lunedì 15 giugno 2026

Finitezza, morte e serenità

 Papà Ignazio e la finitezza

Ieri erano 25 anni dalla morte di mio padre. Alla Messa in suo ricordo al monastero di Cademario la suora che legge le preci ha detto “preghiamo per il papà Ignazio”. Un modo affettuoso e simpatico per ricordarcelo.

25 anni fa lo avevo accompagnato nel suo ultimo tratto di cammino, una corsa in ambulanza e lo spegnersi in ospedale. Un momento molto dignitoso e persino bello grazie a una dottoressa che con grande sensibilità, dopo aver discusso della ragionevole rinuncia a una rianimazione, una questione delicatissima ma in fondo tecnica, aveva assunto un altro ruolo quasi austero, celebrativo, nonostante il contesto asettico/tecnologico ma sostanzialmente squallido di un pronto soccorso: aveva detto a mio padre prendendogli la mano “signor Noris adesso farà un lungo viaggio”. Mi aveva profondamente colpito la solennità di quell’istante, quasi surreale, che usciva da quel contesto sanitario per diventare il rispettoso commiato di un essere umano che completava la parabola della sua permanenza su questo pianeta. Una restituzione di tutta la sua dignità in un gesto e in una frase “adesso farà un lungo viaggio”. Qualche mese dopo nell’editoriale della rivista di Caritas Ticino, poco dopo il 9/11 scrivevo: “Sotto alle Twin Towers davanti a milioni di spettatori increduli sono morte migliaia di persone a cui nessuno ha potuto dire altrettanto.”

Credo che, dal profilo del mio approfondimento del tema nodale della finitezza e della morte, quel commiato nel pronto soccorso sia stata una tappa straordinariamente prolifica perché, senza averlo deciso, ho cominciato a lavorare su questa questione fondamentale. Evidentemente la morte degli altri, e a maggior ragione delle persone molto vicine, semplicemente mette a tema in modo diretto la questione della propria morte, ma non siamo assolutamente attrezzati per affrontare la finitezza, cioè avere un termine, e tendiamo a vivere come se fossimo immortali. Solo con un lavoro notevole su di sé credo si possa abbozzare un ragionevole affronto della questione.

Al di là delle ipotesi fideistiche sulla destinazione di quel “lungo viaggio”, considerato che nell’esperienza cristiana la fede è ritenuta un dono, quindi si può averla ma anche non averla, credo mi abbia sempre intrigato maggiormente la questione del al di qua prima del al di là.

Anche se ho grande stima per chi seriamente affronta la questione del dopo la morte come esito rasserenante rispetto alla vita, qualora questa sia gravemente compromessa. Sto aiutando un’amica leggendo la sua tesi su una esperienza straordinaria di relazione fra centinaia di persone gravemente ammalate che si ritrovano in rete quotidianamente per una Messa via Zoom (si chiamano Quadratini dal formato dello schermo suddiviso da Zoom) e poi si scambiano messaggi, quelli che possono vanno a visitare gli altri e il sacerdote che anima questa iniziativa va a trovare molti ammalati e se possibile dice la Messa da casa loro. La tesi riporta delle testimonianze straordinarie di affronto della sofferenza e della morte in chiave religiosa con una serenità che ha dell’incredibile, con una fede profonda carica di speranza sia fino all’ultimo respiro perché la figura di Cristo è sentita presente, sia per la certezza di essere accolti in paradiso. Dal profilo sociologico emerge una possibilità straordinaria di compagnia fra le persone, di solidarietà e di sostegno incredibile che fa star bene le persone nonostante situazioni di malattia pesantissime. Dal profilo psichico si potrebbe dire che si curano con questa esperienza di condivisione e alla fine la serenità è il sintomo di una sanità di pensiero raggiunta.

Ne traggo come indicazione di metodo anche per il fronte laico, che rivoluzionare il proprio schema di relazioni abituali in una prospettiva di valorizzazione delle persone dentro un intreccio comunitario dove gli obiettivi ideali sono elevati, (in questa esperienza dei Quadratini si tratta di trascendenza) la qualità della vita è totalmente diversa e la condizione della malattia che porta alla morte è solo un movente mentre ciò che rovescia una prospettiva senza speranza è la modalità della relazione e il pensiero che ne deriva. Almeno mi pare.

Quindi continuando il lavoro sulla finitezza credo che la chiave stia in una visione serena dell’esistenza, possibile solo in una visione della vita come una parabola che ha diverse fasi, in un ordine ragionevole in cui l’esito finale può essere visto come la conclusione armonica e armoniosa di un percorso. Ciò che abbiamo vissuto e pensato, sono l’eredità che lasciamo e che contribuisce alla crescita degli esseri umani che con l’uomo sapiens hanno fatto un salto straordinario a livello di linguaggio, di pensiero e di cultura. Quando guardiamo una persona anziana che ha vissuto bene e si spegne, abbiamo una percezione corretta di questa conclusione ragionevole. Il lavoro enorme da fare su sé stessi, e la difficoltà nel farlo, sono il passaggio necessario per riportare questo giudizio lucido su noi stessi.

In questo senso credo che questi 25 anni da quel saluto a mio padre in un pronto soccorso, forse sono serviti un po’ a camminare verso una presa di coscienza della morte e della finitezza come il compimento ragionevole, nell’ordine delle cose, di un percorso di straordinaria bellezza che si può guardare con serenità.

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