venerdì 7 marzo 2014

FELICITÀ E DIPENDENZA

FELICITÀ E RECIPROCA DIPENDENZA (15.10.2013)

 Stiamo realizzando una serie video sull’educazione con Giacomo B. Contri dal titolo "Educazione come costituzione", ricordando il vescovo Eugenio Corecco e Carlo Doveri. Mi è capitato di rileggere l’editoriale del febbraio 2010 che avevo scritto per ricordare Carlo a un anno dalla morte. Ho voglia di riportarlo integralmente qui segnalando anche il pdf della rivista.

Editoriale R1 2010: FELICITÀ E RECIPROCA DIPENDENZA

Se non ritornerete come bambini. Cosa hanno i bambini di così speciale per essere additati ad esempio per la vita degli adulti? Semplicemente sanno che il loro bene viene da un altro. Non hanno obiezioni a questo fatto e non teorizzano “l’autonomia” che sostanzialmente significa darsi da sé la propria regola. La regola fondamentale dell’infanzia è quella che prevede la dipendenza da un altro come norma buona e utile.
… la vita felice non la si costruisce da soli. La felicità la si raggiunge solo nella reciproca dipendenza, riconosciuta come ricchezza e non come mortificazione. O così o l’inferno in terra, come il secolo che sta per finire ha ampiamente dimostrato.
Carlo Doveri
(Da “Se non diventerete come bambini” sulla rivista Caritas Insieme no 1, 1998)

«…la vita felice non la si costruisce da soli. La felicità la si raggiunge solo nella reciproca dipendenza riconosciuta come ricchezza». Con queste parole di Carlo Doveri il 21 gennaio sui quotidiani ticinesi Benedetta ha voluto ricordare il marito a un anno dalla morte. 12 anni fa Carlo scriveva sulla nostra rivista queste parole così cariche di significato per tutti coloro che non si accontentano di pigolare nell’aia quando hanno la potenzialità di volare come aquile nell’immensità del cielo. Un pensiero un po’ “contriano” (il suo amico psicoanalista Giacomo B. Contri protagonista oggi della nostra serie video Think) che descrive la possibilità straordinaria di dare una svolta ai rapporti interpersonali, nella coppia e fra gli umani in generale riscoprendo una certezza presente nel bambino che viene meno, paradossalmente, col diventare adulto: il massimo della realizzazione personale, cioè la felicità, si verifica quando si dipende reciprocamente e non quando si afferma e si realizza la propria autonomia. Bello da pensare quando si ha la fortuna di viverlo in coppia magari da quarant’anni. Ma rileggendolo mi è venuto in mente che si tratta di un assioma che definisce la possibilità di “amare” un altro ma anche gli altri, tutti gli altri da me. Credo che “voler bene” nel senso di “volere il bene di quell’altra persona” funziona per analogia e in modo incontrovertibile anche con tutta l’umanità. Ma per contenere i confini e rendere più comprensibile l’idea, mi limito a pensare al significato del volere il bene di quelli che incontro davvero perché ne ho la possibilità. Il pensiero solidale credo si possa costruire solo partendo dal modello di questa struttura relazionale di dipendenza reciproca di due persone, estendendola “agli altri al plurale”, quasi per moltiplicazione cellulare, quindi ricopiandola esattamente come il DNA. Se la chiave di volta per una relazione “felice” nel senso della pienezza e della perfezione umana è la dipendenza reciproca, anche nella relazione di “aiuto” le cose funzionano solo se si stabilisce questa reciprocità sul modello del rapporto amoroso di coppia. E per chi è credente sul modello del rapporto col trascendente, l’agape dell’enciclica Deus Caritas est. Che la persona bisognosa di aiuto possa entrare in un rapporto di dipendenza con chi lo sta aiutando, sembra normale ma forse sembra una contraddizione in termini che colui che aiuta debba a sua volta entrare in un rapporto di dipendenza con il “bisognoso”. L’errore sta nel rapporto di potere che si instaura tra ricco e povero che impedisce ai due di avere una collocazione nello schema relazionale che permetta la reciproca dipendenza. L’assistenzialismo, il cancro del walfare state, si fonda su una relazione di dipendenza unidirezionale, non è possibile la dipendenza reciproca, e si caratterizza con la deresponsabilizzazione del bisognoso di aiuto, a cui non si permette di essere attore responsabile del suo destino. Il presupposto fallimentare di questo modello largamente diffuso nei nostri sistemi di protezione sociale, è la convinzione che il “povero” non uscirà mai dalla sua situazione di indigenza perché ne è incapace e “non imparerà mai”: la cronicizzazione della sua situazione di precarietà è l’inevitabile conseguenza. Il rapporto di assistenzialismo infatti presuppone la negazione di un valore giuridico dell’atto, cioè il donatore-Stato, operatore sociale o chi per esso, presuppone la non sanzionabilità negativa del suo gesto. La reciprocità è sempre un atto giuridico, cioè ammette la possibilità di una sanzione anche negativa.
In altre parole io posso fare tutto quel che mi è possibile perché dall’altro mi venga un beneficio, anche solo nel permettergli di crescere e a sua volta diventare investitore dei propri talenti,magari di rinascere risalendo la china, ma non posso presupporlo come atto dovuto. Nei confronti dell’altro non posso pretendere o imporgli “il suo bene” e fra l’altro oltre ad essere sbagliato non funziona mai. Dalla tossicodipendenza non è mai uscito nessuno a cui sia stata imposta la disintossicazione. In un rapporto di dipendenza reciproca sano credo invece si possa sostenere chi ha bisogno senza privarlo della sua responsabilità piena sulla propria vita, della sua creatività, della capacità di essere protagonista della sua “cura”, in ultima analisi della sua dignità; e nel contempo credo si possa liberare il “ricco”, il donatore, l’operatore sociale o l’organizzazione umanitaria ad esempio, dalla trappola dell’onnipotenza educandolo alla straordinaria possibilità di collocarsi al giusto posto dove la pienezza e la felicità scaturiscono solo dal volere il bene dell’altro, il suo vero bene e non quello che si immagina secondo le proprie regole autonome e indipendenti da quel soggetto che si afferma di voler aiutare. In quest’ottica il bene dell’altro non ha nulla a che vedere con la filantropia moderna di stampo americano, “ho accumulato ricchezze e ora posso distribuirne un po’ ai poveri”, ma si realizza solo in un rapporto di reciprocità dove la dipendenza può essere riconosciuto come ricchezza perché il metodo di lavoro, o se vogliamo la modalità di rapportarsi, appare come l’unica strada efficace e degna di essere percorsa.
Ho un solo dispiacere di fronte a queste riflessioni: non poterne più discutere con Carlo.




Carlo nel 2001 aveva tenuto una lezione all’équipe di Caritas Ticino sul ruolo dell’operatore sociale. È disponibile su youtube.

• Vers integrale dell’incontro del 13.12.2001 1° parte: relazione (1ora)
• Vers integrale 2° parte: domande (1ora)


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