musicale, per cui ho suonato per anni in band e mi sono occupato di musica, di arte con una grande curiosità, sognando come molti in quegli anni, grandi cambiamenti, grandi rivoluzioni. Avevo i capelli lunghi in un periodo in cui non erano bene accetti ad esempio quando passavi una frontiera. Ho vissuto un periodo molto particolare, molto interessante.

Preparavo gli esami di maturità federale, quindi studiavo da solo e durante una prima parte di esami a Lugano, uno che li faceva con me mi ha invitato a partecipare a un gruppo che faceva un’esperienza religiosa, sarebbe diventato CL. Con Dani abbiamo cominciato a partecipare a questi incontri un po’ strani, dove c'era una sorta di fascino per il modo di stare assieme di questa gente che ci sembrava fosse tutto sommato più felice di quella che frequentavamo prima. Credo che sia stato questo l'elemento determinante del nostro interesse per quell'ambiente.

Lì abbiamo conosciuto don Luigi Giussani, una figura molto particolare e davvero straordinaria. Un pensatore, che ogni anno veniva a fare gli esercizi spirituali, cioè un paio di giorni di incontri. E peraltro sono 100 anni dalla nascita di Giussani* e CATI, col suo settore informazione, ha fatto la diretta streaming del convegno qui a Lugano.

Avevamo conosciuto anche Eugenio Corecco, professore di diritto canonico, che è diventato mondialmente un'autorità in materia. Conduceva questa comunità ed è diventato nostra guida spirituale. Ma è anche la persona che, da vescovo, ha determinato la svolta importante di Caritas Ticino negli anni 90.

La particolarità che ci colpiva di quell’esperienza religiosa era la radicalità e la passione con cui vivere e stare assieme agli altri.

Devo dire che nel fermento rivoluzionario di quegli anni, il desiderio di vivere intensamente le cose era davvero molto grande. Quindi abbiamo fatto esperienze molto belle e molto affascinanti. Abbiamo studiato a Friborgo, dove appunto c'era Eugenio Corecco che è diventato anche un grande amico. Ci ha sposato lui a Friborgo, poi siamo andati a Parigi a studiare, eccetera. 

Ma uno dei fatti più importanti della nostra vita che ha marcato poi molto il mio modo di concepire il lavoro sociale è stato il cominciare a fare delle vacanze con delle persone handicappate, le cosiddette colonie integrate e quando poi abbiamo avuto dei figli, li portavamo in colonia, anche neonati. Abbiamo fatto colonie per parecchi anni. Del resto abbiamo degli amici che continuano ancora adesso, cioè i figli di quelli che avevano cominciato.

Una esperienza di incontro con persone che avevano problemi seri, di tipo fisico ma anche psichico, vivendo delle vacanze, senza pretese terapeutiche, nient’altro che stare assieme, vivere assieme come della gente normale che fa le vacanze. È stata un'esperienza formativa veramente molto importante.

Ma l'elemento credo straordinario è stato l'insegnamento di Eugenio Corecco che, quando poteva, partecipava a questi momenti di vacanza; lui ci ha sostanzialmente insegnato e aiutato a guardare le persone portatrici di handicap in un modo completamente diverso rispetto al pensiero dominante.

Lui diceva, da persona profondamente religiosa, che nel volto di queste persone, un volto segnato dalla malattia e dalla sofferenza, noi dovevamo vedere Gesù Cristo. Questa è la questione nodale. Perché? Perché quelle persone segnate da un handicap avevano una dignità grande e non erano definite dall'handicap.

È quello che di fatto c'è scritto sulla facciata del Catishop di Pregassona: “la persona è molto più del suo bisogno.”

Questa è la questione fondamentale. E questo è uno sguardo sull'altro che non colpisce solo chi è credente. Cioè non c'è bisogno di avere la fede e di essere praticanti per capire che questa è una cosa straordinaria, nel senso che il richiamo di Corecco a guardare questi volti sofferenti come se fossero Gesù Cristo, tradotto in termini laici, vuol dire guardare quelle persone non definendole per quello che non hanno, per la loro mancanza, per il deficit, ma definendole per quello che sono profondamente, per la loro dignità, cioè riconoscendo a queste persone una dignità intrinseca. 

Questo diciamo che non succede tanto facilmente. Credo che abbiamo spesso assistito a forme di “angelismo” nei confronti delle persone handicappate, o nei confronti delle persone che hanno un problema, nel senso di guardarle privandole di fatto della loro dignità profonda, perché si ritiene che non siano responsabili di nulla. È una cosa sottile, è una sorta di malattia sottile che si manifesta in forme anche innocenti nel linguaggio.

Pensate al fatto che molto spesso, a una persona con un handicap, o a una persona anziana un po’ debilitata, si dà del tu, pur non essendo suoi amici. E il linguaggio di fatto tradisce un pregiudizio e un giudizio. Chiedete a Dante quante volte probabilmente è stato obbligato a attraversare una strada che non voleva attraversare, oppure quante persone che non lo conoscono si permettono di dargli del tu, perché siccome non vede, si crede che probabilmente debba essere anche scemo!

In proposito un aneddoto del mio amico Giacomo Contri psicoanalista milanese morto a gennaio.  Molti anni fa, a un incontro di operatori sociali che si occupavano di persone handicappate, li aveva provocati, dicendo che “Anche gli handicappati vanno all'inferno.”

Tutti sono saltati per aria, ma a me era piaciuta da morire perché nella sua provocazione c’era l'affermazione della dignità della persona handicappata al punto tale da riconoscergli, la possibilità di scelta: anche quando l’handicap è grave c'è un angolo di libertà dove la persona può scegliere. Evidentemente se gli si concede di scegliere, vuol dire che gli si può permettere di scegliere anche di comportarsi male e in questo senso “la persona handicappata può andare all'inferno”. C'è di fatto un riconoscimento per me bellissimo della libertà e della dignità personale.

Nell’’80 sono arrivato a CATI per l’accoglienza dei boat people vietnamiti, erano i profughi vietnamiti che scappavano dal Vietnam, ne sono scappati 1.000.000 sulle barche e metà ha perso la vita in mare o coi pirati. Dovevo occuparmi soprattutto dell’animazione delle comunità di accoglienza essenzialmente parrocchiali. Ed era la prima volta che su larga scala si usava questo metodo.

Non si trattava prevalentemente di un intervento diretto con i profughi, ma di un lavoro mediato di animazione delle comunità che maturavano un cammino di accoglienza dei profughi. Ed è stata un'esperienza davvero formativa e molto interessante per me perché mi ha permesso di approfondire e di mettere a tema tutta una serie di questioni che fanno parte del welfare, cioè dello stato sociale e quindi dell'impostazione del lavoro sociale. Diciamo che questo impegno è stato una sorta di lavoro preparatorio che mi ha permesso poi negli anni 90, in particolare nel 92, quando c'è stato il 50º di CATI, di intuire la genialità del pensiero del vescovo Eugenio Corecco. 

Quindi una svolta per CATI che poi negli anni successivi abbiamo tradotto anche in termini laici, con personaggi che ci hanno aiutato con i loro scritti come Muhammad Yunus, Amartya Sen e C.K. Prahalad. Personaggi che affermavano che nella persona c'erano delle risorse. Era sostanzialmente quello che ci diceva in termini religiosi Corecco; in termini laici voleva dire scoprire le risorse che ci sono in tutti. Ma affermare che in tutti ci sono sempre delle risorse è qualcosa di assolutamente rivoluzionario che ha delle conseguenze politiche, di politica sociale, e si contrappone completamente a una concezione assistenziale del rapporto con chi ha bisogno.

La questione nodale è questa: credere che le persone hanno sempre delle risorse, magari nascoste, magari difficili da tirar fuori. Vuol dire che c'è la possibilità di aiutare queste persone a diventare dei soggetti attivi e non essere degli oggetti passivi che ricevono da altri gli aiuti. Questo è il cambiamento sostanziale che Caritas Ticino ha fatto, passando da un'attenzione al “bisogno” dove tutte le organizzazioni socio caritative focalizzano la loro mission, cambiando l'asse e il focus sulle risorse delle persone. Dal bisogno alle risorse.

Allora aiutare la persona bisognosa a scoprire e attivare le proprie risorse, sono convinto sia il compito principale dell'operatore sociale di una Caritas come CATI. Poi naturalmente bisogna anche fare le lotte politiche contro le ingiustizie che ci sono, contro gli errori di un sistema di welfare che ha dei buchi e delle falle. Bisogna farle davvero queste lotte politiche. Ma il compito principale, il compito primo dell'operatore, credo sia proprio quello di aiutare le persone a scoprire e attivare le proprie risorse.

È chiaro che bisogna distinguere il momento dell'emergenza, quello che è il momento dove bisogna assolutamente intervenire subito. E questo sia che si tratti di una persona singola, sia che si tratti di un gruppo. Passato questo momento iniziale di emergenza, bisogna sempre, e sottolineo sempre, tornare alla questione delle risorse che le persone hanno, aiutandole ad attivarle, aiutandole a scoprirle.

Questa idea si contrappone alla concezione assistenziale ancora oggi diffusa prevalentemente in area cattolica e di sinistra, perché se tutti sono portatori di risorse significa che possono diventare soggetti attivi e non essere ridotti a oggetti passivi che ricevono aiuto perché ritenuti vittime incapaci di essere attori della propria rinascita. Ed è proprio questo non riconoscimento delle risorse che impedisce alla persona bisognosa di uscire dal limbo dell’impotenza. Molte forme di aiuto che hanno il tarlo dell’assistenzialismo, spesso la distribuzione di soldi, impediscono alle persone di attivarsi e scoprire le proprie risorse.

Quando si ha questo sguardo come operatori sociali, si capisce che non è possibile sostituirsi a nessuno. Non si è onnipotenti e non ci si può sostituire a nessuno. Quindi il lavoro dell'operatore sociale è in fondo un lavoro sempre un passo indietro. Questo l'ho sentito in modo molto profondo nella mia esperienza, perché molto spesso ciò vuol dire accettare la libertà dell'altro, che pensa male e pensa sbagliato, che fa scelte sbagliate, che avranno conseguenze. L'operatore deve fare di tutto per convincere, per far capire a quella persona che cosa potrebbe cambiarle la vita, ma mai sostituirsi a lei, mai entrare in una sorta di tentativo risolutivo dall’esterno.

E questo è il guaio continuo di molti operatori sociali, e di molte organizzazioni socio-caritative. A CATI ad esempio noi non abbiamo le “épiceries”, cioè le banche alimentari, a Caritas Ticino ci siamo sempre opposti quando in tutta la Svizzera tutte le Caritas le hanno. Il motivo è preciso: crediamo che queste forme assistenzialiste di aiuto limitino le possibilità di diventare soggetti attivi.

Nel corso degli anni abbiamo coniato uno slogan che riassume tutta l’impostazione di questo pensiero sociale: Dalla povertà si esce solo diventando soggetti economici produttivi.

Le conseguenze di questo slogan sono enormi e per me sono state una lotta controcorrente continua; mi sono sentito dire molte , soprattutto in area cattolica e di sinistra, “hai ragione ma bisogna fare delle eccezioni”. Ho sempre risposto che non ci sono eccezioni a un pensiero sano.

E si può fare anche se a volte è faticosissimo. Scoprire le risorse delle persone è una cosa spesso davvero molto difficile. Ma si può fare.

E si possono vivere delle esperienze straordinarie quando le persone hanno compreso che possono diventare davvero gli attori della propria rinascita.

È stato estremamente gratificante vivere questi incontri e  queste cose con passione, e raccontarle cercando di spiegarle ad esempio con migliaia di video su youtube, raccontando esperienze, come abbiamo fatto con Graziano Martignoni, che abbiamo rimpicciolito mettendolo in video in un modellino di casetta che un contadino di Berna aveva costruito molti anni fa, o in altre ambientazioni strane e divertenti. Ma tutto questo per affermare che la persona che ha bisogno di aiuto ha una dignità straordinaria che va scoperta, perché possa sempre e comunque rinascere.

Quindi la mia esperienza di operatore sociale è stata bellissima. E auguro anche a voi di andare un giorno in pensione riguardando la vostra vita, dicendovi che tutto sommato avete contribuito a costruire un pezzettino di mondo migliore.


*Un mio ricordo di don Luigi Giussani:



sabato 25 novembre 2017

La povertà e l'ideologia dominante

La povertà e l'ideologia dominante: dai media (RSI in primis) allo Stato e ai privati

Il 23 novembre 2017 a pag 25 del Giornale del Popolo ho avuto l'onore di un terzo di pagina per esprimere ciò che penso della povertà in Svizzera da raccontare in TV.

La giornalista che mi ha contattato mi ha scritto che aveva visto la trasmissione "60 minuti" della RSI2 del 20 novembre Il costo della Povertà 60-minuti/RSI2. Voleva sapere da me come si fa ad approfondire il tema della povertà vista l'esperienza televisiva di Caritas Ticino a cui ho dato il mio contributo fin dalla sua nascita nel 1994. Non so quanto fosse cosciente del fatto che "60 minuti" era agli antipodi della mia lettura della povertà e darmi carta bianca voleva dire dar voce a una posizione ben diversa sulla lettura della povertà da quella dominante e stravincente su tutti i media, fra i politici e fra le organizzazioni caritative/assistenziali. Nessuno se ne sarà accorto perché la mediocrità intellettuale è lo standard accettato incodizionatamente ma il discorso improntato sulle risorse delle persone che non sono mai definite dalla loro indigenza, povertà, penuria, handicap e mancanza, che io ho fatto mio e di Caritas Ticino partendo dal Vescovo Eugenio Corecco, poi da Muhammad Yunus, Amartya Senn e C.K.Prahalad, e dall'enciclica di Benedetto XVI del 2009 Caritas in veritate, non ha proprio nulla a che vedere con quello che hanno detto i partecipanti a "60 minuti" ne "Il costo della povertà".

La tesi dominante sulla povertà in Svizzera è stata esposta infatti nei primi minuti della trasmissione con alcuni dati di cui il conduttore ha detto, spazzando via ogni spazio di possibile obiezione: "sarebbe da incoscenti ignorare questa situazione". E la situazione che sarebbe da incoscienti ignorare è che in Svizzera ci sarebbero 75000 bambini poveri e più di 200000 a rischio di povertà e in Ticino una famiglia su tre se riceve una fattura di 2500 FR non prevista, non è in grado di pagarla. Tutta la trasmissione è stata uno sviluppo analitico con abbondanti scivolamenti pietistici per dimostrare la tesi della povertà dilagante e sostanzialmente del fallimento totale dello stato sociale al punto che oggi, secondo loro, le organizzazioni private devono sopperire ai buchi dello Stato inadempiente. Un quadro da catastrofe che però è estremamente gratificante perché fa sentire tutti buoni e protesi verso i poveri che finalmente ci sono. E verso Natale questo è proprio un bel ragalo!

Questo quadretto catastrofico non ha avuto la benché minima obiezione o accenno a ipotesi diverse in tutti i 60 minuti di trasmissione: i due ricercatori, con linguaggio dotto e piacevole hanno sciorinato la teoria della penuria che non ha vie di uscita se non in un miracolo economico in cui i poveri svizzeri di conseguenza diventerebbero ricchi! Uno dei due, spiegando i parametri per definire i poveri in Svizzera ha accennato alla difficoltà di paragonare il parametro della soglia di povertà in valore assoluto (franchetti sonanti) con quello degli altri stati europei e quindi la sostituzione di questo paramentro con quello "relativo" del 60% del reddito medio, e nessuno ha reagito e forse nessuno si è accorto di cosa realmente stesse dicendo: in realtà aveva messo il dito sulla piaga di un indicatore illuminante dei criteri molto relativi adottati in Svizzera. Se infatti si adotta la soglia di povertà in valore assoluto, cioè 2500 Fr per persona singola e 4000 per coppia con due figli, si deve aver vergogna ad andare a raccontarlo mettendo il naso al di là della frontiera, dove più aumentano i kilometri e più l'assurdità appare evidente. La povertà materiale infatti nel mondo esiste ma non è nemmeno lontanamente paragonabile a quella svizzera sbandierata da media, dai politici e dalle organizzazione assitenziali private.

Quando avevo i miei 5 figli piccoli e mia moglie non lavorava probabilmente se ci fosse arrivata una fattura improvvisa di 2500 Fr non avremmo potuto pagarla interamente quel mese, ma non ci siamo mai sentiti poveri ed abbiamo sempre pensato di avere risorse e creatività per mantenere modestamente ma decorosamente il livello di vita della nostra famiglia. Questo perché la povertà ,materiale in paesi ricchi come la svizzera è prima di tutto nella testa delle persone ed è ideologica.

Non avere sempre tutto e subito può essere una palestra interessante per valorizzare le proprie risorse ed abituarsi a interrogarsi su cosa potrei prima di tutto fare io prima di aspettare che altri, lo Stato o chissà chi, si debbano preoccupare per me.

Ma poi quello che mi disturba in questo piagnisteo, che si aquisce ogni anno in periodo prenatalizio, è che questo non è mai da stimolo o da pungolo per affrontare il problema dei bassi salari, della mancanza di contratti collettivi per diverse categorie, del dumping salariale che creano disparità e disuguaglianze inaccettabili fra i lavoratori: una questione di giustizia sociale prima che di povertà. Quasi paradossale, per non dire grottesco, che fra gli ospiti di "60 minuti" ci fosse un ex esponente di spicco del mondo imprenditoriale ticinese riconvertito recentemente all'umanitario di stampo assistenzialista che oggi si commuove scoprendo i poveri svizzeri, con distribuzioni di zainetti scolastici ai bambini meno abienti. Mancava solo il frate delle mense dei poveri che forse non poteva quella sera.

La cosa più triste per me comunque in questa diffusione a macchia d'olio della visione pauperista dominante è l'assenza della contrapposizione di quella straordinaria saggezza che la Chiesa, quando pensa, è capace di proporre con una lettura dell'economia e del sociale come in Caritas in veritate.

mercoledì 29 luglio 2015

Mila Song

Fare musica per "Una Scienza Malinconica" "Attorno alla Clinica della Precarietà"

Buon compleanno? A me? A me! (proprio oggi e come si fa a non scrivere un post in questa occasione!)

Sto cercando la strada per creare il pezzo musicale per la nuova serie video sull'economia e penso al violoncello elettrico con Wah Wah, un po' di Vichitra Veena (quella con il suono slide) e percussioni tipo Hang con un sottoprodotto  (il Garrahand). Vedremo. Alcune immagini virtuali dell'ambientazione.

(Nel frattempo il pezzo è finito: ascolta Economia Malinconica)(E anche la serie video "Una Scienza Malinconica" è partita: prima puntata)
Fare musica è un'esperienza creativa straordinaria indipendentemente dal fatto che uno sia uno strimpellatore e sperimentatore di suoni strani come me o un vero musicista come gli altri della lista SUISA. Insomma costruire suoni o vibrazioni musicali e lavorarci fino ad avere qualcosa che magari poi piace solo a te, è straordinario.
Non ho mai scritto su questo blog dell'esperienza che due anni fa ho fatto nella creazione della sigla per la serie TV "Attorno alla clinica della precarietà" partendo dai gorgheggi di mia nipote Mila quando aveva un anno (ora ne ha tre).
Ho avuto una registrazione da Iphone di Mila che canterellava un ritornello di chissa quale canzoncina cantatale da mamma o papà, oppure improvvisazioni spontanee. Ho preso questa base di poche note
e l'ho riprodotta con vari strumenti, in parte acustici e in parte elettronici, mantenendo la base cantata. Siccome la serie video in cui è utilizzata tratta del disagio e della precarietà, l'atmosfera è poco allegra e può lasciare sorpresi che il canto di una bimba di un anno crei un clima un tantino angosciante, ma credo si adatti bene all'ambientazione virtuale surrealista in cui si trova il protagonista, lo psichiatra e psicoanalista Graziano Martignoni, per 12 puntate. Ecco il link della prima puntata di "Attorno alla clinica della precarietà".
http://www.caritas-ticino.ch/media/rubriche/rubrica_attorno_clinica_precarieta.htm
Ed ecco il pezzo musicale "Mila Song". Comunque se dovessi stampare un CD con questa musica la copertina sarebbe questa foto di Mila a un anno, fatta dalla mamma Nora.
http://cativideo.dyndns.org/cati/altro/milasong.mp3


lunedì 7 aprile 2014

POVERTÀ IN CH

POVERTÀ IN CH: ESCLUSIONE SOCIALE E INCERTEZZA PER IL FUTURO (7.4.2014)



Pubblicato sul CdT del 7.4.2014 col titolo "POVERTÀ TRA ESCUSIONE E INCERTEZZA"

Caritas Ticino da almeno vent’anni dice “no” alle banche alimentari, alle mense per i poveri, e a tutte le forme di distribuzione di beni secondo una logica assistenzialista. È una scelta impopolare maturata sulla base di esperienze dirette con migliaia di persone e riflettendo sui diversi modelli di intervento sociale.

Ma c’è la povertà in Svizzera? Sì, certamente, la povertà esiste anche nei paesi più avanzati e ricchi. anzi più il sistema di protezione sociale è sofisticato e più è difficile fare scomparire completamente la povertà relativa. In Svizzera questa non si manifesta con quelle connotazioni tradizionali di scarsità dei beni primari, ma ha due caratteristiche predominanti: l’esclusione sociale, cioè la perdita del diritto di cittadinanza, e l’incertezza per il proprio futuro in un mondo in profonda trasformazione, dove ad esempio scompaiono molte forme di lavoro mentre se ne creano di nuove. Una risposta assistenzialista è manifestamente inefficace.

Uno dei nostri punti di riferimento, Stefano Zamagni, economista, stretto collaboratore di papa Benedetto XVI nella stesura dell’enciclica “Caritas in veritate”, afferma che dal secolo scorso non c’è più scarsità di risorse nel mondo e la povertà è dovuta a un deficit di gestione delle istituzioni. Ma anche su scala ridotta, pensare in termini di penuria è sbagliato. Le risorse ci sono, a maggior ragione nelle società avanzate e ricche come la Svizzera, dove il minimo vitale è garantito a tutti, nonostante diverse disfunzioni. Non condivido di conseguenza l’immagine della persona indigente ritenuta sprovvista di risorse, vittima impotente e incapace di diventare protagonista della sua ripresa.

Abbiamo riletto con grande interesse il pensiero di Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace, promotore del microcredito e del social business, riassumendolo così: nessuno può uscire dalla povertà se non diventa soggetto economico produttivo. Mi ha sempre colpito il fatto che la sua dinamica imprenditoriale, fondata sulla fiducia verso donne povere e emarginate, abbia funzionato in Bangladesh, uno dei paesi più poveri del mondo, mentre noi, in uno dei più ricchi, adottiamo quasi senza obiezioni un modello assistenzialista alla ricerca costante di risorse da distribuire.  

Ma tutte le forme di distribuzione di beni sotto il cappello ideologico assistenzialista, in Svizzera sono un freno se non un impedimento alla possibilità di affrancarsi dall’indigenza, perché rinforzano la convinzione crudele che i poveri “non ce la faranno mai”.

Si arriva persino al paradosso di alcune forme di distribuzione di beni, le più anacronistiche, che creano i bisogni a cui vorrebbero rispondere; talune favoriscono in Ticino un inutile turismo sociale transfrontaliero che non aiuta nessuno. Ma d’altra parte considerata la complessità del disagio sociale, in un clima assistenziale, facilmente le persone, senza alcuna colpa, si abituano a diventare degli esperti fruitori di tutte le risorse sociali disponibili; quindi ogni azione filantropica è salutata con benevolenza e giunge rapidamente a saturazione.

Il fatto che chi opera e promuove queste forme di solidarietà, spesso sia animato da buoni sentimenti e dia una lodevole testimonianza di accoglienza dei poveri, purtroppo non corregge l’errore metodologico relativo all’efficacia degli strumenti utilizzati. La filantropia è sbagliata anche se il filantropo di regola è davvero una brava persona.

A Caritas Ticino il pensiero sociale si è modificato profondamente grazie al vescovo Eugenio Corecco che in occasione del 50esimo dell’organizzazione diocesana, nel 1992, affermò che “è limitante guardare all'uomo e valutarlo a partire dal suo bisogno, poiché l'uomo è di più del suo bisogno”, che significa concretamente guardare le persone che vivono una difficoltà, talvolta grave, prima di tutto come portatrici di risorse e non come marchiate dalle proprie difficoltà. In questa prospettiva l’intervento sociale serve prima di tutto ad aiutarle a scoprire di essere in grado di risalire la china.

Roby Noris.