Papà Ignazio e la finitezza
Ieri erano 25 anni
dalla morte di mio padre. Alla Messa in suo ricordo al monastero di Cademario
la suora che legge le preci ha detto “preghiamo per il papà Ignazio”. Un modo
affettuoso e simpatico per ricordarcelo.
25 anni fa lo avevo
accompagnato nel suo ultimo tratto di cammino, una corsa in ambulanza e lo
spegnersi in ospedale. Un momento molto dignitoso e persino bello grazie a una
dottoressa che con grande sensibilità, dopo aver discusso della ragionevole
rinuncia a una rianimazione, una questione delicatissima ma in fondo tecnica, aveva
assunto un altro ruolo quasi austero, celebrativo, nonostante il contesto
asettico/tecnologico ma sostanzialmente squallido di un pronto soccorso: aveva
detto a mio padre prendendogli la mano “signor Noris adesso farà un lungo
viaggio”. Mi aveva profondamente colpito la solennità di quell’istante, quasi
surreale, che usciva da quel contesto sanitario per diventare il rispettoso
commiato di un essere umano che completava la parabola della sua permanenza su
questo pianeta. Una restituzione di tutta la sua dignità in un gesto e in una frase
“adesso farà un lungo viaggio”. Qualche mese dopo nell’editoriale della rivista
di Caritas Ticino, poco dopo il 9/11 scrivevo: “Sotto alle Twin Towers davanti
a milioni di spettatori increduli sono morte migliaia di persone a cui nessuno
ha potuto dire altrettanto.”
Credo che, dal profilo
del mio approfondimento del tema nodale della finitezza e della morte, quel
commiato nel pronto soccorso sia stata una tappa straordinariamente prolifica
perché, senza averlo deciso, ho cominciato a lavorare su questa questione fondamentale.
Evidentemente la morte degli altri, e a maggior ragione delle persone molto
vicine, semplicemente mette a tema in modo diretto la questione della propria
morte, ma non siamo assolutamente attrezzati per affrontare la finitezza, cioè avere
un termine, e tendiamo a vivere come se fossimo immortali. Solo con un lavoro
notevole su di sé credo si possa abbozzare un ragionevole affronto della
questione.
Al di là delle ipotesi
fideistiche sulla destinazione di quel “lungo viaggio”, considerato che nell’esperienza
cristiana la fede è ritenuta un dono, quindi si può averla ma anche non averla,
credo mi abbia sempre intrigato maggiormente la questione del al di qua prima
del al di là.
Anche se ho grande stima
per chi seriamente affronta la questione del dopo la morte come esito
rasserenante rispetto alla vita, qualora questa sia gravemente compromessa. Sto
aiutando un’amica leggendo la sua tesi su una esperienza straordinaria di
relazione fra centinaia di persone gravemente ammalate che si ritrovano in rete
quotidianamente per una Messa via Zoom (si chiamano Quadratini dal formato
dello schermo suddiviso da Zoom) e poi si scambiano messaggi, quelli che
possono vanno a visitare gli altri e il sacerdote che anima questa iniziativa va a
trovare molti ammalati e se possibile dice la Messa da casa loro. La tesi riporta
delle testimonianze straordinarie di affronto della sofferenza e della morte in
chiave religiosa con una serenità che ha dell’incredibile, con una fede
profonda carica di speranza sia fino all’ultimo respiro perché la figura di
Cristo è sentita presente, sia per la certezza di essere accolti in paradiso.
Dal profilo sociologico emerge una possibilità straordinaria di compagnia fra le
persone, di solidarietà e di sostegno incredibile che fa star bene le persone nonostante
situazioni di malattia pesantissime. Dal profilo psichico si potrebbe dire che
si curano con questa esperienza di condivisione e alla fine la serenità è il
sintomo di una sanità di pensiero raggiunta.
Ne traggo come
indicazione di metodo anche per il fronte laico, che rivoluzionare il proprio
schema di relazioni abituali in una prospettiva di valorizzazione delle persone
dentro un intreccio comunitario dove gli obiettivi ideali sono elevati, (in
questa esperienza dei Quadratini si tratta di trascendenza) la qualità della
vita è totalmente diversa e la condizione della malattia che porta alla morte è
solo un movente mentre ciò che rovescia una prospettiva senza speranza è la
modalità della relazione e il pensiero che ne deriva. Almeno mi pare.
Quindi continuando il lavoro
sulla finitezza credo che la chiave stia in una visione serena dell’esistenza, possibile
solo in una visione della vita come una parabola che ha diverse fasi, in un
ordine ragionevole in cui l’esito finale può essere visto come la conclusione
armonica e armoniosa di un percorso. Ciò che abbiamo vissuto e pensato, sono l’eredità
che lasciamo e che contribuisce alla crescita degli esseri umani che con l’uomo
sapiens hanno fatto un salto straordinario a livello di linguaggio, di
pensiero e di cultura. Quando guardiamo una persona anziana che ha vissuto bene e si spegne,
abbiamo una percezione corretta di questa conclusione ragionevole. Il lavoro
enorme da fare su sé stessi, e la difficoltà nel farlo, sono il passaggio
necessario per riportare questo giudizio lucido su noi stessi.
In questo senso credo
che questi 25 anni da quel saluto a mio padre in un pronto soccorso, forse sono
serviti un po’ a camminare verso una presa di coscienza della morte e della
finitezza come il compimento ragionevole, nell’ordine delle cose, di un
percorso di straordinaria bellezza che si può guardare con serenità.
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