domenica 10 dicembre 2023

Pittura e anelito di infinito

 Mostrare l’evidenza del trascendente


La copertina della rivista di Caritas Ticino di Natale é una natività del fiammingo Petrus Christus (1410-1475) di Bruges. Chiara Pirovano conclude la presentazione di questo dipinto con una sottolineatura che mi colpisce profondamente relativamente al contesto culturale e religioso che stiamo vivendo.
"......la Natività del nostro artista risponde con elegante naturalismo paesaggistico e virtuosismo formidabile nella resa dei dettagli, a quel desiderio innato negli artisti fiamminghi del Quattrocento con cui cercarono a più riprese di “mostrare l’evidenza del trascendente nella realtà contingente” (C.Pescio) assecondando quel sentimento, oggi atterrito da un’assordante secolarizzazione, che attraverso l’arte dava forma e figura, sin dal medioevo, al divino partendo dalla natura imperfetta."

Di fronte all'incanto che provo guardando opere d'arte di questa caratura, ai fiamminghi che mi affascinasno, mi chiedo cosa significhi oggi “mostrare l’evidenza del trascendente nella realtà contingente, assecondando quel sentimento, che attraverso l’arte dava forma e figura al divino, partendo dalla natura imperfetta."
Sento che la bellezza e l'esperienza del bello, caratterizzano in modo inequivocabile la struttura umana che vive un anelito d'infinito anche quando questo non è percepito coscientemente. Gli esseri umani si distinguono per questa peculiarità nel poter cogliere un desiderio profondo di raggiungere un orizzonte senza confini per rispondere a un bisogno originale di completezza impossibile con la sola comprensione umana della realtà.

I fiamminghi del quattrocento, ma non solo, osavano rappresentare "l'evidenza della trascendenza" nella realtà che li circondava, una realtà imperfetta carica di limiti ma utilizzabile per dare "forma e figura al divino".

Cosa non funziona più? Perché non sappiamo più osare tanto? Non credo sia una questione di fede, anche se una cultura secolarizzata mette a dura prova i presupposti di un modello di vita religiosa centrato sulla figura di un Dio fattosi uomo. Credo però che la questione nodale sia più laica ed abbia a che vedere con una incapacità ad ammettere che l'anelito di infinito sia radicato profondamente nella natura umana. Siamo in balia di una cultura possibilista, relativista, dal ventre molle, che privilegia il "politically correct" di fronte a una possibile verità assoluta totalmente misconosciuta. Siamo arrivati alla "cancel culture". Togliamo goffamente i simboli religiosi per non offendere quelli di altre confessioni mentre neghiamo così a tutti la possibilità di credere in qualcosa. Siamo orfani di un pensiero sano.

Forse contemplare oggi, lasciandoci emozionare, opere che appartengono a una cultura che osava “mostrare l’evidenza del trascendente" ci può aiutare a riscoprire la nostalgia di un anelito nascosto nel profondo di noi stessi.

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