Friday, July 5, 2019

Troppo giovani per un funerale ma troppo vecchi per ignorarne l'esistenza

"The garden helping to heal the pain of pregnancy loss" (Il giardino che aiuta a curare il dolore per una gravidanza interrotta)


Nelle News della BBC trovo un articolo che può far riflettere su diverse questioni esistenziali tra vita e morte. 

Non sono particolarmente entusiasta del progetto in questione che può nascondere anche risvolti patologici ma ci sono due aspetti interessanti che l'iniziativa canadese, come raccontata nelle Stories della BBC, solleva. 

Il primo è che la morte è difficile da gestire in qualsiasi condizione in cui essa ci si presenti. La morte degli altri, magari molto vicini e cari, ci ripropone il tema della nostra morte e della finitezza in generale, cosa per la quale siamo sprovvisti di un'adeguato strumentario, siamo disarmati. Abbiamo bisogno di metabolizzare la questione con mezzi e artifici di ogni genere: dobbiare fare il lutto che in ultima analisi è il mezzo maggiormente lenitivo che le diverse culture abbiano inventato nel corso della storia umana. E poi dobbiamo seppellire i morti perché abbiamo bisogno di luoghi di riferimento per pensare alle persone che ci hanno lasciato collocandole in un luogo come se fosse una porta che apre verso una realtà diversa, a seconda delle credenze religiose a cui si fa riferimento. Una porta per il paradiso o una porta per il ricordo eterno.

Il secondo aspetto più legato al carattere particolare dell'iniziativa di un giardino per ricordare degli esseri umani abortiti, invece ripropone la questione dell'inizio della vita. Un passaggio dell'articolo mi sembra metta a fuoco in modo molto concreto e umano la questione dal punto di vista di una madre: 

What do you do with the remains of a child lost during pregnancy? How do you honour their memory? A miscarried child can exist in a kind of limbo, thinks Debbie."They are too young for a funeral, but too old to ignore they existed. We didn't know where to place Victoria, so we just left her in the hospital. She was actually referred to as 'biowaste'. It broke my heart in pieces." 
(trad. Cosa fare con i resti di un bambino perso in gravidanza? Come onorarne la memoria? Un bambino abortito può esistere in una specie di limbo, pensa Debbie. "Sono troppo giovani per un funerale ma troppo vecchi per ignorarne l'esistenza. Non sapevamo dove mettere Vittoria, così l'abbiamo lasciata in ospedale. In verità ci si riferiva a lei come a un "rifiuto biologico", mi fa a pezzi il cuore).

Il giardino per i bambini abortiti è stato realizzato da un architetto canadese che avendo vissuto qualche anno in Giappone ha preso ispirazione da una tradizione buddista, Mizuko Jizō, la creazione di statuette votive per marcare la morte di un bambino. Il cimitero canadese non ha un riferimento religioso esplicito e tutti presumibilmente possono utilizzarlo credendo quello che vogliono. Le casette con bamboline ricordo che dovrebbero rappresentare la tomba, sono brutte, di cattivo gusto e hanno poco a che vedere con le statuette buddiste giapponesi, ma in una cultura occidentale livellata verso il basso, che nasconde e mistifica sia vita che morte, questo è probabilmente il meglio che si sia potuto inventare privati di radici e di tradizioni adeguate.


Mi pare però che questa vicenda esprima un bisogno profondo di affermare il valore e la dignità della vita anche se una cultura in auge la considera un "biowaste". E mi è piaciuta perché tutti rischiamo per motivi diversi, magari perché costiamo troppo alle casse malati, di essere considerati prima o poi dall'ideologia dominante dei "Biowaste" e non ci piacerebbe per niente.

Wednesday, June 5, 2019

Costruirsi una Kalimba elettrica

Costruirsi una Kalimba e non una Mbira, che comunque è quasi uguale!

Avevo una vecchia Kalimba che è stata inglobata negli strumenti di mia figlia Alice che essendo una musicista professionista ha più diritto di averla di me. Però, soprattutto dopo aver sentito due musicisti che suonano con Antonio Zitarelli che la utilizzano elettrificata come secondo strumento (uno è saxofonista e l'altro percussionista) mi è venuta voglia di averne una elettrificata da usare con effetti elettronici.
Allora su ebay con 5$ ho comperato i 17 tastini e gli attacchi metallici e di legno per montarli, e su Aliexpress (Amazon d'oriente) il sistema di tre pickup per 3/4$. Per la base dello strumento ho trovato un blocco di legno abbastanza duro che per sei mesi ha avuto l'utile ma poco dignitoso compito di sorreggere il sacco della spazzatura nella nostra cucina (un sistema di carrello inventato da Ikea che però non ha pensato ai sacchetti su misura!).

Ho deciso di costruire una Kalimba con cassa piena pensando che tanto per elettrificarla non c'era bisogno di una cassa e poi comunque ho visto che esistono le Kalimba fatte così. Ma mi sbagliavo sulla possibilità di captare le vibrazioni con il tipo di pickup scelto.
Ho forato e scavato a scalpello la sede per la presa jack dissaldando i tre cavi, facendoli passare da una parte all'altra del legno/cassa e risaldati. Ho montato tutto
Il suono acustico era buono ma la vibrazione della cassa piena era troppo bassa per essere captata sufficientemente dai tre pickup piezoelettrici. Bisognava aumentare moltissimo il volume avendo come risultato aggiuntivo un insopportabile rumore di fondo. Ci voleva una cassa e soprattutto una superfice che trasmettesse le vibrazioni, non così spessa. Preso il coraggio a due mani (e due piedi) ho deciso di lanciarmi in un'impresa di scavo della cassa con una fresa elettrica che si manovra con due mani. Ho disegnato le parti da scavare.
Non avendo molta esperienza la faccenda è stata lunga e faticosissima anche perché i pickup e la presa jack erano montati e non volevo ricominciare prorpio tutto da capo. Con qualche incidente di percorso, la presa jack è saltata, sono arrivato in fondo.
Ho pensato di fare anche un coperchio ma di forarlo per far uscire meglio il suono
Ed ecco lo strumento finito recto/verso
E adesso suona bene elettronicamente e con un po' di effetti ci si può proprio divertire
Ecco un assaggio

Thursday, May 23, 2019

La vita è bella

Dalle 20:17 alle 24:00 

Una sera davanti al camino


Alle 20.17 di ieri Dani è arrivata da Zurigo alla stazione di Lugano come fa settimanalmente da 7 anni andando a passare alcune ore da nonna con la nostra nipote Mila. Ma ieri c'era anche il compleanno di Elia, il nostro primogenito, papà di Mila.

Normalmente se arrivo in tempo e trovo posteggio, aspetto Dani alla salita della scala del sottopassaggio che porta ai binari, altrimenti, come ieri sera, le vado incontro e da lontano ci sbracciamo salutandoci come se non ci vedessimo da mesi. Andando verso la nostra auto ne vediamo una bianca posteggiata con la scritta in corsivo "La vita è bella...". Sorridiamo.La mia vita è bella. la mia vita con Dani è bella: sono affermazioni che descrivono oggettivamente la mia realtà. In pensione abbiamo anche in regalo un mucchio di tempo da spendere assieme. Sono molti i momenti piacevoli e alcuni sono davvero speciali come ieri sera.

Dani non ha fame e quindi cucino solo per me del fegato alla griglia con formentino, il camino è acceso, chiacchieriamo mentre lei mi racconta della sua giornata a Zurigo e di Mila che era molto preoccupata perché il sole alla fine esploderà e sarà la fine della terra e quindi della nostra famiglia. D'altra parte suo Papà a 5 anni per un po' era angosciato dal fatto che Giove sarebbe diventato una stella e avrebbe mandato in tilt il sistema solare.
Finita la cena mi siedo anch'io al camino e Dani mi legge dal suo Ipad un passaggio di Pasternak dal Dott Zhivago che sta rileggendo e che oggi l'aveva colpita. 


"Aspettate, ve lo dico io quello che penso. Penso che se la belva che dorme nell’uomo si potesse fermare con una minaccia, la minaccia della prigione o del castigo d’oltretomba, poco importa quale, l’emblema più alto dell’umanità sarebbe un domatore da circo con la frusta, e non un profeta che ha sacrificato se stesso. Ma la questione sta in questo, che, per secoli, non il bastone ma una musica ha posto l’uomo al di sopra della bestia e l’ha portato in alto: una musica, l’irresistibile forza della verità disarmata, il potere d’attrazione dei suo esempio. Finora si riteneva che la cosa essenziale del Vangelo fossero le massime e le regole morali contenute nei comandamenti, mentre per me la cosa principale è che Cristo parla con parabole tratte dalla vita d’ogni giorno,"

Si tratta di unariflessione che il personaggio principale esterna a un altro, e l'ascoltatore se ne va dicendo al protagonista di provare a scrivere quanto ha detto visto che lui non aveva capito nulla. E questi. rimasto solo, si adira contro se stesso per aver svelato una parte intima di sé a uno che non ha colto nulla, le perle ai porci. 
Il Dottor Zhivago, non è infatti il polpettone melodrammatico che il film ha raccontato ma un testo di profonde riflessioni sullo sfondo di una storiella che è solo lo spunto per un'introspezione di grande valore; Dani aggiunge che diversi grandi scrittori russi hanno fatto lo stesso, cioè utilizzavano una storia magari non particolarmente speciale come canovaccio su cui imbastire un percorso complesso di approfondite considerazioni esistenziali. Nel suo viaggio, l'anno scorso, sulle tracce degli scrittori russi fra San Pietroburgo e Mosca, la casa di Pasternak è quella che l'aveva colpita di più, forse perché c'è una certa vicinanza visto che lui è morto quando lei era già nata, una sorta di legame privilegiato, chissà.

Mi ricorda che oggi sono tre mesi dalla morte di Giovanna, una amica che ha fatto i conti tutta la vita con un cromosoma impazzito.
Ha scritto alla mamma che non si dà pace per la scomparsa della sua "piccola sfortunata figlia", un pensiero, me lo legge, ricordando un episodio con l'amico saggio, il vescovo Eugenio Corecco: 


quando in una nostra colonia (vacanze integrate che abbiamo fatto per decine di anni) un incidente aveva causato la morte di un bimbo di tre anni, dopo una lunga agonia e un momento in cui sembrava riprendersi, ci eravamo trovati in tanti amici nella sala adiacente la chiesa di San Rocco a Lugano ad aspettare i genitori di quel bimbo morto a San Gallo; Corecco ci aveva detto che nasciamo per compiere un destino e che quel bambino in tre anni l'aveva sicuramente compiuto.

E intanto Dani si ricorda di un altro amico down che proprio sei mesi fa anche lui se ne è andato, Dani scrive qualche parola alla sorella che, praticamente appena partito il messaggio in whatsapp sta già rispondendo. Sistemo la legna che brucia nel camino. Sono le 22.30. 


Dani si chiede se sarà già finito il Barbiere di Siviglia che Mila e genitori sono andati a vedere per festeggiare il compleanno di Elia. Ne cerco una versione su youtube, credo buona, del 1988 con la locarnese Cecilia Bartoli giovanissima. 
Ne ascoltiamo qualche passaggio.

Dico a Dani che sarà bene che si studi il libretto perché Mila probabilmente vorra costruire qualche storia a partire dal Barbiere di Siviglia, visto che con Dani hanno passato anni a raccontare e interpretare storie spesso partendo da testi esistenti. 

Se poi Dani non sa bene il testo originale lei si arrabbia, come ha fatto con Narnia che Dani non conosceva bene e lei le diceva che non poteva mica dirle tutto raccontandole sei libri in un minuto, insomma la rimproverava di non essersi preparata. 
(E Nora, mamma di Mila, ci conferma che la bimba è entusiasta dell'opera di Rossini).


- Dovresti scrivere queste cose sul suo blog perché altrimenti andranno perdute -, ma Dani mi sorride dicendo che lo faranno i suoi biografi.
Finisco di sorseggiare un magnifico absinthe francese a 60 gradi. Intanto è arrivata mezzanotte.

Thursday, May 9, 2019

Awakenings

Risvegli particolari

Risvegli, Awakenings, film del 1990, è un film drammatico con un buon cast che fa venire i brividi, mentre i nostri risvegli quotidiani sono decisamente più banali e senza sussulti, salvo qualche rara eccezione in cui anche noi, comuni mortali, siamo confrontati con l'imprevisto. Ecco un esempio.
Vaglio, via  Vaglio di sotto 15, primo piano, letto triangolare, Giovedì 9 maggio 2019 ore 10:00:
Dani è sveglia dalle 8:00 e legge, scrive e organizza, tenendo sotto controllo coi suoi device portatili, se non l'intero pianeta, almeno la parte di ecosistema digitale a cui ha accesso. Io non so bene se sia già ora di svegliarmi essendo andato a letto alle 3:20 dopo aver riordinato (e scaricato alcuni mancanti) una ventina di film di Ridley Scott. Sonnecchio con la testa teneramente appoggiata al braccio destro di Dani che armeggia con l'Ipad e tento di fare un calcolo difficilissimo in quel momento, cioè quante ore abbia dormito, e quindi se sia davvero ora di alzarsi. Mentre cerco di dare una formulazione razionale a questo quesito che nella mia vita da pensionato sto formulando in piena notte, mi pare di sentire una goccia d'acqua fra naso e occhiali che ho comunque indossato anche se non sono sveglio. Dopo poco la sensazione si riconferma, un'altra goccia mi raggiunge, e a questo punto immaginando cose strane, da uno scherzo di Dani e qualche altro fenomeno, farfuglio una frase che credo sia stata "ma cosa sono queste gocce d'acqua?" e Dani credo abbia risposto come si risponde a uno che sta sognando; però insisto e allora lei accetta che ci sia qualcosa di reale in questa conversazione anomala, guarda in alto verso il soffitto e sentenzia: "ma è pipì di gatto".

Parentesi informativa ad uso di chi non ha tutti i dati relativi alla nostra situazione. 
Noi abbiamo in pensione per un mese i due gatti di nostra figlia Alice che abita a due km da noi a Bigorio, ma essendo musicista, quando è in giro per il mondo a beare il suo pubblico della grazia e della maestria con cui gestisce il suo trombone, pensa giustamente che i suoi micetti stiano meglio da noi dove non si sentono abbandonati. I due quadrupedi sono Marie Curie, madre, piccola e intelligente, e Rambo, figlio, 7/8 kg di muscoli, ossa e pelo, che non brillano per acume.
Rambo in un angolo luminoso a Bigorio


Marie Curie e Rambo in ambiente dark a Vaglio

Tornando agli avvenimenti: siccome Marie Curie è da tempo dormiente nel nostro letto, si deduce che a urinare sulle nostre teste dalla camera di sopra sia Rambo. Risveglio improvviso, adrenalina, corsa verso il piano superiore e conferma dell'ipotesi. Ormai sono ben sveglio e prendo della carta igienica per asciugare il pozzetto che attraverso il pavimento di travi della nostra vecchia casa filtra di sotto, mentre Dani agguanta Rambo e procede all'operazione educativa che consiste nel mettere il naso del gatto nella pipì e poi nella lettiera dove avrebbe dovuto farla. L'animale non si divincola pur avendo la muscolatura e l'energia per evitare di subire la lezione e sembra accettare costernato il quadro coercitivo. Mi chiedo se non abbia sviluppato una sorta di coscienza della colpa.

Poco dopo, come documentato dalla foto, la situazione è normalizzata e anche Dani schiaccia un pisolino. Intanto sono le 11 am.

Sunday, April 28, 2019

Tra galassie e sofferenza individuale

Dall'infinitamente grande all'infinitesimamente piccolo, la questione esistenziale


Sulla nostra chat di famiglia su whatsapp Basilio ha postato questa sua foto spettacolare (vedi il suo blog astronomico



col commento: "Per riquadrare un po' il nostro ombilichismo, questo è un quadratino di cielo nella zona della catena di Markarian, in ogni cerchio rosso una galassia con tanti miliardi di stelle e pianeti quanto la nostra. Ma noi per fortuna siamo al centro di tutto...". Ho commentato così: "riuscire ad avere costante coscienza di questa "relatività" potrebbe permettere agli essere umani di vivere molto meglio relativizzando le inezie che li condizionano e li rendono infelici. Ma sono stati costruiti male e non ci riescono."



Due giorni dopo questo scambio vengo a sapere di una malattia importante a una persona a me cara, giovane e mamma, e allora fra lo sconcerto e il dolore per questa notizia mi ritrovo a riflettere sul senso della sofferenza per rapporto allo spazio e al tempo che mi appaiono quasi infiniti per lo strumentario di cui dispongo. 

Mi sono fermato a scattare questa foto di un magnifico glicine (noi non siamo mai riusciti ad averne uno fiorito!) proprio pensando a questa ragazza e in particolare a sua mamma, perché un genitore confrontato con la sofferenza di un figlio deve fare i conti con l'impotenza, può solo essere accanto.




Penso anche ad altre persone care che soffrono e tutte mi riportano alla domanda di senso sul limite, sulla sofferenza, sulla finitezza, e quindi sulla mia finitezza.

Tra l'infinitamente grande delle galassie e l'infinitesimamente piccolo degli atomi di cui siamo fatti, per la maggior parte spazio vuoto, credo si debba situare il significato di tutto ciò che esiste e ci circonda, quindi anche il senso della sofferenza, del limite, della malattia, della finitezza e della mia finitezza.


Considerata l'impossibilità ad applicare su noi stessi o sulle persone a cui vogliamo bene, un criterio razionale distaccato e quasi cinico sulla "ragionevolezza inevitabile" del limite e della finitezza perché sono ontologicamente congenite nella struttura umana, siamo disarmati. Le diverse esperienze di fede che molti esseri umani fanno possono essere di grande aiuto ma non risolvono esaustivamente la questione: "perché il limite, perché la malattia, perché la sofferenza, perché la finitezza?".

Con gli anni mi è parso che se le risposte che vorrei, nella formulazione che vorrei, non si trovano, d'altra parte è aumentata la percezione di una pista possibile per comprendere forse un po' del quadro di riferimento. Si tratta di una visione che al posto della mia singola persona ed esperienza, l'unica conosciuta e accertata da ogni singolo essere umano, pone la mia esperienza di corta durata (un secolo al massimo che nel cosmo è un'inezia) in connessione con un prima e un dopo, cioè all'interno di una storia più ampia dove anch'io ho un ruolo temporaneo e un piccolo contributo da dare. Niente di speciale in questa trovata se la applichiamo agli altri ma per poterla applicare a noi stessi trovando in questo un significato per gli aspetti a cui mi sono riferito (limite, sofferenza e finitezza), la faccenda mi pare richieda un lungo cammino di approfondimento personale. Si tratta di  uno sguardo al futuro spostato su chi ti sopravviverà, figli, nipoti, generazioni future. Sembra ovvio e scontato ma credo che ciò che può cambiare veramente è trovare pace e serenità nel ricercare il senso della propria esistenza e della propria finitezza nello sguardo di chi prenderà il testimone. 

Forse allora il senso della sofferenza di un figlio (un senso introvabile) si può spostare in una ipotesi diversa, quasi cosmica, nello sguardo di un piccolo essere, un nipote, che canalizza le tue domande legittime in una speranza che si dilata ed è come se esplodesse, dall'atomo alle galassie. Perché fra l'atomo e le galassie c'è solo una perfetta continuità dell'esperienza della perfezione e della bellezza, che molti esseri umani hanno chiamato Dio.




Saturday, April 20, 2019

Dio esiste? Potrebbe essere la domanda sbagliata

Dio esiste? Potrebbe essere la domanda sbagliata


 Polittico dell'Agnello Mistico di Hubert e Jan van Eyck, copertina pasquale della rivista Caritas Ticino

In clima pasquale, davanti al capolavoro fiammingo, provo a fare qualche riflessione impegnativa sollecitata da un'amica che il giovedì santo durante la cena "dell'agnello" ha sollevato la questione dell'essere condizionati a credere in Dio se si frequentano determinati ambienti che rendono affascinante questa idea.
Ma prima di entrare in merito una premessa personale. Per moltissimi anni, probabilmente per quasi tutta la mia vita da cattolico, ho frequentato messe domenicali che sostanzialmente non mi piacevano per la poca cura del "bello", sia nella configurazione dei gesti liturgici ma particolarmente nel canto, un aspetto a cui sono molto sensibile. Soprattutto negli ultimi anni è diventata una vera sofferenza fisica sopportare sacerdoti che urlano al microfono e fedeli che fanno lo stesso per non essere da meno, con cali di tono e stonature, attacchi sempre e totalmente scordinati. L'orrore magari accompagnato da una chitarra leggermente scordata, usata come se se si accompagnassero i canti di un bivacco. 
Ho una passione per la liturgia bizantina russa che, non avendo avuto scossoni di rinnovamento è rimasta come secoli fa con una caratteristica straordinaria: il popolo sta zitto e ascolta un coro. Credo che le più belle liturgie, della durata di diverse ore, le ho vissute a Novosibirsk in Siberia e al monastero di Chevetogne in Belgio che celebra in rito bizantino pur essendo cattolici. Si tratta di momenti dove l'affermazione che "il bello conduce a Dio" sembra tangibile con rituali di una eleganza raffinata e con canti sempre di notevole livello che alternano lunghe preghiere cantate da un diacono. 
Detto questo dopo un periodo di "decontaminazione" ho deciso con mia moglie di andare a Cademario, a mezzora di auto da casa nostra, dove 9 suore clarisse curano nei minimi dettagli la liturgia e preparano accuratamente i canti. Non sono un coro straordinario e fuori scala, ma la cura che mettono nella preparazione rende quei canti sempre molto belli. Soprattutto quelli che il popolo non può cantare e quindi rovinare. Negli ultimi mesi è stato posato un magnifico mosaico di Rupnik con un Cristo al centro che sembra guardarti in qualunque angolo della chiesa tu sia.
Andare a quelle messe è un piacere per l'occhio, l'orecchio e per il "cuore", si potrebbe dire.


Vengo ora alla sollecitazione sull'esistenza di Dio. L'amica dice in sintesi che avendo frequentato per un po' il monastero di Cademario si è resa conto che un'atmosfera bella e suggestiva alla fine ti condiziona al punto che credi di credere in Dio. Ma non sai se questo è giusto perché non sai se esiste davvero.
In altri termini traduco la questione così: alla domanda se Dio esista vorresti una risposta convincente e non un condizionamento che determini una risposta che non è tua.
Credo che ci sia un problema legato alla domanda in sé che non può avere risposta razionale, nel senso che non si può dimostrare l'esistenza di Dio né la sua non esistenza. Se ne può discutere all'infinito e studiare la questione dal profilo filosofico o teologico ma non si può avere la risposta razionale che convince. Appunto è una questione di fede. Ma cercando di riflettere in termini laici, cartesiani e non fideistici, mi viene da dire che il bisogno di trascendenza degli essere umani fa nascere questa domanda anche se è impossibile avere la risposta che si vorrebbe. 
Credo che invece la domanda si debba spostare sul piano della fiducia che viene riposta in altri che credono e testimoniano in modo convincente il loro credo. Del resto guardando persone che vivono bene, sono felici, e affermano di credere, non si può non ipotizzare che questi potrebbero avere ragione. Nella mia vita penso ad alcuni maestri che ho stimato molto, primo fra tutti il vescovo di Lugano Eugenio Corecco. Quest'uomo testimoniava una grande fede e il fatto di essere una persona straordinaria rendeva trasparente e credibile ciò che raccontava. In particolare negli ultimi anni della sua vita, ammalato, aveva reso "fatto pubblico" la sua sofferenza, la sua malattia e la sua prossima morte, e questo interrogava tutti quelli che lo incontravano, sul piano della fede. 
Allora quando incontriamo persone che apprezziamo e hanno fede queste ci condizionano nella ricerca di Dio? Ebbene sì, perché il piano della domanda sull'esistenza di Dio non può essere quello razionale ma quello della testimonianza di qualcuno in cui si possa porre la propria fiducia.
Direi che il "condizionamento" crea solo delle condizioni affinche liberamente io possa porre la mia fiducia in quella persona o in quelle persone.
Allora il consiglio che oso dare a chi è alla ricerca di Dio è quello di smettere di porre quella domanda senza risposta ma piuttosto di guardarsi intorno per capire chi sia più degno di fiducia, cioè chi crede o chi non crede. E chi è seriamente impegnato in questa ricerca ricordi il consiglio di un altro saggio, Papa Benedetto XVI: chi non ha fede viva come se ce l'avesse.  

Al monastero di Cademario durante la liturgia del venerdì santo, si è baciata la croce e quando il sacerdote stava andando a riporla, la madre superiora gli si è avvicinata per indicargli una suora anziana che non cammina a cui doveva portare la croce da baciare, cosa che ha fatto. Un gesto solenne nella semplicità più assoluta che riportava la gestualità rituale sul piano dell'attenzione a una persona con qualche difficoltà. Allora lassù in quel monastero dobbiamo chiederci se Dio esista? O piuttosto non dobbiamo chiederci nulla e stare per qualche momento accanto a una comunità di suore che testimonia la bellezza della fede con gesti di solenne normalità. 
Buona Pasqua

Wednesday, February 20, 2019

Il mio Shamisen

Mi sono costruito mezzo Shamisen

Oggi ho finito la costruzione della cassa del mio Shamisen. Anche se un liutaio giapponese potrebbe avere da ridere, e con ragione, io trovo che suoni benissimo.

Cercando uno Shamisen online ho capito che per uno strumento decente ci vogliono dai 500 ai 3000$. Ma cercando su ebay sono capitato su due manici di shamizen venduti dal Giappone a 80/90$, così ho voluto capire se fosse realistico costruire la cassa che è sostanzialmente una specie di tamburo con due pelli. I video su youtube dei liutai giapponesi ci sono e vanno dalle spiegazioni più ampie e dettagliate, molto didattiche, in english, ai quadretti pittoreschi del liutaio che scolpisce i 4 legni che compongono la cassa tenendoli coi piedi nudi e lavorando per terra. Mi son detto che forse avrei potuto tentare. Ho ordinato il manico giapponese e nel frattempo mi sono procurato, sempre online, un prezioso libro di un americano appassionato di strumenti che si è dedicato alla costruzione dello shamisen e ne racconta ogni dettaglio. Lui addirittura si costruisce anche il manico che mi sembra una follia. Eccolo su Amazon.com 
Mi sono anche procurato il Bachi (plettro) che sembra una spatola da raclette leggermente più grossa, e il ponticello, oltre alle corde di ricambio. Antonio Zitarelli, batterista, mi ha regalato due vecchie pelli da grancassa da cui ritagliare le due facce della cassa dello shamisen. Ho raccolto documentazione varia 

Mio nipote Stefano Piccardo, con la sua falegnameria, ha sostenuto l'avventura, tagliandomi in squadra i 4 pezzi base in rovere da una vecchia asse molto spessa. 


La prima fase con il mio tavolo da falegname nella stalla a Vaglio è stata la lavorazione interna dei quattro pezzi che avrebbero composto la struttura/scatola della cassa. Ho usato una fresa e scalpelli. Un lavoro piuttosto grezzo ma credo sufficiente per le caratteristiche interne della cassa dello shamisen.


Seconda fase: incollatura dei 4 pezzi. Colla e grossi morsetti della falegnameria di Stefano.

Terza fase molto complicata: realizzare i due fori per inserire il manico. La difficoltà sta nel fatto che la precisione dei fori determina l'inclinazione del manico e delle corde rispetto alla cassa. La tolleranza è davvero poca. Ci ho messo un giorno prima col trapano ma poi soprattutto con scalpello e lima!


Quarta fase: lavorazione esterna prima con una pialla elettrica e poi con la levigatrice a nastro e verniciatura. 


Qui ho avuto un po' di problemi probabilmente sbagliando un primo prodotto, un olio per pavimenti, e quindi ho dovuto rilevigare tutto utilizzando un mordente leggero che lascia trasparire la venatura del legno.

Quinta fase, la più complessa: incollatura delle due pelli di tamburo. Mi sono costruito una base di legno per poter tendere la pelle mentre si incolla. I liutai giapponesi e anche il mio consulente americano, utilizzano 14 morsetti speciali di legno appositamente costruiti ma visto che non ho intenzione per ora di aprire una produzione di shamisen ho cercato di arrangiarmi con dei normali morsetti, delle placchette di legno e dei chiodi lunghi utilizzati per tendere ogni tirante indipendentemente. In effetti pur essendo molto laborioso e rischioso, il sistema ha funzionato da entrambe le parti per le due pelli. 





Per una settimana la nostra cucina è servita come essicatoio delle varie fasi di incollatura delle pelli.

I guai sono cominciati nella fase finale quando secondo le istruzioni si sarebbe dovuto facilmente incollare il bordo delle due pelli al bordo della cassa. Una questione più decorativa e di rifinitura e non sostanziale per il suono. 

Ho fatto molta fatica probabilmente perché le pelli da grancassa di batteria sono più rigide delle pelli usate normalmente che però costano una fortuna e mi chiedo se poi siano così diverse quanto ai risultati sonori. 

Alla fine mi sono inventato due bordi di pelle marrone decorativi per coprire l'attaccatura del bordo delle due pelli che era esteticamente molto irregolare e brutto.
Ed eccolo montato e completo. E suona!

Monday, January 21, 2019

a 10 anni dalla morte di Carlo Doveri

10 anni fa Carlo se ne è andato

Faccio fatica a pensare che oggi sono già dieci anni da quando Carlo ci ha lasciato, a cinquant'anni, con progetti e sogni da realizzare, soprattutto quello di vedere grandi i suoi due figli.


Anna il 9 gennaio scorso a pochi giorni dal 10mo anniversario dalla morte del papà ha dato alla luce Rachele, la prima nipote di Carlo. 

È bella l'immagine che la fede propone, di Carlo che gioisce dal paradiso per questo straordinario avvenimento. 

Mi sono riletto come l'avevo ricordato in un editoriale sul numero di aprile 2009 della rivista di Caritas Ticino:
editoriale R1 2009

 Mi ritrovo ancora oggi in quella strana sensazione di sguardo incredulo su un fatto naturale non metabolizzabile come la morte di qualcuno a cui vuoi bene. Siamo fabbricati male per poter gestire la finitezza che è poco compatibile col desiderio di infinito che in modi diversi tutti abbiamo dentro.


Carlo mi ha lasciato un'eredità che ritrovo quotidianamente nel mio rapporto con la realtà che posso sintetizzare così: ciò che conta è il pensiero. L'azione è solo una conseguenza per certi versi secondaria di ciò che pensiamo, di come ci pensiamo. Forse perché era entrato nell'universo di Giacomo Contri che mi ha aiutato ad avvicinare e di cui ho intuito una genialità che mi ha affascinato. E nel solco di un altro maestro come Luigi Giussani, con Carlo abbiamo messo a tema continuamente l'assoluta necessità di essere radicali, nell'andare a fondo di quello che incrociamo e che ci interroga. 

Un giorno o l'altro vorrei realizzare un pezzo musicale da dedicargli ma finora non ci sono riuscito se non indirettamente con la musica della serie video che ho realizzarto con Giacomo Contri dedicata a lui e al vescovo Eugenio Corecco su un tema caro a Carlo, quello dell'educazione.

 Serie video: EDUCAZIONE COME COSTITUZIONE

E con Giacomo, anche dopo 10 anni, posso ancora ripetere: "Non sono felice che sia morto, proprio non sono mai stato felice che sia morto, mi manca"

Un ulteriore ricordo di Carlo e una sua lezione del 2001 agli operatori di Caritas Ticino nel post del 2014 "FELICITÀ E DIPENDENZA"

Saturday, January 5, 2019

Buon compleanno Solzenicyn

A 100 anni dalla nascita Dani Noris ricorda Alexander Solzenicyn

Dani Noris, mia moglie, ha ricordato la figura controversa del grande scrittore Solzenicyn in un incontro proprio l'11 dicembre a 100 anni dalla nascita, a Bigorio in occasione dell'apertura della "finestra di Avvento" che in quel paesello da alcuni anni si alterna nelle case con aperitivi e iniziative di vario genere. Qui, in casa di Alice, mia figlia, sede dell'associazione Materiale Elastico, si è proposta questa iniziativa cultural gastronomica in ambiente russofilo, con samovar esploso a inizio serata, ma con borch e dolcetti vari.

Un pubblico simpatico, di amici e conoscenti persino con un certo numero di adolescenti e bambini che ha agganciato nonostante il tema fosse piuttosto pretenzioso, perché Dani è riuscita ad affascinarli.
Ecco la registrazione dell'icontro passata in diretta streaming su Facebook
 Buon compleanno Solzenicyn by Dani Noris

Caritas Ticino ha poi proposto una rivisitazione del compleanno di Solzenicyn in video, andata in onda su Teleticino il 5 gennaio 2018. Una chiaccherata nella cucina rustica di Vaglio, con samovar a legna e una tazza di té per riproporre questo grande uomo che la politica ha penalizzato non riconoscendolo appieno per quello straordinario scrittore che è stato.
 https://youtu.be/T6JIbXUgHss

Friday, October 12, 2018

sulla comunicazione televisiva

La TV di Caritas Ticino

In giugno mi è stato chiesto di rispondere a 7 domande sulla comunicazione video di Caritas Ticino per il sito della CORSI. (Max 600 caratteri per domanda) Ho fatto i compiti e ho scritto l'articolo ma a questo punto mi è stato chiesto di ridurre il testo da 7 a 4 domande però anche così non è stato pubblicato. Infine in una versione ancora ridotta a sole 3 domande è apparso in ottobre su catt.ch

Ecco la versione originale scritta  per la CORSI che non l'ha mai pubblicata (titolo e introduzione non sono miei ovviamente ma della giornalista che mi aveva chiesto l'articolo).


Una tv attenta ai problemi di oggi

Roby Noris, entrato a Caritas Ticino nel 1980, l’ha condotta per una trentina di anni, arrivando anche a creare una propria produzione televisiva, conducendola e facendone il suo principale settore di impegno professionale fin dal 1994, con la possibilità di montare in proprio tutto quanto prodotto e di realizzare anche tutta la produzione virtuale su green screen. Da quando è in pensione, da gennaio 2017, collabora ancora per servizi o serie puntuali. I video di Caritas Ticino Tv vogliono essere una piacevole e distensiva opportunità per scoprire cose interessanti. I 1350 video sul canale di Caritas Ticino su youtube testimoniano questo tentativo.
1) Le vostre proposte sono seguite da che genere di utenza? A chi vi rivolgete?
Andando in onda su Teleticino e su youtube potremmo dire che la proposta è a 360 gradi anche se in realtà chi ci segue ha una caratteristica ben precisa: curiosità e desiderio di approfondire tematiche sociali, religiose, economiche e culturali. E fra questi molti non la pensano come noi ma credo trovino interessante il confronto con una organizzazione profilata che non teme di proporre ipotesi, talvolta scomode, che spesso vanno controcorrente. Con la rubrica Migranti del Mare, ad esempio, diamo una interpretazione politica spesso fuori dal coro. E la nostra lettura della povertà in Svizzera, che non sposa il catastrofismo dominante, penso possa piacere a chi desidera ascoltare un’altra voce.
2) È facile proporre dei contenuti anche orientati alla religione nel mondo odierno?
Più dei contenuti a carattere religioso ciò che spaventa è l’approfondimento, perché il pubblico ritiene che richieda molta fatica. Allora bisogna “barare” facendo credere che l’approfondimento non richieda sforzi particolari. In realtà tutti siamo disposti a fare fatica se questo ci produce piacere. Chi gioca ai videogames, ad esempio, fa uno sforzo enorme, di calcolo e di memorizzazione a una velocità incredibile, ma non dirà mai che è faticoso perché è divertente e gratificante. Noi cerchiamo di mettere in contenitori piacevoli, a volte virtuali e movimentati, anche contenuti difficili come quelli religiosi, presentandoli come più leggeri di quello che sono.
 3) Ricevete feedback dai vostri utenti?
La nostra produzione poco spettacolare non può generare le reazioni a caldo e le lettere al direttore. Ma in quasi 25 anni abbiamo raccolto molti feedback che confermano la bontà della scelta piuttosto speciale fatta nel 1994 di produrre TV in proprio e di creare un nostro studio televisivo. Ciò che mi colpisce sempre sono soprattutto i commenti che ci arrivano da persone lontane dalla Chiesa e dalle tematiche sociali che ci attestano fedeltà e apprezzamento al di là di ogni ragionevole aspettativa. La permanenza dei video in rete su youtube ha creato inoltre una situazione nuova: dopo anni, chi li guarda reagisce come se fossero stati realizzati e postati il giorno prima.
4) Migrazioni, disagi sociali, dipendenze: i problemi dell’odierna società vengono sufficientemente trattati dai mass media?
Vengono trattati solo se hanno le caratteristiche ben codificate per ottenere il successo mediatico. Giocano quindi in modo determinante aspetti di per sé secondari come la novità, la spettacolarizzazione, l’impatto immediato, l’emozione facile, la concorrenza fra media. Il paradosso sta nello scontro fra il desiderio originale di fare dell’informazione autentica e la pressione schiacciante del costo elevato pagato solo dall’audience. Talvolta traspare del buon giornalismo ed è quasi miracoloso. Si continuerà a parlare ad esempio di migrazioni fino a quando ci saranno notizie vendibili sul mercato dei media, finché non ci sarà assuefazione.
5) I mass media in generale sono coscienti del loro ruolo verso questi temi? Li affrontano nel modo giusto? Sono coscienti che “l’uomo è più del suo bisogno”, come diceva Eugenio Corecco?
Purtroppo no. Ci sono molti buoni professionisti, e una parte di pubblico, che vorrebbero un’informazione responsabile dell’immagine della realtà, cioè della verità, ma la macchina mediatica e il mercato hanno quasi sempre il sopravvento, persino sul servizio pubblico che dovrebbe essere l’oasi in cui ci si libera dal giogo dell’audience. Siamo lontani anni luce dall’idea di persona e del suo valore che ci ha insegnato il vescovo Eugenio Corecco che aveva le idee ben chiare sulla responsabilità dei media e del pubblico, e per questo ci ha incoraggiato a lanciarci nell’avventura televisiva.
6) Conosce la CORSI e il suo lavoro in seno alla RSI? Se dovesse fare una critica alla RSI, quale sarebbe? La RSI è attenta, ad esempio, ai problemi della società di oggi?
La RSI ha l’opportunità, come servizio pubblico, di non essere totalmente condizionata dalle fluttuazioni dell’audience, mostrando il “bello della realtà”. Lo fa sul piano culturale con la RETE DUE radiofonica. Televisivamente quasi tutto però è giocato sugli ascolti. I trentennali programmi occupazionali per disoccupati di Caritas Ticino ad esempio, sono stati attaccati da Patti Chiari (17.3.2017) sulla base di tre testimonianze di scontenti, a fronte di migliaia di partecipanti soddisfatti. La logica era chiara: una attività che funziona non è una notizia mentre scavare nel torbido da giustizieri, sì. Nel servizio pubblico sarebbe bello veder affiorare il coraggio della verità.
7) Quali vantaggi offre il fatto di essere una piccola realtà mediatica come la vostra in confronto alle grandi emittenti?
I vantaggi ad essere piccoli sul pianeta mediatico sono ben pochi ma nel nostro caso, a Caritas Ticino, c’è forse una caratteristica che è straordinaria ed affascinante per chi ama la comunicazione: noi abbiamo la libertà di poter dire ciò che crediamo giusto, anche se non ci porterà indici di ascolto particolari. Possiamo parlare di cose belle che funzionano bene anche se sappiamo che questo “non fa notizia”, e dar voce a visioni positive della realtà, a testimonianze di chi si è giocato la sua vita per ciò che crede, anche se non sono news molto quotate. E scoprire che un nostro video dopo anni su youtube ha migliaia di visualizzazioni ci dice che forse si può sperare.

Friday, August 24, 2018

24 agosto 1968 e mezzo secolo dopo

24 agosto 1968 e mezzo secolo dopo

Oggi cinquant'anni fa al ristorante Storni di tesserete iniziava la mia storia felice di mezzo secolo con Dani. Diciannove anni io e diciasette lei. Tre anni dopo ci sposavamo, ma dopo due settimane da quella sera avevo la certezza che quella ragazza l'avrei sposata, insomma con quella persona avrei passato mezzo secolo e forse di più.


Cinque figli e una nipote di sei anni che ha iniziato la scuola in questi giorni, questo è quanto scaturito da quell'incontro il 24 agosto 1968. Era il 68 che segnava un cambiamento epocale per il mondo occidentale, per la mia generazione, ma per noi due è cambiata proprio la vita che abbiamo cominciato a condividere costruendo assieme. Certamente difficile allora immaginare mezzo secolo di storia assieme, la percezione del tempo cambia con l'età e sicuramente mezzo secolo ci sarà sembrato un'enormità. Oggi è bello guardare a questo tempo lungo di continua scopertà della realtà a due e con i figli. Due entità individuali che condividono affetto e storia costruendo un percorso assieme. Non guardo indietro, non ho l'abitudine, non guardo indietro con nostalgia, guardo al presente e al futuro con gioia e gratitudine per la straordinaria esperienza che mi è stata data. Tanti segni che marcano ciò che è avvenuto e ciò che di conseguenza avviene oggi. 

La foto di Mila che al primo giorno di scuola ha il cartellino col nome sul banco dice che il 24 agosto 1968 quella immagine era già in qualche modo nella storia in divenire anche se non potevamo averne la minima idea. Che ci sia un destino predefinito oppure no, a posteriori non cambia nulla se non nel modo come si considerano e si concatenano gli avvenimenti. Ho la percezione precisa che il meglio che potesse capitarmi è stato incontrare e riconoscere quella persona "giusta" per stare assieme per sempre. È una certezza cartesiana, razionale, prima che espressione dell'emozione profonda del riconoscimento di un'altra persona che per mezzo secolo è stata costantemente sia parte di me, in unità con me, sia alterità che si svela e si scopre ogni giorno nella sua unicità. Questo significa costante bilanciamento della profonda vicinanza e conoscenza che però è caratterizzata dalla continua curiosità, scoperta e sorpresa di quell'alterità originale irrepetibile che mi cammina accanto. Fantastico. Potrebbero sembrare considerazioni di natura intellettuale ma sono la vita di tutti i giorni che anno dopo anno si rivela in tutta la sua ricchezza dal piacere di svegliarsi con quel volto accanto, al correre costruendo assieme mille cose. Il piacere di ascoltarla e di conoscere i suoi autori preferiti che non leggerò mai ma che mi sembra di aver letto. Il confronto di idee, non sempre in sintonia perfetta ma sempre in una interazione e scambio profiquo. Curiosità e interesse per una persona per me assolutamente straordinaria anche dopo mezzo secolo.

Assierme oggi guardiamo questa big family con 5 figli, due mogli, due morose, un moroso e una nipote, che sono un assieme incredibile di potenzialità da scoprire ogni giorno. Con loro trovo stimoli e risposte su piani molto diversi, dall'economia alla sociologia, dalla politica alla musica, dal cinema all'arte in generale, dalla tecnologia alle storie di tutti i giorni. La parola gratitudine è quella giusta per definire tutto questo. 
Nora, Mila e Elia

Antonio e Alice

Stefania e Giona

Basilio e Marion

Giulia e Gioacchino


Il 24 agosto 2018, mezzo secolo dopo, eccoci di nuovo al ristorante Storni di Tesserete con Giona e Alice in rappresentanza di tutta la band