Il vescovo Eugenio, un saggio che sapeva voler bene
Vent'anni fa come oggi moriva il vescovo Eugenio Corecco lasciando molti, come me, orfani di un padre spirituale, di un amico, di un saggio, di un pensatore eccezionale. Uno che sapeva voler bene alle persone senza giudicarle, anche se era rigoroso e preciso nelle analisi: sapeva distinguere l'affermazione di un principio su cui non si doveva transigere, dalla capacità di accoglienza delle persone anche quando ne combinavano di tutti i colori. Trasmetteva la gioia di vivere rendendo ragione del senso delle cose, della ragionevolezza della bellezza della vita. Studente ventiduenne, ho chiesto la mano di mia moglie "a lui", che ci ha detto che era una buona idea. Ci ha seguito per molti anni con affetto e saggezza. Da Vescovo, qualche anno prima di morire, mi ha affidato Caritas Ticino, un direttore laico non era certo nella tradizione e nelle aspettative, e rivoluzionò le basi del modello di intervento sociale che fino ad allora era indiscusso: il "bisogno" non doveva più essere il punto di riferimento per pensare al sociale, ma la "persona" che è molto più del suo bisogno, cioè portatrice di risorse. Ho una gratitudine smisurata per questa idea straordinaria che mi ha arricchito personalmente permettendomi di lottare controcorrente per affermare un pensiero geniale che fonda la speranza su una visione positiva e vincente della persona, anche quella più segnata dalla sofferenza e dal limite. Non era un sociologo o un economista ma un uomo di fede e questa immagine della persona non definita dai limiti ma dalle risorse, nasceva proprio dalla sua capacità di coniugare fede e ragione: la salvezza è possibile per tutti. Scoprire in seguito in alcuni economisti e pensatori di altre culture, la stessa idea delle "risorse sempre presenti", mi ha fatto apprezzare ancora di più quest'uomo saggio che aveva visioni ampie , portatore di un pensiero sano che poteva dialogare anche con posizioni laiche o di altro credo religioso, sulla base di una onestà intellettuale che apre i confini del pensiero e dell'universo. Grazie Eugenio.
Video "Ricordando Mons. Eugenio Corecco con: padre Mauro Lepori, don Libero Gerosa e Cristina Vonzun" 23 minuti
Facciata del CATISHOP.CH di Caritas Ticino a Pregassona-Lugano (CH) con il tabellone metallico di 4m x 8m (600kg) con la frase del 1992 del vescovo Eugenio Corecco: "La carità non ha come misura il bisogno dell'altro, ma la ricchezza dell'amore di Dio. È infatti limitante guardare all'uomo e valutarlo a partire dal suo bisogno, poiché l'uomo è di più del suo bisogno".
Sono stato invitato a un incontro di formazione dell'équipe di Caritas Ticino il 22 settembre 2022 sul tema "L'operatore sociale di Caritas Ticino" con Graziano Martignoni. Mi è stata chiesta una testimonianza personale. Eccola
Il testo dell'intervento.
Per far capire la
mia esperienza di operatore sociale di CATI, evidentemente con un ruolo un po’
speciale ma pur sempre un operatore sociale, devo fare una sorta di premessa un
po’ biografica, non solo professionale.
Ho vissuto il 68
con intensità. Nel 68 ho conosciuto colei che poi tre anni dopo avrei sposato e
abbiamo festeggiato i cinquant'anni di matrimonio l'anno scorso. Abbiamo
vissuto intensamente questa rivoluzione culturale, per me anche musicale, per
cui ho suonato per anni in band e mi sono occupato di musica, di arte con una
grande curiosità, sognando come molti in quegli anni, grandi cambiamenti,
grandi rivoluzioni. Avevo i capelli lunghi in un periodo in cui non erano bene
accetti ad esempio quando passavi una frontiera. Ho vissuto un periodo molto
particolare, molto interessante.
Preparavo gli esami
di maturità federale, quindi studiavo da solo e durante una prima parte di
esami a Lugano, uno che li faceva con me mi ha invitato a partecipare a un
gruppo che faceva un’esperienza religiosa, sarebbe diventato CL. Con Dani
abbiamo cominciato a partecipare a questi incontri un po’ strani, dove c'era
una sorta di fascino per il modo di stare assieme di questa gente che ci
sembrava fosse tutto sommato più felice di quella che frequentavamo prima.
Credo che sia stato questo l'elemento determinante del nostro interesse per
quell'ambiente.
Lì abbiamo
conosciuto don Luigi Giussani, una figura molto particolare e davvero
straordinaria. Un pensatore, che ogni anno veniva a fare gli esercizi
spirituali, cioè un paio di giorni di incontri. E peraltro sono 100 anni dalla
nascita di Giussani* e CATI, col suo settore informazione, ha fatto la diretta
streaming del convegno qui a Lugano.
Avevamo conosciuto
anche Eugenio Corecco, professore di diritto canonico, che è diventato
mondialmente un'autorità in materia. Conduceva questa comunità ed è diventato
nostra guida spirituale. Ma è anche la persona che, da vescovo, ha determinato
la svolta importante di Caritas Ticino negli anni 90.
La particolarità
che ci colpiva di quell’esperienza religiosa era la radicalità e la passione
con cui vivere e stare assieme agli altri.
Devo dire che nel
fermento rivoluzionario di quegli anni, il desiderio di vivere intensamente le
cose era davvero molto grande. Quindi abbiamo fatto esperienze molto belle e
molto affascinanti. Abbiamo studiato a Friborgo, dove appunto c'era Eugenio
Corecco che è diventato anche un grande amico. Ci ha sposato lui a Friborgo, poi
siamo andati a Parigi a studiare, eccetera.
Ma uno dei fatti
più importanti della nostra vita che ha marcato poi molto il mio modo di
concepire il lavoro sociale è stato il cominciare a fare delle vacanze con
delle persone handicappate, le cosiddette colonie integrate e quando poi
abbiamo avuto dei figli, li portavamo in colonia, anche neonati. Abbiamo fatto
colonie per parecchi anni. Del resto abbiamo degli amici che continuano ancora
adesso, cioè i figli di quelli che avevano cominciato.
Una esperienza di
incontro con persone che avevano problemi seri, di tipo fisico ma anche
psichico, vivendo delle vacanze, senza pretese terapeutiche, nient’altro che
stare assieme, vivere assieme come della gente normale che fa le vacanze. È
stata un'esperienza formativa veramente molto importante.
Ma l'elemento credo
straordinario è stato l'insegnamento di Eugenio Corecco che, quando poteva,
partecipava a questi momenti di vacanza; lui ci ha sostanzialmente insegnato e
aiutato a guardare le persone portatrici di handicap in un modo completamente
diverso rispetto al pensiero dominante.
Lui diceva, da
persona profondamente religiosa, che nel volto di queste persone, un volto
segnato dalla malattia e dalla sofferenza, noi dovevamo vedere Gesù Cristo.
Questa è la questione nodale. Perché? Perché quelle persone segnate da un
handicap avevano una dignità grande e non erano definite dall'handicap.
È quello che di
fatto c'è scritto sulla facciata del Catishop di Pregassona: “la persona è
molto più del suo bisogno.”
Questa è la
questione fondamentale. E questo è uno sguardo sull'altro che non colpisce solo
chi è credente. Cioè non c'è bisogno di avere la fede e di essere praticanti
per capire che questa è una cosa straordinaria, nel senso che il richiamo di
Corecco a guardare questi volti sofferenti come se fossero Gesù Cristo,
tradotto in termini laici, vuol dire guardare quelle persone non definendole
per quello che non hanno, per la loro mancanza, per il deficit, ma definendole
per quello che sono profondamente, per la loro dignità, cioè riconoscendo a
queste persone una dignità intrinseca.
Questo diciamo che
non succede tanto facilmente. Credo che abbiamo spesso assistito a forme di
“angelismo” nei confronti delle persone handicappate, o nei confronti delle
persone che hanno un problema, nel senso di guardarle privandole di fatto della
loro dignità profonda, perché si ritiene che non siano responsabili di nulla. È
una cosa sottile, è una sorta di malattia sottile che si manifesta in forme
anche innocenti nel linguaggio.
Pensate al fatto
che molto spesso, a una persona con un handicap, o a una persona anziana un po’
debilitata, si dà del tu, pur non essendo suoi amici. E il linguaggio di fatto
tradisce un pregiudizio e un giudizio. Chiedete a Dante quante volte
probabilmente è stato obbligato a attraversare una strada che non voleva
attraversare, oppure quante persone che non lo conoscono si permettono di
dargli del tu, perché siccome non vede, si crede che probabilmente debba essere
anche scemo!
In proposito un
aneddoto del mio amico Giacomo Contri psicoanalista milanese morto a gennaio. Molti anni fa, a un incontro di operatori
sociali che si occupavano di persone handicappate, li aveva provocati, dicendo
che “Anche gli handicappati vanno all'inferno.”
Tutti sono saltati
per aria, ma a me era piaciuta da morire perché nella sua provocazione c’era
l'affermazione della dignità della persona handicappata al punto tale da
riconoscergli, la possibilità di scelta: anche quando l’handicap è grave c'è un
angolo di libertà dove la persona può scegliere. Evidentemente se gli si
concede di scegliere, vuol dire che gli si può permettere di scegliere anche di
comportarsi male e in questo senso “la persona handicappata può andare
all'inferno”. C'è di fatto un riconoscimento per me bellissimo della libertà e
della dignità personale.
Nell’’80 sono
arrivato a CATI per l’accoglienza dei boat people vietnamiti, erano i profughi
vietnamiti che scappavano dal Vietnam, ne sono scappati 1.000.000 sulle barche
e metà ha perso la vita in mare o coi pirati. Dovevo occuparmi
soprattutto dell’animazione delle comunità di accoglienza essenzialmente
parrocchiali. Ed era la prima volta che su larga scala si usava questo metodo.
Non si trattava
prevalentemente di un intervento diretto con i profughi, ma di un lavoro
mediato di animazione delle comunità che maturavano un cammino di accoglienza dei
profughi. Ed è stata un'esperienza davvero formativa e molto interessante per
me perché mi ha permesso di approfondire e di mettere a tema tutta una serie di
questioni che fanno parte del welfare, cioè dello stato sociale e quindi
dell'impostazione del lavoro sociale. Diciamo che questo impegno è stato una
sorta di lavoro preparatorio che mi ha permesso poi negli anni 90, in
particolare nel 92, quando c'è stato il 50º di CATI, di intuire la genialità
del pensiero del vescovo Eugenio Corecco.
Quindi una svolta per
CATI che poi negli anni successivi abbiamo tradotto anche in termini laici, con
personaggi che ci hanno aiutato con i loro scritti come Muhammad Yunus, Amartya
Sen e C.K. Prahalad. Personaggi che affermavano che nella persona c'erano delle
risorse. Era sostanzialmente quello che ci diceva in termini religiosi Corecco;
in termini laici voleva dire scoprire le risorse che ci sono in tutti. Ma affermare
che in tutti ci sono sempre delle risorse è qualcosa di assolutamente
rivoluzionario che ha delle conseguenze politiche, di politica sociale, e si
contrappone completamente a una concezione assistenziale del rapporto con chi
ha bisogno.
La questione nodale
è questa: credere che le persone hanno sempre delle risorse, magari nascoste,
magari difficili da tirar fuori. Vuol dire che c'è la possibilità di aiutare
queste persone a diventare dei soggetti attivi e non essere degli oggetti
passivi che ricevono da altri gli aiuti. Questo è il cambiamento sostanziale
che Caritas Ticino ha fatto, passando da un'attenzione al “bisogno” dove tutte
le organizzazioni socio caritative focalizzano la loro mission, cambiando
l'asse e il focus sulle risorse delle persone. Dal bisogno alle risorse.
Allora aiutare la
persona bisognosa a scoprire e attivare le proprie risorse, sono convinto sia
il compito principale dell'operatore sociale di una Caritas come CATI. Poi naturalmente
bisogna anche fare le lotte politiche contro le ingiustizie che ci sono, contro
gli errori di un sistema di welfare che ha dei buchi e delle falle. Bisogna
farle davvero queste lotte politiche. Ma il compito principale, il compito
primo dell'operatore, credo sia proprio quello di aiutare le persone a scoprire
e attivare le proprie risorse.
È chiaro che
bisogna distinguere il momento dell'emergenza, quello che è il momento dove
bisogna assolutamente intervenire subito. E questo sia che si tratti di una
persona singola, sia che si tratti di un gruppo. Passato questo momento
iniziale di emergenza, bisogna sempre, e sottolineo sempre, tornare alla
questione delle risorse che le persone hanno, aiutandole ad attivarle,
aiutandole a scoprirle.
Questa idea si
contrappone alla concezione assistenziale ancora oggi diffusa prevalentemente
in area cattolica e di sinistra, perché se tutti sono portatori di risorse
significa che possono diventare soggetti attivi e non essere ridotti a oggetti
passivi che ricevono aiuto perché ritenuti vittime incapaci di essere attori
della propria rinascita. Ed è proprio questo non riconoscimento delle risorse
che impedisce alla persona bisognosa di uscire dal limbo dell’impotenza. Molte
forme di aiuto che hanno il tarlo dell’assistenzialismo, spesso la
distribuzione di soldi, impediscono alle persone di attivarsi e scoprire le
proprie risorse.
Quando si ha questo
sguardo come operatori sociali, si capisce che non è possibile sostituirsi a
nessuno. Non si è onnipotenti e non ci si può sostituire a nessuno. Quindi il
lavoro dell'operatore sociale è in fondo un lavoro sempre un passo indietro.
Questo l'ho sentito in modo molto profondo nella mia esperienza, perché molto
spesso ciò vuol dire accettare la libertà dell'altro, che pensa male e pensa
sbagliato, che fa scelte sbagliate, che avranno conseguenze. L'operatore deve
fare di tutto per convincere, per far capire a quella persona che cosa potrebbe
cambiarle la vita, ma mai sostituirsi a lei, mai entrare in una sorta di
tentativo risolutivo dall’esterno.
E questo è il guaio
continuo di molti operatori sociali, e di molte organizzazioni socio-caritative. A CATI ad
esempio noi non abbiamo le “épiceries”, cioè le banche alimentari, a Caritas
Ticino ci siamo sempre opposti quando in tutta la Svizzera tutte le Caritas le
hanno. Il motivo è preciso: crediamo che queste forme assistenzialiste di aiuto
limitino le possibilità di diventare soggetti attivi.
Nel corso degli
anni abbiamo coniato uno slogan che riassume tutta l’impostazione di questo
pensiero sociale: Dalla povertà si esce solo diventando soggetti economici
produttivi.
Le conseguenze di
questo slogan sono enormi e per me sono state una lotta controcorrente
continua; mi sono sentito dire molte , soprattutto in area cattolica e di sinistra, “hai ragione ma bisogna fare delle
eccezioni”. Ho sempre risposto che non ci sono eccezioni a un pensiero sano.
E si può fare anche
se a volte è faticosissimo. Scoprire le risorse delle persone è una cosa spesso
davvero molto difficile. Ma si può fare.
E si possono vivere
delle esperienze straordinarie quando le persone hanno compreso che possono
diventare davvero gli attori della propria rinascita.
È stato
estremamente gratificante vivere questi incontri e queste cose con passione, e raccontarle
cercando di spiegarle ad esempio con migliaia di video su youtube, raccontando esperienze,
come abbiamo fatto con Graziano Martignoni, che abbiamo rimpicciolito
mettendolo in video in un modellino di casetta che un contadino di Berna aveva
costruito molti anni fa, o in altre ambientazioni strane e divertenti. Ma tutto
questo per affermare che la persona che ha bisogno di aiuto ha una dignità
straordinaria che va scoperta, perché possa sempre e comunque rinascere.
Quindi la mia
esperienza di operatore sociale è stata bellissima. E auguro anche a voi di
andare un giorno in pensione riguardando la vostra vita, dicendovi che tutto
sommato avete contribuito a costruire un pezzettino di mondo migliore.
C.Y.Z. Un pensiero economico/sociale nel solco della Carità (26.3.2014)
Ogni tanto nell'elaborazione di idee che si concatenano e si sviluppano nel tempo, è come se si illuminasse un'immagine di sintesi che è il logico risultato di un percorso di approfondimento.L'immagine del triangolo C.Y.Z fra Corecco, Yunus e Zamagni per me è una di queste sintesi felici.
Dall'editoriale della rivista Caritas Ticino di aprile 2014 L’idea
centrale di tutta l’impostazione del nostro impegno socio-caritativo, fondata
sul concetto di risorsa e non su quello ben più diffuso e osannato di penuria,
lo ritroviamo in numerosi interventi e commenti che girano intorno ad un
triangolo di saggi che ci hanno permesso di capire e approfondire questo nodo
fondamentale per tutto il nostro lavoro sociale: il vescovo Corecco, il Nobel
per la pace Yunus e l’economista Zamagni. Il vescovo Eugenio Corecco ha segnato
la nostra svolta spazzando via l’idea che il bisogno definisca una persona, Mohammad Yunus ci ha convinto che
tutti hanno il potenziale per diventare soggetti economici produttivi e Stefano
Zamagni ci ha garantito che le risorse ci sono, il deficit è nelle istituzioni,
insomma "ce n’è per tutti". Tre
personaggi che ci hanno regalato un pensiero sano, che ci aiuta ogni giorno a
coniugare carità evangelica e prassi economico/sociale negli incontri
quotidiani con chi è messo da parte e ci chiede "perché". È tutto su youtube, disponibile 24/24. XYZ sono tre variabili, C.Y.Z. sono i nostri punti fermi. C. Il percorso per arrivare a questo triangolo di sintesi è iniziato nel 1992 al convegno del 50esimo di Caritas Ticino con la relazione del vescovo Eugenio Corecco quando disse fra l'altro che è "limitante guardare
all'uomo e valutarlo a partire dal suo bisogno, poiché l'uomo è
di più del suo bisogno". Questa affermazione introduceva una novità nel tradizionale sguardo caritativo o solidale fondato essenzialmente sul "bisogno". L'errore di questo riferimento nodale al bisogno sta nel suo presupposto di penuria, di mancanza di risorse, "non ce n'è per tutti", che impedisce di considerare l'idea di "sovrabbondanza" o di eccedenza dell'amore di Dio a cui faceva riferimento Il vescovo Eugenio, ma in termini laici di pensare che una persona è prima di tutto una risorsa, perché è portatrice di risorse, e non è costretta per sempre nella condizione di vittima passiva dell'ineluttabile. Y. Mohammad Yunus, Nobel per la pace, promuove da quasi 40 anni un concetto di Social Business che sostanzialmente si fonda sull'idea che le risorse potenziali delle persone indigenti sono un motore straordinario per diventare soggetti attivi di un sistema economico. L'incontro con i suoi libri, su cui abbiamo lavorato, ci ha permesso di fare un passo ulteriore nell'affrontare la sfida alla povertà come una battaglia sul fronte economico dove gli attori si affrancano dalla povertà diventando soggetti economici produttivi. Questa sia nei paesi più disastrati come il Bangladesh dove Yunus ha iniziato la sua opera, sia nei paesi avanzati dove la povertà si esprime come esclusione sociale. Z. Stefano Zamagni, economista, stretto collaboratore di papa Giovanni Paolo II nella stesura dell'enciclica "Caritas in veritate" costituisce una sorta di terzo pilastro di quel triangolo che sintetizza la visione socio-economica di Caritas Ticino. Ha collaborato con noi nella realizzazione della serie viodeo (102 puntate) "Il pensiero economico in Caritas in veritate" e ci ha condotto in un percorso di approfondimento del pensiero economico di cui è permeata la dottrina sociale della Chiesa. In un video ad esempio chiariva benissimo l'idea che dal secolo scorso non si può più imputare la povertà alla mancanza di risorse, perché le risorse ci sono per sostenere tutta l'umanità ma le carenze determinanti sono a livello di istituzioni; quindi è sull'organizzazione e sulla ripartizione che si deve concentrare la riflessione e l'azione e non sulla penuria di risorse.
Su questo triangolo di pensiero si fonda tutta l'azione sociale di Caritas Ticino e i giudizi che diamo sul modo di gestire il sistema di walfare o le prospettive economiche. Da qui il continuo sforzo di coniugare pensiero sociale e pensiero economico, accogliendo chi è in difficoltà come un portatore di risorse che va aiutato ad esprimersi pienamente quale soggetto attivo della società.
Oggi, 25 anni fa moriva il vescovo Eugenio Corecco e la sua memoria è la gioiosa presenza di una bella persona, un saggio, un maestro, un amico. Come ricordarlo anche a chi incrocia queste note? Come si ricorda un saggio a chi magari non ne ha ancora incontrato uno, perché di saggi nella vita non se ne possono incontrare molti? Su questo blog lui è menzionato, in 11 post, alcuni a lui dedicati, perché è stata una delle persone più importanti nella mia vita. Probabilmente il modo giusto per ricordarlo è quello di guardare con serenità alla realtà che ci circonda in una prospettiva di percorso carico di significato. Corecco infatti, dai rapporti personali alle dotte riflessioni teologiche aveva sempre una sorta di sguardo sereno che rimandava al significato profondo di ogni cosa. Voleva bene alle persone, voleva bene alla realtà che guardava con lucidità, voleva bene al "pensiero".
Nel post in suo ricordo del 2015: "Da Vescovo, qualche anno prima di morire, mi ha affidato Caritas Ticino, un direttore laico non era certo nella tradizione e nelle aspettative, e rivoluzionò le basi del modello di intervento sociale che fino ad allora era indiscusso: il "bisogno" non doveva più essere il punto di riferimento per pensare al sociale, ma la "persona" che è molto più del suo bisogno, cioè portatrice di risorse. Ho una gratitudine smisurata per questa idea straordinaria che mi ha arricchito personalmente permettendomi di lottare controcorrente per affermare un pensiero geniale che fonda la speranza su una visione positiva e vincente della persona, anche quella più segnata dalla sofferenza e dal limite. Non era un sociologo o un economista ma un uomo di fede e questa immagine della persona non definita dai limiti ma dalle risorse, nasceva proprio dalla sua capacità di coniugare fede e ragione: la salvezza è possibile per tutti."
E sulla facciata del CATISHOP.CH a Pregassona, il gigantesco tabellonemetallico di 4m x 8m (600kg) riporta la sua frase del 1992 che ha rivoluzionato la concezione dell'impegno sociale tradizionale per Caritas Ticino: "La carità non ha come misura il bisogno dell'altro, ma la ricchezza dell'amore di Dio. È infatti limitante guardare all'uomo e valutarlo a partire dal suo bisogno, poiché l'uomo è di più del suo bisogno" La seconda intuizione geniale del vescovo Eugenio Corecco per quel che riguarda Caritas Ticino e la mia vita professionale, è stata quella sull'informazione elettronica. Voleva che facessimo una radio ma poi ci incoraggiò a lanciarci nell'avventura della produzione televisiva, che per un'organizzazione locale socio-caritativa, nel 1994 era qualcosa di assolutamente impensabile. Morì dopo pochi mesi dall'inizio di questa impresa straordinaria ma la sua eredità morale, la sua caparbietà, il suo sperare contro ogni speranza, ci ha accompagnato e sostenuto fino a oggi, ogni settimana, anno dopo anno per 25 anni.
Mi piace pensare che i 1800 video su youtube siano il segno della sua presenza e della sua benevolenza. 25 anni di produzione video e 25 anni da quando l'amico saggio ci ha lasciati indicandoci la strada.
Alle 20.17 di ieri Dani è arrivata da Zurigo alla stazione di Lugano come fa settimanalmente da 7 anni andando a passare alcune ore da nonna con la nostra nipote Mila. Ma ieri c'era anche il compleanno di Elia, il nostro primogenito, papà di Mila.
Normalmente se arrivo in tempo e trovo posteggio, aspetto Dani alla salita della scala del sottopassaggio che porta ai binari, altrimenti, come ieri sera, le vado incontro e da lontano ci sbracciamo salutandoci come se non ci vedessimo da mesi. Andando verso la nostra auto ne vediamo una bianca posteggiata con la scritta in corsivo "La vita è bella...". Sorridiamo.La mia vita è bella. la mia vita con Dani è bella: sono affermazioni che descrivono oggettivamente la mia realtà. In pensione abbiamo anche in regalo un mucchio di tempo da spendere assieme. Sono molti i momenti piacevoli e alcuni sono davvero speciali come ieri sera. Dani non ha fame e quindi cucino solo per me del fegato alla griglia con formentino, il camino è acceso, chiacchieriamo mentre lei mi racconta della sua giornata a Zurigo e di Mila che era molto preoccupata perché il sole alla fine esploderà e sarà la fine della terra e quindi della nostra famiglia. D'altra parte suo Papà a 5 anni per un po' era angosciato dal fatto che Giove sarebbe diventato una stella e avrebbe mandato in tilt il sistema solare. Finita la cena mi siedo anch'io al camino e Dani mi legge dal suo Ipad un passaggio di Pasternak dal Dott Zhivago che sta rileggendo e che oggi l'aveva colpita.
"Aspettate, ve
lo dico io quello che penso. Penso che se la belva che dorme nell’uomo si potesse
fermare con una minaccia, la minaccia della prigione o del castigo
d’oltretomba, poco importa quale, l’emblema più alto dell’umanità sarebbe un
domatore da circo con la frusta, e non un profeta che ha sacrificato se stesso.
Ma la questione sta in questo, che, per secoli, non il bastone ma una musica ha
posto l’uomo al di sopra della bestia e l’ha portato in alto: una musica,
l’irresistibile forza della verità disarmata, il potere d’attrazione dei suo
esempio. Finora si riteneva che la cosa essenziale del Vangelo fossero le
massime e le regole morali contenute nei comandamenti, mentre per me la cosa
principale è che Cristo parla con parabole tratte dalla vita d’ogni giorno,"
Si tratta di unariflessione che il personaggio principale esterna a un altro, e l'ascoltatore se ne va dicendo al protagonista di provare a scrivere quanto ha detto visto che lui non aveva capito nulla. E questi. rimasto solo, si adira contro se stesso per aver svelato una parte intima di sé a uno che non ha colto nulla, le perle ai porci. Il Dottor Zhivago, non è infatti il polpettone melodrammatico che il film ha raccontato ma un testo di profonde riflessioni sullo sfondo di una storiella che è solo lo spunto per un'introspezione di grande valore; Dani aggiunge che diversi grandi scrittori russi hanno fatto lo stesso, cioè utilizzavano una storia magari non particolarmente speciale come canovaccio su cui imbastire un percorso complesso di approfondite considerazioni esistenziali. Nel suo viaggio, l'anno scorso, sulle tracce degli scrittori russi fra San Pietroburgo e Mosca, la casa di Pasternak è quella che l'aveva colpita di più, forse perché c'è una certa vicinanza visto che lui è morto quando lei era già nata, una sorta di legame privilegiato, chissà. Mi ricorda che oggi sono tre mesi dalla morte di Giovanna, una amica che ha fatto i conti tutta la vita con un cromosoma impazzito. Ha scritto alla mamma che non si dà pace per la scomparsa della sua "piccola sfortunata figlia", un pensiero, me lo legge, ricordando un episodio con l'amico saggio, il vescovo Eugenio Corecco:
quando in una nostra colonia (vacanze integrate che abbiamo fatto per decine di anni) un incidente aveva causato la morte di un bimbo di tre anni, dopo una lunga agonia e un momento in cui sembrava riprendersi, ci eravamo trovati in tanti amici nella sala adiacente la chiesa di San Rocco a Lugano ad aspettare i genitori di quel bimbo morto a San Gallo; Corecco ci aveva detto che nasciamo per compiere un destino e che quel bambino in tre anni l'aveva sicuramente compiuto. E intanto Dani si ricorda di un altro amico down che proprio sei mesi fa anche lui se ne è andato, Dani scrive qualche parola alla sorella che, praticamente appena partito il messaggio in whatsapp sta già rispondendo. Sistemo la legna che brucia nel camino. Sono le 22.30.
Dani si chiede se sarà già finito il Barbiere di Siviglia che Mila e genitori sono andati a vedere per festeggiare il compleanno di Elia. Ne cerco una versione su youtube, credo buona, del 1988 con la locarnese Cecilia Bartoli giovanissima.
Ne ascoltiamo qualche passaggio.
Dico a Dani che sarà bene che si studi il libretto perché Mila probabilmente vorra costruire qualche storia a partire dal Barbiere di Siviglia, visto che con Dani hanno passato anni a raccontare e interpretare storie spesso partendo da testi esistenti.
Se poi Dani non sa bene il testo originale lei si arrabbia, come ha fatto con Narnia che Dani non conosceva bene e lei le diceva che non poteva mica dirle tutto raccontandole sei libri in un minuto, insomma la rimproverava di non essersi preparata. (E Nora, mamma di Mila, ci conferma che la bimba è entusiasta dell'opera di Rossini).
- Dovresti scrivere queste cose sul suo blog perché altrimenti andranno perdute -, ma Dani mi sorride dicendo che lo faranno i suoi biografi. Finisco di sorseggiare un magnifico absinthe francese a 60 gradi. Intanto è arrivata mezzanotte.
In giugno mi è stato chiesto di rispondere a 7 domande sulla comunicazione video di Caritas Ticino per il sito della CORSI. (Max 600 caratteri per domanda) Ho fatto i compiti e ho scritto l'articolo ma a questo punto mi è stato chiesto di ridurre il testo da 7 a 4 domande però anche così non è stato pubblicato. Infine in una versione ancora ridotta a sole 3 domande è apparso in ottobre su catt.ch. Ecco la versione originale scritta per la CORSI che non l'ha mai pubblicata (titolo e introduzione non sono miei ovviamente ma della giornalista che mi aveva chiesto l'articolo).
Una tv
attenta ai problemi di oggi
Roby Noris, entrato a Caritas Ticino nel 1980, l’ha
condotta per una trentina di anni, arrivando anche a creare una propria
produzione televisiva, conducendola e facendone il suo principale settore di
impegno professionale fin dal 1994, con la possibilità di montare in proprio
tutto quanto prodotto e di realizzare anche tutta la produzione virtuale su
green screen. Da quando è in pensione, da gennaio 2017, collabora ancora per
servizi o serie puntuali. I video di Caritas Ticino
Tv vogliono essere una piacevole e distensiva opportunità per scoprire cose
interessanti. I 1350 video sul canale di Caritas Ticino su youtube testimoniano
questo tentativo.
1) Le
vostre proposte sono seguite da che genere di utenza? A chi vi rivolgete?
Andando in
onda su Teleticino e su youtube potremmo dire che la proposta è a 360 gradi
anche se in realtà chi ci segue ha una caratteristica ben precisa: curiosità e
desiderio di approfondire tematiche sociali, religiose, economiche e culturali.
E fra questi molti non la pensano come noi ma credo trovino interessante il
confronto con una organizzazione profilata che non teme di proporre ipotesi,
talvolta scomode, che spesso vanno controcorrente. Con la rubrica Migranti del
Mare, ad esempio, diamo una interpretazione politica spesso fuori dal coro. E la
nostra lettura della povertà in Svizzera, che non sposa il catastrofismo
dominante, penso possa piacere a chi desidera ascoltare un’altra voce.
2) È
facile proporre dei contenuti anche orientati alla religione nel mondo odierno?
Più dei
contenuti a carattere religioso ciò che spaventa è l’approfondimento, perché il
pubblico ritiene che richieda molta fatica. Allora bisogna “barare” facendo
credere che l’approfondimento non richieda sforzi particolari. In realtà tutti
siamo disposti a fare fatica se questo ci produce piacere. Chi gioca ai
videogames, ad esempio, fa uno sforzo enorme, di calcolo e di memorizzazione a una
velocità incredibile, ma non dirà mai che è faticoso perché è divertente e
gratificante. Noi cerchiamo di mettere in contenitori piacevoli, a volte virtuali
e movimentati, anche contenuti difficili come quelli religiosi, presentandoli
come più leggeri di quello che sono.
3) Ricevete
feedback dai vostri utenti?
La nostra
produzione poco spettacolare non può generare le reazioni a caldo e le lettere
al direttore. Ma in quasi 25 anni abbiamo raccolto molti feedback che
confermano la bontà della scelta piuttosto speciale fatta nel 1994 di produrre
TV in proprio e di creare un nostro studio televisivo. Ciò che mi colpisce
sempre sono soprattutto i commenti che ci arrivano da persone lontane dalla
Chiesa e dalle tematiche sociali che ci attestano fedeltà e apprezzamento al di
là di ogni ragionevole aspettativa. La permanenza dei video in rete su youtube
ha creato inoltre una situazione nuova: dopo anni, chi li guarda reagisce come
se fossero stati realizzati e postati il giorno prima.
4) Migrazioni,
disagi sociali, dipendenze: i problemi dell’odierna società vengono
sufficientemente trattati dai mass media?
Vengono
trattati solo se hanno le caratteristiche ben codificate per ottenere il
successo mediatico. Giocano quindi in modo determinante aspetti di per sé
secondari come la novità, la spettacolarizzazione, l’impatto immediato,
l’emozione facile, la concorrenza fra media. Il paradosso sta nello scontro fra
il desiderio originale di fare dell’informazione autentica e la pressione
schiacciante del costo elevato pagato solo dall’audience. Talvolta traspare del
buon giornalismo ed è quasi miracoloso. Si continuerà a parlare ad esempio di migrazioni
fino a quando ci saranno notizie vendibili sul mercato dei media, finché non ci
sarà assuefazione.
5) I
mass media in generale sono coscienti del loro ruolo verso questi temi? Li
affrontano nel modo giusto? Sono coscienti che “l’uomo è più del suo bisogno”,
come diceva Eugenio Corecco?
Purtroppo
no. Ci sono molti buoni professionisti, e una parte di pubblico, che vorrebbero
un’informazione responsabile dell’immagine della realtà, cioè della verità, ma
la macchina mediatica e il mercato hanno quasi sempre il sopravvento, persino
sul servizio pubblico che dovrebbe essere l’oasi in cui ci si libera dal giogo
dell’audience. Siamo lontani anni luce dall’idea di persona e del suo valore
che ci ha insegnato il vescovo Eugenio Corecco che aveva le idee ben chiare
sulla responsabilità dei media e del pubblico, e per questo ci ha incoraggiato
a lanciarci nell’avventura televisiva.
6) Conosce
la CORSI e il suo lavoro in seno alla RSI? Se dovesse fare una critica alla
RSI, quale sarebbe? La RSI è attenta, ad esempio, ai problemi della società di
oggi?
La RSI ha
l’opportunità, come servizio pubblico, di non essere totalmente condizionata
dalle fluttuazioni dell’audience, mostrando il “bello della realtà”. Lo fa sul
piano culturale con la RETE DUE radiofonica. Televisivamente quasi tutto però è
giocato sugli ascolti. I trentennali programmi occupazionali per disoccupati di
Caritas Ticino ad esempio, sono stati attaccati da Patti Chiari (17.3.2017) sulla
base di tre testimonianze di scontenti, a fronte di migliaia di partecipanti
soddisfatti. La logica era chiara: una attività che funziona non è una notizia
mentre scavare nel torbido da giustizieri, sì. Nel servizio pubblico sarebbe
bello veder affiorare il coraggio della verità.
7) Quali
vantaggi offre il fatto di essere una piccola realtà mediatica come la vostra
in confronto alle grandi emittenti?
I vantaggi
ad essere piccoli sul pianeta mediatico sono ben pochi ma nel nostro caso, a
Caritas Ticino, c’è forse una caratteristica che è straordinaria ed
affascinante per chi ama la comunicazione: noi abbiamo la libertà di poter dire
ciò che crediamo giusto, anche se non ci porterà indici di ascolto particolari.
Possiamo parlare di cose belle che funzionano bene anche se sappiamo che questo
“non fa notizia”, e dar voce a visioni positive della realtà, a testimonianze
di chi si è giocato la sua vita per ciò che crede, anche se non sono news molto
quotate. E scoprire che un nostro video dopo anni su youtube ha migliaia di
visualizzazioni ci dice che forse si può sperare.
La povertà e l'ideologia dominante: dai media (RSI in primis) allo Stato e ai privati
Il 23 novembre 2017 a pag 25 del Giornale del Popolo ho avuto l'onore di un terzo di pagina per esprimere ciò che penso della povertà in Svizzera da raccontare in TV.
La giornalista che mi ha contattato mi ha scritto che aveva visto la trasmissione "60 minuti" della RSI2 del 20 novembre Il costo della Povertà 60-minuti/RSI2. Voleva sapere da me come si fa ad approfondire il tema della povertà vista l'esperienza televisiva di Caritas Ticino a cui ho dato il mio contributo fin dalla sua nascita nel 1994. Non so quanto fosse cosciente del fatto che "60 minuti" era agli antipodi della mia lettura della povertà e darmi carta bianca voleva dire dar voce a una posizione ben diversa sulla lettura della povertà da quella dominante e stravincente su tutti i media, fra i politici e fra le organizzazioni caritative/assistenziali. Nessuno se ne sarà accorto perché la mediocrità intellettuale è lo standard accettato incodizionatamente ma il discorso improntato sulle risorse delle persone che non sono mai definite dalla loro indigenza, povertà, penuria, handicap e mancanza, che io ho fatto mio e di Caritas Ticino partendo dal Vescovo Eugenio Corecco, poi da Muhammad Yunus, Amartya Senn e C.K.Prahalad, e dall'enciclica di Benedetto XVI del 2009 Caritas in veritate, non ha proprio nulla a che vedere con quello che hanno detto i partecipanti a "60 minuti" ne "Il costo della povertà".
La tesi dominante sulla povertà in Svizzera è stata esposta infatti nei primi minuti della trasmissione con alcuni dati di cui il conduttore ha detto, spazzando via ogni spazio di possibile obiezione: "sarebbe da incoscenti ignorare questa situazione". E la situazione che sarebbe da incoscienti ignorare è che in Svizzera ci sarebbero 75000 bambini poveri e più di 200000 a rischio di povertà e in Ticino una famiglia su tre se riceve una fattura di 2500 FR non prevista, non è in grado di pagarla. Tutta la trasmissione è stata uno sviluppo analitico con abbondanti scivolamenti pietistici per dimostrare la tesi della povertà dilagante e sostanzialmente del fallimento totale dello stato sociale al punto che oggi, secondo loro, le organizzazioni private devono sopperire ai buchi dello Stato inadempiente. Un quadro da catastrofe che però è estremamente gratificante perché fa sentire tutti buoni e protesi verso i poveri che finalmente ci sono. E verso Natale questo è proprio un bel ragalo!
Questo quadretto catastrofico non ha avuto la benché minima obiezione o accenno a ipotesi diverse in tutti i 60 minuti di trasmissione: i due ricercatori, con linguaggio dotto e piacevole hanno sciorinato la teoria della penuria che non ha vie di uscita se non in un miracolo economico in cui i poveri svizzeri di conseguenza diventerebbero ricchi! Uno dei due, spiegando i parametri per definire i poveri in Svizzera ha accennato alla difficoltà di paragonare il parametro della soglia di povertà in valore assoluto (franchetti sonanti) con quello degli altri stati europei e quindi la sostituzione di questo paramentro con quello "relativo" del 60% del reddito medio, e nessuno ha reagito e forse nessuno si è accorto di cosa realmente stesse dicendo: in realtà aveva messo il dito sulla piaga di un indicatore illuminante dei criteri molto relativi adottati in Svizzera. Se infatti si adotta la soglia di povertà in valore assoluto, cioè 2500 Fr per persona singola e 4000 per coppia con due figli, si deve aver vergogna ad andare a raccontarlo mettendo il naso al di là della frontiera, dove più aumentano i kilometri e più l'assurdità appare evidente. La povertà materiale infatti nel mondo esiste ma non è nemmeno lontanamente paragonabile a quella svizzera sbandierata da media, dai politici e dalle organizzazione assitenziali private.
Quando avevo i miei 5 figli piccoli e mia moglie non lavorava probabilmente se ci fosse arrivata una fattura improvvisa di 2500 Fr non avremmo potuto pagarla interamente quel mese, ma non ci siamo mai sentiti poveri ed abbiamo sempre pensato di avere risorse e creatività per mantenere modestamente ma decorosamente il livello di vita della nostra famiglia. Questo perché la povertà ,materiale in paesi ricchi come la svizzera è prima di tutto nella testa delle persone ed è ideologica.
Non avere sempre tutto e subito può essere una palestra interessante per valorizzare le proprie risorse ed abituarsi a interrogarsi su cosa potrei prima di tutto fare io prima di aspettare che altri, lo Stato o chissà chi, si debbano preoccupare per me.
Ma poi quello che mi disturba in questo piagnisteo, che si aquisce ogni anno in periodo prenatalizio, è che questo non è mai da stimolo o da pungolo per affrontare il problema dei bassi salari, della mancanza di contratti collettivi per diverse categorie, del dumping salariale che creano disparità e disuguaglianze inaccettabili fra i lavoratori: una questione di giustizia sociale prima che di povertà. Quasi paradossale, per non dire grottesco, che fra gli ospiti di "60 minuti" ci fosse un ex esponente di spicco del mondo imprenditoriale ticinese riconvertito recentemente all'umanitario di stampo assistenzialista che oggi si commuove scoprendo i poveri svizzeri, con distribuzioni di zainetti scolastici ai bambini meno abienti. Mancava solo il frate delle mense dei poveri che forse non poteva quella sera.
La cosa più triste per me comunque in questa diffusione a macchia d'olio della visione pauperista dominante è l'assenza della contrapposizione di quella straordinaria saggezza che la Chiesa, quando pensa, è capace di proporre con una lettura dell'economia e del sociale come in Caritas in veritate.
Faccio fatica a pensare che oggi sono già dieci anni da quando Carlo ci ha lasciato, a cinquant'anni, con progetti e sogni da realizzare, soprattutto quello di vedere grandi i suoi due figli.
Anna il 9 gennaio scorso a pochi giorni dal 10mo anniversario dalla morte del papà ha dato alla luce Rachele, la prima nipote di Carlo.
È bella l'immagine che la fede propone, di Carlo che gioisce dal paradiso per questo straordinario avvenimento. Mi sono riletto come l'avevo ricordato in un editoriale sul numero di aprile 2009 della rivista di Caritas Ticino:
Mi ritrovo ancora oggi in quella strana sensazione di sguardo incredulo su un fatto naturale non metabolizzabile come la morte di qualcuno a cui vuoi bene. Siamo fabbricati male per poter gestire la finitezza che è poco compatibile col desiderio di infinito che in modi diversi tutti abbiamo dentro.
Carlo mi ha lasciato un'eredità che ritrovo quotidianamente nel mio rapporto con la realtà che posso sintetizzare così: ciò che conta è il pensiero. L'azione è solo una conseguenza per certi versi secondaria di ciò che pensiamo, di come ci pensiamo. Forse perché era entrato nell'universo di Giacomo Contri che mi ha aiutato ad avvicinare e di cui ho intuito una genialità che mi ha affascinato. E nel solco di un altro maestro come Luigi Giussani, con Carlo abbiamo messo a tema continuamente l'assoluta necessità di essere radicali, nell'andare a fondo di quello che incrociamo e che ci interroga. Un giorno o l'altro vorrei realizzare un pezzo musicale da dedicargli ma finora non ci sono riuscito se non indirettamente con la musica della serie video che ho realizzarto con Giacomo Contri dedicata a lui e al vescovo Eugenio Corecco su un tema caro a Carlo, quello dell'educazione.
E con Giacomo, anche dopo 10 anni, posso ancora ripetere: "Non sono felice che sia morto, proprio non sono mai stato felice che sia morto, mi manca" Un ulteriore ricordo di Carlo e una sua lezione del 2001 agli operatori di Caritas Ticino nel post del 2014 "FELICITÀ E DIPENDENZA"
Con grande affetto la ricordo col video girato a Roma un mese fa durante il pellegrinaggio dal Papa con 230 persone della San Gottardo, ospiti, collaboratori, famiglie e amici. Bello che Giona abbia filmato e Dani abbia raccolto questo gioiello. (Mia presentazione in video) La testimonianza di Mimi è straordinaria per la carica di speranza e di fede, una sorta di testamento raccolto certamente dal vescovo Eugenio.
Cosî l'ho ricordata per il GdP
RICORDANDO 40 ANNI CON UN’AMICA
Con Mimi se ne va un altro pezzo della mia storia, una
persona che ha segnato la mia evoluzione di pensiero, con il vescovo Eugenio
Corecco che ha tracciato il solco di un ripensamento della dimensione della
carità, e con Carlo Doveri. Tre amici che ora è bello pensare assieme in una
dimensione dove la conoscenza e la speranza si intrecciano in una armonia senza
tempo.
Con Mimi e con Carlo abbiamo condiviso il desiderio
di far nostro il messaggio straordinario del vescovo Eugenio che aveva
affermato: “L’uomo è più del suo bisogno” aprendoci lo sguardo a un’attenzione
agli altri non più centrata sui bisogni ma sulle risorse e sulla dignità delle
persone. Una strada nuova che Mimi aveva fatta sua sia negli incontri
personali, che nell’organizzazione delle strutture di cui si occupava, e nei
progetti in paesi lontani. Con fatica e misurando spesso le difficoltà che
ridimensionano le aspettative. Ma siccome volava alto, come le aquile e non si
accontentava di razzolare nel pollaio, aveva sempre un orizzonte ampio dove
sperimentare e cercare le soluzioni praticabili. Voleva cambiare le strutture
per realizzare un pensiero sociale sano carico di speranza per tutti, e cercava
tutti i mezzi per riuscirci. Per questo ha fatto politica.
Negli anni settanta abbiamo cominciato a collaborare
e la lista delle cose fatte assieme è davvero lunga. I giri nelle parrocchie a
animare serate con l’audiovisivo “Bambino dove vai” che si concludevano col
caricare assieme pesanti amplificatori, altoparlanti, schermo e proiettori,
domandandoci spesso “ma cosa stiamo facendo”. L’accoglienza in Ticino dei
profughi vietnamiti, i Boat People, l’aveva voluta lei, e mi aveva chiamato nel
1980 a Caritas Ticino per lanciare un’azione di accoglienza con una metodologia
nuova di gruppi parrocchiali e poi il centro culturale vietnamita a Sorengo,
percorrendo strade nuove sul fronte dell’integrazione di persone di una cultura
così lontana.
Il terremoto in Irpinia con viaggi improbabili,
dormendo nel sacco a pelo nel caravan lasciando il portellone aperto.
Nell’88 la nascita dei programmi occupazionali per
accogliere i disoccupati più “difficili” quando non si parlava ancora di
disoccupazione in Ticino.
Anche l’avventura televisiva di Caritas Ticino è
cominciata con lei a Natale nel 1994 negli studi di Melide che sarebbero
diventati Tele Ticino, qualcosa di incredibile anche oggi ma che vent’anni fa
sembrava fantascienza. Abbiamo molti contributi video di Mimi e un giorno li
rimonteremo.
Quando lasciò Caritas Ticino lanciandosi in nuove
avventure sociali con la sua agenzia Consono o con la Fosit, e con la
fondazione san Gottardo che aveva contribuito a creare e che ha condotto fino ad
ora, abbiamo continuato a riflettere assieme sulla metodologia dell’intervento
sociale e a collaborare ad esempio con progetti a sostegno di poveri in diversi
angoli del mondo che lei aveva scovati nei suoi viaggi.
E fino all’ultimo ha lottato avendo ancora molti
progetti da realizzare.
Così nell’ultima sua prodezza, andare in
pellegrinaggio a Roma nonostante fosse gravemente ammalata, c’era tutta la
carica di chi guarda sempre lontano. La sua testimonianza, registrata nel video
“Dal Papa per i 20 anni della San Gottardo”, che rivedremo su Tele Ticino
sabato prossimo alle 18:00, o su youtube sul canale di Caritas Ticino, è una
pagina straordinaria di speranza, di inno alla vita e di profonda capacità di
affidarsi al disegno di Dio.
In clima pasquale, davanti al capolavoro fiammingo, provo a fare qualche riflessione impegnativa sollecitata da un'amica che il giovedì santo durante la cena "dell'agnello" ha sollevato la questione dell'essere condizionati a credere in Dio se si frequentano determinati ambienti che rendono affascinante questa idea. Ma prima di entrare in merito una premessa personale. Per moltissimi anni, probabilmente per quasi tutta la mia vita da cattolico, ho frequentato messe domenicali che sostanzialmente non mi piacevano per la poca cura del "bello", sia nella configurazione dei gesti liturgici ma particolarmente nel canto, un aspetto a cui sono molto sensibile. Soprattutto negli ultimi anni è diventata una vera sofferenza fisica sopportare sacerdoti che urlano al microfono e fedeli che fanno lo stesso per non essere da meno, con cali di tono e stonature, attacchi sempre e totalmente scordinati. L'orrore magari accompagnato da una chitarra leggermente scordata, usata come se se si accompagnassero i canti di un bivacco. Ho una passione per la liturgia bizantina russa che, non avendo avuto scossoni di rinnovamento è rimasta come secoli fa con una caratteristica straordinaria: il popolo sta zitto e ascolta un coro. Credo che le più belle liturgie, della durata di diverse ore, le ho vissute a Novosibirsk in Siberia e al monastero di Chevetogne in Belgio che celebra in rito bizantino pur essendo cattolici. Si tratta di momenti dove l'affermazione che "il bello conduce a Dio" sembra tangibile con rituali di una eleganza raffinata e con canti sempre di notevole livello che alternano lunghe preghiere cantate da un diacono. Detto questo dopo un periodo di "decontaminazione" ho deciso con mia moglie di andare a Cademario, a mezzora di auto da casa nostra, dove 9 suore clarisse curano nei minimi dettagli la liturgia e preparano accuratamente i canti. Non sono un coro straordinario e fuori scala, ma la cura che mettono nella preparazione rende quei canti sempre molto belli. Soprattutto quelli che il popolo non può cantare e quindi rovinare. Negli ultimi mesi è stato posato un magnifico mosaico di Rupnik con un Cristo al centro che sembra guardarti in qualunque angolo della chiesa tu sia. Andare a quelle messe è un piacere per l'occhio, l'orecchio e per il "cuore", si potrebbe dire.
Vengo ora alla sollecitazione sull'esistenza di Dio. L'amica dice in sintesi che avendo frequentato per un po' il monastero di Cademario si è resa conto che un'atmosfera bella e suggestiva alla fine ti condiziona al punto che credi di credere in Dio. Ma non sai se questo è giusto perché non sai se esiste davvero. In altri termini traduco la questione così: alla domanda se Dio esista vorresti una risposta convincente e non un condizionamento che determini una risposta che non è tua. Credo che ci sia un problema legato alla domanda in sé che non può avere risposta razionale, nel senso che non si può dimostrare l'esistenza di Dio né la sua non esistenza. Se ne può discutere all'infinito e studiare la questione dal profilo filosofico o teologico ma non si può avere la risposta razionale che convince. Appunto è una questione di fede. Ma cercando di riflettere in termini laici, cartesiani e non fideistici, mi viene da dire che il bisogno di trascendenza degli essere umani fa nascere questa domanda anche se è impossibile avere la risposta che si vorrebbe. Credo che invece la domanda si debba spostare sul piano della fiducia che viene riposta in altri che credono e testimoniano in modo convincente il loro credo. Del resto guardando persone che vivono bene, sono felici, e affermano di credere, non si può non ipotizzare che questi potrebbero avere ragione. Nella mia vita penso ad alcuni maestri che ho stimato molto, primo fra tutti il vescovo di Lugano Eugenio Corecco. Quest'uomo testimoniava una grande fede e il fatto di essere una persona straordinaria rendeva trasparente e credibile ciò che raccontava. In particolare negli ultimi anni della sua vita, ammalato, aveva reso "fatto pubblico" la sua sofferenza, la sua malattia e la sua prossima morte, e questo interrogava tutti quelli che lo incontravano, sul piano della fede. Allora quando incontriamo persone che apprezziamo e hanno fede queste ci condizionano nella ricerca di Dio? Ebbene sì, perché il piano della domanda sull'esistenza di Dio non può essere quello razionale ma quello della testimonianza di qualcuno in cui si possa porre la propria fiducia. Direi che il "condizionamento" crea solo delle condizioni affinche liberamente io possa porre la mia fiducia in quella persona o in quelle persone. Allora il consiglio che oso dare a chi è alla ricerca di Dio è quello di smettere di porre quella domanda senza risposta ma piuttosto di guardarsi intorno per capire chi sia più degno di fiducia, cioè chi crede o chi non crede. E chi è seriamente impegnato in questa ricerca ricordi il consiglio di un altro saggio, Papa Benedetto XVI: chi non ha fede viva come se ce l'avesse. Al monastero di Cademario durante la liturgia del venerdì santo, si è baciata la croce e quando il sacerdote stava andando a riporla, la madre superiora gli si è avvicinata per indicargli una suora anziana che non cammina a cui doveva portare la croce da baciare, cosa che ha fatto. Un gesto solenne nella semplicità più assoluta che riportava la gestualità rituale sul piano dell'attenzione a una persona con qualche difficoltà. Allora lassù in quel monastero dobbiamo chiederci se Dio esista? O piuttosto non dobbiamo chiederci nulla e stare per qualche momento accantoa una comunità di suore che testimonia la bellezza della fede con gesti di solenne normalità. Buona Pasqua