"Robot, una storia
umana" di Vincenzo Latronico. (RETEDUE settembre 2026)
“Io ne ho viste cose che voi
umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei
bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di
Tannoiser”.
Queste sono le ultime parole
di Roy, uno degli androidi protagonisti di "Blade Runner", il
capolavoro di Ridley Scott. Nel film, l'androide che le pronuncia sta per
morire, e lo spettatore, sino a poco prima, ne era contento. Con una sorta di salto
indietro nel tempo, infatti, in "Blade Runner" i robot tornano a
ribellarsi.
Il protagonista, interpretato
da Harrison Ford, è un cacciatore di taglie incaricato di eliminare alcuni
ribelli. Alla vista sono identici agli esseri umani: sono più forti, più
intelligenti, e per riconoscerli bisogna fare un complicato test per misurare
quanto sono empatici. In tutto il film, nonostante il loro aspetto, i robot
sono presentati come oggetti, come cose. Non a caso non vanno uccisi, ma
ritirati. Eppure queste ultime parole di Roy sembrano presentare una
prospettiva molto diversa.
Si tratta probabilmente di
uno dei primi momenti, nella storia della fantascienza, in cui un'opera d'arte
cerca di incoraggiare il pubblico a immedesimarsi in un robot, a compatire un
oggetto, una cosa. Forse, sembra suggerire il film, non si tratta soltanto di
una cosa. "Blade Runner" è basato su un romanzo di Philip K. Dick,
intitolato "Gli androidi sognano pecore elettriche". All'uscita del
libro, nel 1968, sono passati soltanto 40 anni da quando Karel Čapek ha
inventato la parola "robot", e 20 da quando Isaac Asimov ha
canonizzato il ruolo dei robot nella fantascienza, inventando le famose tre
leggi.
Eppure sembra trascorso
molto, molto di più. Le storie di robot si sono diffuse in modo estremamente
capillare, dalla fantascienza pulp a quella mainstream, ai fumetti, al cinema,
rendendo gli omini metallici una parte fondamentale del panorama immaginativo
condiviso, un po' come i maghi, i pirati e i cowboy del West. Però c'è qualcosa
in cui i robot sono molto di più degli omini metallici di Asimov, e possono
ambire, con le loro storie, a una gamma di significati filosofici e sociali
molto più vasta delle storie di pirati e cowboy.
I robot, oggi lo sappiamo,
sollevano questioni filosofiche circa la natura della coscienza, la natura
dell'anima, la natura dei diritti di cui godiamo in quanto esseri intelligenti.
Tutti questi significati sono arrivati al grande pubblico in larga misura
grazie all'opera di Philip K. Dick e al film che ne è stato tratto, "Blade
Runner", che in realtà è molto diverso dal libro, ma parlerò soprattutto
di questo perché è molto più noto. In apparenza, "Blade Runner" si
apre presentando un mondo in cui i robot sono, esattamente come in "Rur",
i prodotti seriali di un'azienda, la Tyrell Corporation.
Gli androidi sono
indistinguibili dagli umani: sono più forti, più intelligenti, però sono
sterili e condannati a una vita brevissima. Il film segue la storia di un
cacciatore di taglie incaricato di ritirare alcuni di questi androidi che si
sono ribellati. Ma per quale ragione, in "Blade Runner", si ribellano
solo alcuni robot? Replicanti, li chiamano lì, e altri no. Se ricordate,
nell'opera di Čapek si ribellavano tutti allo stesso tempo. In fondo, se uno di
loro ha una ragione per farlo, ce l'hanno anche tutti gli altri. Nel mondo di
"Blade Runner" no.
E in questa differenza
possiamo cogliere qualcosa del grandissimo passo avanti, del grandissimo passo
di approfondimento che Ridley Scott e Philip K. Dick hanno fatto fare alla
nozione di robot e di intelligenza artificiale nella storia della fantascienza.
In "Blade Runner" i robot non si ribellano perché non hanno emozioni.
Non provano rabbia, non provano frustrazione ad essere sottomessi, non
invidiano chi vive una vita intera. Però, dopo qualche anno di esistenza, le
emozioni si sviluppano spontaneamente, da sé, grazie all'intelligenza, e per
questo gli androidi devono essere ritirati.
Ora, per permettergli di
lavorare, di essere utili, evitando che diventino consapevoli della propria
condizione, gli androidi vengono dotati, nel momento in cui sono prodotti, di
una memoria contraffatta, copiata dalla mente di un essere umano vero. Si
ricordano un'infanzia che non c'è mai stata. Però, ogni tanto, gli androidi
hanno una sorta di glitch e si rendono conto di avere dei ricordi falsi. E
questo li porta a una presa di consapevolezza: capiscono di essere degli
schiavi delle cose, condannati a una vita brevissima dai capricci dei loro
padroni. E sono questi robot che si ribellano.
Per chi ha seguito le altre
tappe di questa piccola storia dei robot in letteratura, le somiglianze non
possono che saltare all'occhio. La premessa di "Blade Runner" è
identica a quella di "Rur" di Karel Čapek: robot prodotti in serie,
migliori degli umani ma con vita più breve. Ma mentre quelli di Čapek si
ribellavano collettivamente perché erano una classe, quelli di "Blade
Runner" si ribellano come individui. E in questo sono eredi dei robot di
Asimov. Anche questi, infatti, sono delle anomalie in cui viene a mancare la
legge generale che tiene i robot sotto controllo.
Ma Dick fa un passo avanti
estremamente significativo: i casi singoli di malfunzionamenti di cui scriveva
Asimov dipendevano da circostanze particolari. Una missione delicatissima, un
ordine espresso male, il conflitto fra due interpretazioni diverse del senso di
bene. La singolarità di tali circostanze non si rifletteva sui robot coinvolti:
non bastava renderli individui. Non a caso i robot di Asimov avevano nomi
personali, Cutie, Speedy, ma erano sempre presentati come derivati dalla sigla
alfanumerica del numero di serie. Sì, erano nomi, ma erano nomi di cose. I
robot di Dick, invece, hanno nomi propri di persona.
Il motore della loro
ribellione non sono i diritti collettivi, come in Čapek, e neppure l'accidente
singolo di un malfunzionamento, come in Asimov. I robot di "Blade
Runner" si ribellano per qualcosa di intrinsecamente individuale e umano,
come le emozioni e i ricordi. I ricordi non sono attributi di una cosa, ma di
una persona. Da un certo punto di vista, questo è tipicamente americano, quasi
capitalista. Il film racconta la battaglia emotiva di un eroe singolo, anziché
il progresso logico, razionale, di una collettività.
Ma da un altro punto di
vista, questo sposta il baricentro narrativo delle storie di robot
drammaticamente verso l'interno. Se Čapek parlava di politica e Asimov di
sociologia, Dick fa psicologia e filosofia. I robot di Čapek non volevano
essere persone, qualunque cosa significhi. Gli andava benissimo essere delle
cose, però volevano essere delle cose con dei diritti. Per i robot di Asimov,
tranne che un caso singolo, la domanda neppure si poneva. Erano oggetti di
metallo e positroni: ci si poteva chiedere se "pensavano davvero", se
erano "liberi". Ma non se erano "persone".
Nessun lettore ci si poteva
immedesimare: non erano persone, erano cose. In "Blade Runner" cambia
tutto. L'intera storia, a ben vedere, ruota intorno all'idea che forse la
distinzione fra umani e androidi è priva di senso. L'esperienza che li porta a
ribellarsi, la scoperta di avere dei ricordi falsati, è qualcosa in cui si può
riconoscere chiunque provi a ragionare sui suoi racconti d'infanzia. È
specialmente potente per chi, come Dick, soffriva di psicosi paranoiche.
La conclusione che abbiamo
sentito in apertura sembra ribaltare la premessa del film: i ricordi elencati
da Roy sono soltanto suoi, e nessun umano può neanche immaginarli. Se sono i
ricordi a fare un individuo, lui lo è. E noi? Di "Blade Runner" sono
uscite varie versioni, fra l'originale e la director's cut. Una cosa su cui
divergono è l'idea che il protagonista, il cacciatore di taglie, alla fine
scopra anche lui di essere un androide, rendendosi conto di avere dei ricordi
falsati.
Si è discusso a lungo di
quali fossero le reali intenzioni di Scott, e non è certo questa la sede giusta
per chiarirlo. Noi possiamo limitarci a pensare che, in solo 40 anni di
fantascienza, l'invenzione con cui un commediografo cecoslovacco voleva fare un'allegoria
del comunismo ci ha portati a ragionare di cosa significa essere umani. E siamo
soltanto all'inizio.