lunedì 29 maggio 2017

Pensionato di lusso

La condizione del pensionato pienamente realizzato

Non bisognerebbe vendere la pelle dell'orso prima di averlo catturato ma 5 mesi sono già un buon periodo per una prima valutazione di questa nuova e particolarissima condizione: l'essere pensionato.
Per tutta la vita infatti il ritmo e le azioni da compiere sono ben determinate da tutta una serie di forme di condizionamenti, magari scelte liberamente, ma comunque che mantengono in binari precisi: dall'asilo, la scuola, l'università, il lavoro, la famiglia e le responsabilità che aumentano, più o meno tutto è codificato e "scheduled" (cioè in agenda).
Da pensionato invece per la prima volta scegli tutto quello che ti interessa, o magari è importante fare, ma trasformando l'agenda elettronica solo in un mezzo funzionale a una buona e piacevole organizzazione. Non essere più obbligati o costretti a fare quasi nulla di tutte le cose che occupano la propria giornata da pensionato: se alle 3 del pomeriggio mi scarico un concerto posso permettermi di guardarlo e ascoltarlo fino alla fine, oppure posso andare a cercare una certa scena di un film e poi riguardarmelo tutto su grande schermo con suono da cinema. E se leggo una notizia intrigante posso dedicare ore andando a cercare tutto quello che le testate di mezzo mondo hanno scritto e poi sceglier di leggere o tenere in sospeso, articoli che prima della pensione non avrei mai avuto il tempo di leggere. Cercare ad esempio tutto quello che ha composto e/suonato un musicista appena scovato quasi casualmente, perché ha lavorato con qualcuno che conosco, e passare ore o giorni a curiosare, ascoltare, copiare, senza dover smettere perché posso farlo, è assolutamente straordinario. È magnifico.
Credo che la cosa più interessante di questa nuova condizione stia nella possibilità di soddisfare l'insaziabile curiosità dl sapere cose nuove, affascinanti, prendendosi il tempo per scoprire ed assaporare il "bello". 

Non ho mai vissuto voltandomi indietro a guardare il passato e non credo che comincerò adesso a farlo anche se sembrerebbo doveroso, insomma d'obbligo, perché ci sono troppe cose affascinanti da scoprire. Comunque ogni tanto mi ritrovo anch'io a guardare indietro, come nell'intervista che "Il Ceresio" ha pubblicato nel numero di maggio, dandomi uno spazio enorme che non ho mai avuto in tutta la mia carriera per raccontare cosa penso e cosa ho fatto.
Ed ecco l'intervista



giovedì 2 marzo 2017

The Salesman - Le Client di Asghar Farhadi

The Salesman - Le Client di  Asghar Farhadi

Miglior film straniero agli Oscar 2017, il regista Asghar Farhadi (già premiato nel 2011 con A Separation) non è andato a Los Angeles a prendere la statuetta per protesta contro le misure antiimmigrazione del presidente USA Trump nei confronti di iraniani e altri paesi musulmani. Ma a ritirarla c'era Anousheh Ansari, ingeniere, imprenditrice e astronauta, iraniana e americana musulmana, che ha letto un bel messaggio del regista.
 hollywoodreporter.com/news/irans-salesman-wins-best-foreign-language-film-oscars-2017
Il film è un bella descrizione drammatica del percorso in discesa del protagonista che da persona generosa, aperta e dinamica si trasforma lentamente in un meschino vendicatore meno preoccupato di come viva sua moglie l'aggressione e lo stupro di cui è stata vittima, più del suo ossessivo progetto di vendetta. La coppia, appassionata di teatro, prepara la piece di Arthur Miller "Morte di un commesso viaggiatore". La versione originale inglese "Death of the Salesman" da il titolo almeno alla versione inglese "The Salesman" del film di Farhadi. E il dramma cinematografico gioca continuamente fino alla fine fra i personaggi del testo teatrale americano di Miller e la vicenda reale che i protagonisti iraniani del film vivono. Un ponte fra oriente e occidente che sembra affermare con forza quanto gli esseri umani siano sempre gli stessi e che la cultura di origine fa solo da sfondo, magari importante ma non determinante nel proprio percorso personale. La tesi del film credo sia espressa all'inizio, nello scambio fra uno studente e l'insegnante, protagonista del film, a cui chiede "come può un uomo trasformarsi in bestia?" "Poco alla volta, prograssivamente".
Ho fatto alcune considerazioni in video andate in onda su Teleticino il 1 marzo 2017.
servizio di Teleticino su The Salesman del 1.3.2017

venerdì 30 dicembre 2016

Quasi in pensione

Quasi in pensione

Il 31 dicembre vado in pensione e nell'avvicinarsi ho scritto e detto alcune cose. 
Durante l'incontro natalizio di Caritas Ticino nel Sigrid Undset Club ho fatto alcune riflessioni di commiato.
 Per ascoltare la registrazione di mezz'ora, cliccare sulla foto.
http://cativideo.dyndns.org/cati/altro/formazioneCATI/Natale_2016_Roby.mp3


E sul numero natalizio della rivista di Caritas Ticino ho scritto l'editoriale.

 Per leggere tutta la rivista completa cliccare sulla foto di copertina
http://www.caritas-ticino.ch/media/rivista/archivio/riv_1604/Rivista%20completa.pdf

Per leggere l'editoriale in pdf cliccare sulla foto della pagina sotto
http://www.caritas-ticino.ch/media/rivista/archivio/riv_1604/Noris_Roby_editoriale_2016_04.pdf

Dal 1 gennaio 2017 una nuova sfida
 

domenica 9 ottobre 2016

16'425 caffè a letto

45 Years ago...

Vaglio 9 ottobre 2016 ore 10:30: ho portato il 16'425esimo caffè a letto a Dani che mi chiede come si traduce "stavamo cercando" per completare il seguente riferimento storico: "45 Years ago, We were looking for a pair of white Shoes for the Wedding in the afternoon". 
Descrizione autentica in quanto a poche ore di distanza da questa foto


come risulta dal testo del nostro annuncio di matrimonio
correvamo a Friburgo fra i negozi di scarpe per trovarne un paio bianche per la sposa. 
Poi la situazione è evoluta come risulta dalle immagini d'archivio e più recenti
ma rimane il fatto che anche se in vicinanza del mitico '68, le facce delle commesse dei negozi fossero esterrefatte. Chissà se qualcuna di loro avrebbe scommesso che una coppia così sarebbe durata nel tempo. Anche allora, come oggi, i matrimoni si preparavano in un altro modo, ma a noi andava benissimo così. A mezzogiorno abbiamo mangiato un cavolfiore nella cucina della casa dove abitava Dani, mentre i nostri amici preparavano la festa di matrimonio. 

Ma se poi una domenica mattina 45 anni dopo bevi a letto con tua moglie il 16425esimo caffè, vuol dire che andava bene così.

sabato 27 agosto 2016

BURKINI, TOPLESS E BUON SENSO

BURKINI, TOPLESS E BUON SENSO


Non mi capita quasi mai di passare delle ore su una spiaggia, forse per questo le rare occasioni diventano momento di riflessione sullo sfondo di una natura marittima di grande fascino e una natura umana spesso meno entusiasmante. Albenga 23 agosto dalle 4 del pomeriggio alle 8, sedia pieghevole e Kindle a 10 metri dall’acqua, leggendo un saggio poco interessante sul gioco d’azzardo negli USA. Sulla destra, a qualche metro una gentil donzella mette in mostra le sue grazie in topless, mentre davanti, coi piedi nell’acqua, due suore in abito lungo bianco passeggiano contemplando il mare. Due mondi a confronto, ma ce n’è un terzo a pochi chilometri al di là della frontiera francese vicina. Il recente divieto su diverse spiagge di portare il burkini, un costume molto castigato che ricopre la quasi totalità del corpo femminile, adottato da molte donne musulmane, fa discutere sui social-network con una foto scioccante che finisce persino sul New York Times del 25 agosto: 4 poliziotti armati circondano una donna in burkini in ginocchio sulla spiaggia che è visibilmente costretta a togliersi l’indumento incriminato. 
I disordini fra turisti che fotografavano le donne così vestite e i loro mariti che li hanno picchiati, hanno influito su queste misure di “ordine pubblico” di alcuni comuni marittimi francesi. Una foto virale scattata a Nizza a 111 km dalle due suore ad Albenga che alle 7, dopo la partenza della folla dei bagnanti, mentre imperterrite continuavano il loro pediluvio, ho fotografato. 
Una immagine che credo possa rappresentare una realtà italiana dove non avrebbe fatto problema a nessuno se fra la ragazza in topless e le due suore fosse arrivata una signora musulmana in burkini. Sarebbe stata centro di curiosità quanto le altre protagoniste della mia incursione marittima, ma nulla di più. A pag. 44 riportiamo alcune considerazioni di Massimo Introvigne, esperto di fondamentalismo, che analizzando la situazione italiana non ancora toccata dal terrorismo islamico, individua fra le ragioni principali la contenuta radicalizzazione ideologica rispetto a quanto avvenuto in Francia. Non credo si debba disquisire sulla tolleranza ma semplicemente parlare di buon senso: la convivenza pacifica si costruisce distinguendo bene cosa va considerato come un attacco alla propria cultura e cosa sia solo un’innocua espressione della propria identità che non offende proprio nessuno, e al massimo richiede solo un minimo di apertura all’altro.
Nella lotta al terrorismo siamo confrontati con una guerra al fondamentalismo che è un elemento religioso presente nella storia non solo nell’Islam. Il Papa ha dichiarato, ed è piaciuto naturalmente a tutti, che non siamo di fronte a una guerra di religione, e certamente non lo è nel senso di uno scontro fra Islam e Cristianesimo, ma siamo di fronte a un problema enorme di natura religiosa che si sta manifestando con un fondamentalismo islamico dilagante che va affrontato nella sua estrema complessità, sia sul piano religioso, che culturale e politico; e bisognerebbe evitare le semplificazioni pericolose come l’illusione che non ci siano profonde differenze da affrontare, oppure, all’opposto, negando la possibilità di un dialogo intereligioso costruttivo.
Sono molto interessato alle riflessioni degli intellettuali musulmani coscienti che il fondamentalismo all’origine del terrorismo nasce all’interno dell’Islam, ed è solo da un lavoro di analisi interna all’Islam che potrà nascere una lotta efficace a queste derive. Sono persone straordinarie che, talvolta rischiando persino la vita, sono emarginate perché ciò che propongono è un lavoro difficile e nuovo per il mondo musulmano. Ricordo a questo proposito l’art sulla nostra rivista di Elham Manea, L’Isis è dentro di noi

Mi rendo però conto che questo cammino lungo e difficile ha bisogno anche di una atmosfera diffusa che favorisca prima di tutto la condivisione fra la gente normale, prima ancora di chissà quale dialogo teologico. In questo senso il gesto dei musulmani francesi che all’indomani dell’assassinio efferato dell’anziano sacerdote, si sono uniti in preghiera nelle chiese cattoliche, è un tassello importante di quel clima che deve costruirsi oggi soprattutto in Europa: chi cavilla o contesta questi incontri di solidarietà e di preghiera, ripetuti poi in Italia e persino in Ticino, manca di lungimiranza e di buon senso, tanto quanto i sindaci di quelle città balneari francesi che credono di difendere la laicità accanendosi contro un costume da bagno.  

domenica 26 giugno 2016

Mimi Lepori ci ha lasciato

MIMI SE NE È ANDATA

Con grande affetto la ricordo col video girato a Roma un mese fa durante il pellegrinaggio dal Papa con 230 persone della San Gottardo, ospiti, collaboratori, famiglie e amici. Bello che Giona abbia filmato e Dani abbia raccolto questo gioiello. (Mia presentazione in video)
La testimonianza di Mimi è straordinaria per la carica di speranza e di fede, una sorta di testamento raccolto certamente dal vescovo Eugenio.


Cosî l'ho ricordata per il GdP
RICORDANDO 40 ANNI CON UN’AMICA

Con Mimi se ne va un altro pezzo della mia storia, una persona che ha segnato la mia evoluzione di pensiero, con il vescovo Eugenio Corecco che ha tracciato il solco di un ripensamento della dimensione della carità, e con Carlo Doveri. Tre amici che ora è bello pensare assieme in una dimensione dove la conoscenza e la speranza si intrecciano in una armonia senza tempo.
Con Mimi e con Carlo abbiamo condiviso il desiderio di far nostro il messaggio straordinario del vescovo Eugenio che aveva affermato: “L’uomo è più del suo bisogno” aprendoci lo sguardo a un’attenzione agli altri non più centrata sui bisogni ma sulle risorse e sulla dignità delle persone. Una strada nuova che Mimi aveva fatta sua sia negli incontri personali, che nell’organizzazione delle strutture di cui si occupava, e nei progetti in paesi lontani. Con fatica e misurando spesso le difficoltà che ridimensionano le aspettative. Ma siccome volava alto, come le aquile e non si accontentava di razzolare nel pollaio, aveva sempre un orizzonte ampio dove sperimentare e cercare le soluzioni praticabili. Voleva cambiare le strutture per realizzare un pensiero sociale sano carico di speranza per tutti, e cercava tutti i mezzi per riuscirci. Per questo ha fatto politica.
Negli anni settanta abbiamo cominciato a collaborare e la lista delle cose fatte assieme è davvero lunga. I giri nelle parrocchie a animare serate con l’audiovisivo “Bambino dove vai” che si concludevano col caricare assieme pesanti amplificatori, altoparlanti, schermo e proiettori, domandandoci spesso “ma cosa stiamo facendo”. L’accoglienza in Ticino dei profughi vietnamiti, i Boat People, l’aveva voluta lei, e mi aveva chiamato nel 1980 a Caritas Ticino per lanciare un’azione di accoglienza con una metodologia nuova di gruppi parrocchiali e poi il centro culturale vietnamita a Sorengo, percorrendo strade nuove sul fronte dell’integrazione di persone di una cultura così lontana.
Il terremoto in Irpinia con viaggi improbabili, dormendo nel sacco a pelo nel caravan lasciando il portellone aperto.
Nell’88 la nascita dei programmi occupazionali per accogliere i disoccupati più “difficili” quando non si parlava ancora di disoccupazione in Ticino.
Anche l’avventura televisiva di Caritas Ticino è cominciata con lei a Natale nel 1994 negli studi di Melide che sarebbero diventati Tele Ticino, qualcosa di incredibile anche oggi ma che vent’anni fa sembrava fantascienza. Abbiamo molti contributi video di Mimi e un giorno li rimonteremo.
Quando lasciò Caritas Ticino lanciandosi in nuove avventure sociali con la sua agenzia Consono o con la Fosit, e con la fondazione san Gottardo che aveva contribuito a creare e che ha condotto fino ad ora, abbiamo continuato a riflettere assieme sulla metodologia dell’intervento sociale e a collaborare ad esempio con progetti a sostegno di poveri in diversi angoli del mondo che lei aveva scovati nei suoi viaggi.
E fino all’ultimo ha lottato avendo ancora molti progetti da realizzare.

Così nell’ultima sua prodezza, andare in pellegrinaggio a Roma nonostante fosse gravemente ammalata, c’era tutta la carica di chi guarda sempre lontano. La sua testimonianza, registrata nel video “Dal Papa per i 20 anni della San Gottardo”, che rivedremo su Tele Ticino sabato prossimo alle 18:00, o su youtube sul canale di Caritas Ticino, è una pagina straordinaria di speranza, di inno alla vita e di profonda capacità di affidarsi al disegno di Dio.

giovedì 23 giugno 2016

100 anni di una chiesa e di mio padre

100 anni di una chiesa e di mio padre

Domenica 19 giugno si sono celebrati i 100 anni della chiesa di Vaglio, dove abito. E lunedì 20 abbiamo ricordato in una Messa i 100 anni che avrebbe avuto quel giorno mio padre. La chiesa di Vaglio quindi veniva consacrata in maggio 1916 e un mese dopo nasceva mio padre Ignazio. Mi ha fatto un certo effetto scoprire questo legame insospettato fra due anniversari così vicini a me. Perché oltre ad abitare a Vaglio da trentaquattro anni, quella chiesa in gioventù mi piaceva molto e passando in moto con Dani, poco dopo che ci eravamo conosciuti nel 1968, le dissi che ci saremmo sposati lì. Cosa che poi non si è avverata perché ci siamo sposati a Friburgo. Per celebrare il centenario della chiesa si è fatta anche una processione col Vescovo per le strade del paese e nella parte vecchia dove abitiamo ho potuto fotografare il passaggio avendo come sfondo la nostra legnaia e stalla davanti alla quale Dani ha allestito un altarino con un'icona del volto di Gesù. Una espressione religiosa popolare che oggi risulta poco legata al contesto contemporaneo che in passato invece esprimeva il legame della vita della comunità in armonia con le stagioni e coi ritmi liturgici: ma questo in una società rurale fortemente caratterizzata dalle espressioni di fede. La banda davanti alla processione era l'orgoglio del villaggio e alla portantina con la statua di sant'Antonio si alternavano gli uomini forti, un onore portarla. Oggi può suonare anacronistico ma queste espressioni della tradizione religiosa ci ricordano un modello non secolarizzato di società che aveva forti punti di riferimento che si esprimevano nella rappresentazione scenica anche se oggi magari sembrano solo pittoreschi, come nelle foto dalle mie finestre.



Un secolo è una convenzione del sistema decimale, se ne usassimo un altro il numero 100 ci farebbe molto meno effetto. Ma per noi un secolo è una quantità di anni enorme, anche perché sono pochi a festeggiarne il compleanno. Del resto mio padre ci ha lasciati nel 2001 poco prima del cambiamento epocale segnato dall'attentato alle torri gemelle di New York (editoriale della rivista di Caritas Ticino).
Forti cambiamenti in un secolo su molti fronti, dal tipo di società all'esplosione delle possibilità di comunicazione, dalla tecnologia più sofisticata alla perdita di senso dell'esistenza. Oggi sono andato a salutare una cara amica che sta morendo e mi rendevo conto ancora una volta di quanto siamo disarmati di fronte alla finitezza, di fronte al confronto inevitabile con la morte. nel 1916 quando è nato mio padre non credo che avessero chissà quale strumentario per metabolizzare l'idea molto più concreta e vicina di ora, della morte delle persone care e della propria morte, ma avevano dei punti di riferimento inequivocabili in ordine alla fede e all'idea di destino personale "buono" perché amati da un Dio buono, per cui ad esempio la tragedia della mortalità infantile era accettabile nelle famiglie anche se dolorosissima. Noi a un secolo di distanza siamo completamente persi e solo in alcuni momenti speciali e rarissimi di vita comunitaria, riusciamo a sopportare l'idea del distacco.
Probabilmente è irriverente ma credo che un'immagine possa rendere l'idea del continuo disperato e goffo tentativo di scardinare l'idea della morte addomesticandola persino come un oggetto di marketing. Ma non funziona.
  

venerdì 22 aprile 2016

I miracoli li fa la concorrenza

Ho visto un solo miracolo. Fatto dalla concorrenza.

Mi è capitato diverse volte nella mia vita di trovarmi a pregare per chiedere un miracolo, sempre relativo alla guarigione di un amico. Si è sempre trattato di esperienze positive di grande unità fra le persone che si sono ritrovate assieme in quei gesti di "pietas", carichi di profondo senso religioso. Esperienze belle per l'opportunità di ritrovare se stessi di fronte a domande esistenziali che nello scorrere spesso frenetico dell'esistenza si rimandano, fino a quando la malattia, la sofferenza o la morte di persone care non ce le ripropongono in tutta la loro drammaticità.
Il Vescovo Eugenio Corecco, nel 1986, 8 anni  anni prima che ci trovassimo a pregare per lui ammalato, ci aveva aiutati a riflettere sulla preghiera intensa che per mesi avevamo dedicato a un bimbo di tre anni durante la sua agonia. Ci aveva detto che probabilmente il destino di quel bambino si era compiuto nel metterci assieme a pregare per lui ma in fondo per noi stessi e per la nostra esperienza comunitaria vissuta in quel modo. Ma il miracolo non era avvenuto. E non è avvenuto nemmeno tutte le altre volte che mi sono ritrovato a pregare per la guarigione di un amico, il vescovo Eugenio e diversi altri.

Ma un miracolo però io l'ho visto, ho assistito alla realizzazione di una guarigione incredibile, secondo i normali parametri, ma non in area cattolica bensi fra buddisti. Per alcuni anni infatti mi sono occupato professionalmente per Caritas Ticino a partire dal 1980 dell'accoglienza di un gruppo di persone provenienti dal Vietnam, "Boat People" che si sono stabilite in Ticino. Una sera attraversando la strada rientrando a casa una mamma di due bambine ha avuto un incidente gravissimo ed è entrata in un coma che i nostri medici valutavano come irreversibile. Una dottoressa mi aveva detto che da quel genere di coma ci si svegliava solo a Lourdes! 
Dopo diversi mesi di quella situazione ormai stabile, con lo scopo di sostenere la famiglia, invitai il Venerabile buddista, un'autorità religiosa molto importante per la comunità vietnamita, che viveva a Parigi. Lui venne a Lugano, incontrò la comunità vietnamita - le foto sono quelle di un momento religioso nel centro vietnamiti che avevamo creato a Sorengo -. 

Una persona squisita, che mi colpì per la pacatezza dei modi, la serenità e la profondità. Veramente una bella figura. Andò naturalmente a trovare la signora Dao in coma in ospedale, pregò per lei, mi dissero che mise qualcosa sotto il suo cuscino, forse dei testi di preghiera, si intrattenne con la famiglia e poi ritornò a Parigi.
Il giorno seguente a mezzogiorno ricevetti una singolare telefonata dalla dottoressa che mi aveva parlato di Lourdes, "sono qui con Dao che sta mangiando da sola seduta sul letto".

martedì 5 gennaio 2016

Vorrei qualche Husky e una slitta

Vorrei qualche Husky e una slitta


Sui social network credo ci siano più foto di cani e gatti che di esseri umani o almeno questa è l'impressione che ho talvolta su Twitter nonostante i miei 662 following siano piuttosto elittari visto che si interessano di questioni sociali, politiche, filosofico-religiose e artistiche (musica, cinema, fumettistica, arti figurative ecc). Insomma gattini e cuccioli si sprecano, magari con filmatini gif di qualche secondo per creare atmosfere dineyane alla portata di tutti. Mi infastidiscono e cerco di evitare l'impatto con queste distorsioni della realtà addomesticata che non riescono ad intenerirmi neanche per un attimo.
Non mi piacciono gli animali? Assolutamente no, mi piacciono se sono al loro posto. 
Vorrei ad esempio avere qualche Husky ma a condizione di avere anche una slitta e vivere fra i ghiacci. Ho una simpatia e forse una affinità atavica con gli Inuit e quindi probabilmente mi piacerebbe veramente avere un Husky, essere un Inuit e vivere sui ghiacci del polo. Per conoscere gli Inuit in modo poco impegnativo e piacevole ho in mente due bei film: Smilla's Sense of Snow del 1997 (Smilla e il senso della neve) e Chloe and Theo del 2015.

Un cane da slitta ha una sua dignità legata alla sua capacità e funzione di compagno dell'uomo con cui stabilisce un rapporto stretto e costruttivo finalizzato a realizzare cose utili e persino  alla sopravvivenza. Penso che potrei affezionarmi molto a un cane in quelle condizioni proprio sulla base di quel riconoscimento e rispetto della dignità dell'animale armonicamente inserito in un ordine della natura.
Ma fuori da quel contesto o da una situazione analoga dove la dignità dell'animale si configura in stretta relazione con la sua funzione, (cani pastore, da catastrofe ecc), mi riesce molto difficile immaginare una relazione se non improntata alla "pietà" per un animale assolutamente fuori posto. Faccio già molta fatica ad immaginare un cane da compagnia abitando in piena campagna con kilometri di prati e boschi intorno, ma in una realtà cittadina o paesana come le nostre proprio non capisco cosa ci stia a fare quel poveretto se non quale schiavo delle varie, più o meno gravi, patologie umane. Mi sono soffermato velocemente a guardare gli umani che frequentano i parchetti per cani, cessi a cielo aperto regolamentati e molto curati, dove i temi di conversazione, codificati precisamente, sono rivelatori di un orizzonte compromesso da una serie di fattori di cui nè sono coscienti, nè sono responsabili direttamente gli umani in questione. Quelli della protezione animale non godono delle mie simpatie visto che manifestano spesso tratti maniacali operando sostituzioni di specie fra quella umana e quella animale. Ciononostante ho un senso di pietà per quella schiera di animali umanizzati in modo distorto, non solo nei nomi e nelle modalità di comunicazione, ma nella sostanza del rapporto con l'umano che li schiavizza, trattandoli benissimo come se fossero umani. La mistificazione collettiva fa apparire come una prova di affetto e di dedizione all'animale ciò che è solo una imposizione innaturale di comportamenti modellati sulle esigenze del padrone: bisogno di affetto, di dominio, di prestazioni, di competizione ecc. Si fanno corsi per imparare ad addestrare i propri animali ma sarebbe più interessante creare dei corsi per imparare a gestire i propri guai senza farli pagare a un animale che non ne ha nessuna colpa o responsabilità.

Il film di Spielberg del 2001 A.I. Artificial Intelligence metteva a tema l'idea della sostituzione di entità artificiali come persone-copia con tutte le conseguenze persino nella proiezione 1000 anni dopo: penso a uno scenario analogo dove potersi procurare cani e gatti prodotti artificialmente in funzione delle esigenze di giocattolo per umani adulti che stanno meglio se hanno a fianco il PET (animale da compagnia) su misura. E perché no! Se potessimo stare meglio guarendo magari un po' dalle diverse nevrosi, avendo il Pet artificiale su misura, potremmo addirittura farlo pagare dalla cassa malati. In questo caso io sarei considerato un assicurato che costa parecchio coi miei Husky, la slitta e l'igloo in Alaska con l'allacciamento online via satellite per poter continuare a sproloquiare sul mio blog.


giovedì 19 novembre 2015

Mom is dead, in Paris

Mom is dead, in Paris
Nella mia agenda su Google oggi in alto c'è la scritta in rosso "Mom is dead", la ricorrenza della data della morte di mia madre, 6 anni fa, che ho ricordato su questo blog nel 2013. Ho aggiunto nel titolo "in Paris" pensando a quei bambini che hanno perso la mamma nella strage di Parigi del 13/11.

Parigi 13/11

Ho appena letto la lettera, quasi virale sul web, di Antoine Leiris che ha perso la moglie al Bataclan a Parigi nella strage di venerdì scorso 13 novembre, e ha postato su Facebook (200'000 condivisioni) il 16 Novembre alle 04:18 questo testo: ·


“Vous n’aurez pas ma haine”
Vendredi soir vous avez volé la vie d’un être d’exception, l’amour de ma vie, la mère de mon fils mais vous n’aurez pas ma haine. Je ne sais pas qui vous êtes et je ne veux pas le savoir, vous êtes des âmes mortes. Si ce Dieu pour lequel vous tuez aveuglément nous a fait à son image, chaque balle dans le corps de ma femme aura été une blessure dans son coeur.
Alors non je ne vous ferai pas ce cadeau de vous haïr. Vous l’avez bien cherché pourtant mais répondre à la haine par la colère ce serait céder à la même ignorance qui a fait de vous ce que vous êtes. Vous voulez que j’ai peur, que je regarde mes concitoyens avec un oeil méfiant, que je sacrifie ma liberté pour la sécurité. Perdu. Même joueur joue encore.
Je l’ai vue ce matin. Enfin, après des nuits et des jours d’attente. Elle était aussi belle que lorsqu’elle est partie ce vendredi soir, aussi belle que lorsque j’en suis tombé éperdument amoureux il y a plus de 12 ans. Bien sûr je suis dévasté par le chagrin, je vous concède cette petite victoire, mais elle sera de courte durée. Je sais qu’elle nous accompagnera chaque jour et que nous nous retrouverons dans ce paradis des âmes libres auquel vous n’aurez jamais accès.
Nous sommes deux, mon fils et moi, mais nous sommes plus fort que toutes les armées du monde. Je n’ai d’ailleurs pas plus de temps à vous consacrer, je dois rejoindre Melvil qui se réveille de sa sieste. Il a 17 mois à peine, il va manger son goûter comme tous les jours, puis nous allons jouer comme tous les jours et toute sa vie ce petit garçon vous fera l’affront d’être heureux et libre. Car non, vous n’aurez pas sa haine non plus.



Una pagina da brividi per profondità, per lo sguardo esistenziale, per la carica di speranza,  che mi sembra possa essere dedicata alle mamme che sono morte a Parigi e a quelle che piangono i figli che erano al concerto degli Eagles of Death Metal al Bataclan. La band americana, tornata a casa ha scritto su Facebook fra l'altro: Although bonded in grief with the victims, the fans, the families, the citizens of Paris, and all those affected by terrorism, we are proud to stand together, with our new family, now united by a common goal of love and compassion.  
...siamo fieri di stare assieme, con la nostra nuova famiglia, ora uniti in un obiettivo comune di amore e compassione.

Dal 9/11 al 13/11
Guardo a questa nuova carneficina pensando a quella di 14 anni fa, 9/11 a New York, quando la sorpresa di fronte all'incredibile, di fronte all'impensabile, di fronte alla strage in diretta televisiva, ci aveva spiazzati tutti. Mi aveva segnato profondamente questa tragedia non solo americana ma di tutto il mondo occidentale che si era sentito unito e aveva espresso solidarietà come non mai. Ne avevo parlato in un editoriale  ricordando anche mio padre morto qualche mese prima.

Editoriale di settembre 2001 sulla rivista Caritas Insieme

Abbiamo un 29
In copertina l’autoritratto di Alice, una pittrice portatrice di handicap che comunica in modi diversi da quello verbale a cui siamo abituati. Interrogativi sui modi di comunicare che in questi giorni mi sembrano di attualità per certi versi persino drammatica.
America under attack è il titolo che la CNN ha avuto 24 ore su 24 sullo schermo per tre giorni dopo la tragedia di New York, sostituito poi con american’s new war. Alcuni giorni di immagini incredibili e di continui aggiornamenti scritti e parlati. Se la guerra del golfo era stata mediatizzata con pochissime immagini che sembravano virtuali - qualche puntino bianco su un improbabile sfondo notturno verde - questa volta la realtà ha avuto il sopravvento sull’immaginazione. I crolli di Indipendence Day e di Godzilla o l’Empire che precipita in Armageddon sono stati ampiamente superati dalle immagini televisive in diretta dell’11 settembre. Manatthan, uno degli angoli del mondo più affascinanti dal punto di vista architettonico è stato colpito proprio nel cuore del suo splendore, una follia che ferisce ogni abitante di questo pianeta. Uno scossone per tutti; fino all’11 settembre appalto della finzione del filone cinematografico apocalittico, il mostro è uscito allo scocoperto per una rappresentazione senza precedenti. Il non senso, l’assurdo della morte in diretta secondo scenari nuovi, non più quelli della guerra fra popoli e nazioni ma gruppuscoli che sfidano l’umanità intera, la chiamano a raccolta imponendo lo spettacolo demenziale di morte e distruzione che i satelliti ci hanno permesso di seguire in una arena planetaria gremita all’inverosimile.

Dal profilo della comunicazione mediatica abbiamo infranto nuove frontiere: un aereo dirottato e lanciato contro un grattacielo-simbolo con l’obiettivo preciso di attirare il pubblico del mondo e, 18 minuti dopo, quando metà pianeta era sintonizzato lo spettacolo ha avuto inizio seguendo un copione delirante. “Niente sarà più come prima” hanno dichiarato in molti a New York, ma nemmeno altrove. Le follie di cui la storia dell’umanità è costellata hanno avuto anche punte di efferatezza maggiore ma per quanto riguarda i meccanismi della comunicazione nessuno ha mai potuto neppure lontanamente avvicinarsi o emulare quanto sarebbe avvenuto all’inizio del terzo millennio un 11 settembre qualunque. Soprusi e violenza, guerre e genocidi sono spettacolo quotidiano dei nostri TG ma essere di forza chiamati tutti ad assistere increduli e impotenti a una America under attack non è solo cosa da CNN.

Qualche mese fa accompagnavo mio padre in ambulanza e mentre chiacchieravo con l’autista, dal retro, l’infermiere ci ha interrotti dicendo di mettere la sirena e dopo poco ha chiesto di avvisare l’ospedale perché “abbiamo un 29 naca 6”. Non ho chiesto spiegazioni ma ho intuito che per mio padre era la fine della corsa. All’arrivo al pronto soccorso una dottoressa gli ha preso la mano e gli ha detto “adesso farà un lungo viaggio”: un gesto di grande umanità, quasi solenne.

Sotto alle Twin Towers davanti a milioni di spettatori increduli sono morte migliaia di persone a cui nessuno ha potuto dire altrettanto.

A Parigi in gennaio la strage al Charlie Hebdo sembrava aver superato ogni limite ma non era così. Allora era scattato "Je suis Charlie", ora le città del mondo si sono colorate col rosso, bianco e blu francese: mi hanno commosso le decine di migliaia di spettatori dello stadio londinese di Wembley che cantavano la marsigliese leggendo il testo sugli schermi. La gente normale esprime il suo sdegno e la sua incredulità di fronte al non senso, di fronte all'orrore.
E prima delle analisi, assolutamente necessarie per affrontare questi momenti di incertezza globalizzata, bisogna valorizzare le espressioni semplici che la comunità umana mette in campo per dire che le risorse per gridare la speranza ci sono, per quanto possa essere doloroso tirarle fuori. Bisogna farlo assolutamente. 

venerdì 9 ottobre 2015

44 ANNI DI MATRIMONIO

44 ANNI DI MATRIMONIO CON UNO SPAZIO DI MEMORIA DI 40

 Cena di anniversario a Vaglio 9 ottobre 2015
44 anni in fila per tre col resto di due. Pronunciando la cifra 44 non puoi evitare di evocare la canzoncina terribile dello Zecchino d'oro.
44 anni sono tanti e ancora di più per uno come me che ha una specie di amnesia progressiva per cui gradualmente il passato mi sembra di non averlo vissuto davvero ma che gli altri me lo abbiano raccontato e mi abbiano anche fornito alcune fotografie. Mi sembra davvero che quella parvenza di ricordi sia solo una costruzione mentale di elementi raccolti e sintetizzati, come i contenuti dei libri e dei film che a un certo punto si strutturano come ricordi anche se sai benissimo che non sono i tuoi. L'infanzia ad esempio non posso garantire di averla vissuta, di esserci stato: deduco di sì perché è logicamente molto probabile ma non perché ne abbia quello che tecnicamente viene definito un "ricordo". Di tutte le scuole elementari, coscientemente ho un solo ricordo: sono in uno spiazzo con una montagnetta di terra, e dalla cima faccio volare un aereo attaccato a una corda girando su me stesso, l'elica gira perché l'aereo spinto dal movimemto della corda fa pressione, è il principio al contrario del motore che muove l'elica che si avvita nell'aria e fa avanzare l'aereo. Ma in fondo anche questo ricordo che tengo stretto perché è l'unico che più o meno attesta che c'ero, mi chiedo se non potrebbe essere un  innesto come quelli di Blade Runner dove i replicanti per avere maggiore equilibrio emotivo avevano dei ricordi artificiali impiantati, i ricordi magari della nipote del programmatore. Gli davano anche qualche fotografia così ci credevano più facilmente, erano più contenti. Non dovrebbe essere la Tyrrel Corporation (che fabbricava i replicanti modello Nexus 6) che mi ha costruito ma sulla questione memoria, originale o innestata, i miei dubbi rimangono. Ed il processo di cancellazione è progressivo: questo sfata almeno l'idea di chissà quale trauma infantile rimosso, infatti il fenomeno procede e dopo l'infanzia è sparita l'adolescenza e anche l'età adulta giovanile ormai se ne è andata o quasi. Essendomi sposato a 22 anni quindi anche quel periodo ormai è annebbiato, conosco molte cose che posso raccontare magari nei dettagli ma credo perché me le hanno raccontate. Del matrimonio ho la memoria del Super8 e qualche foto ma la certezza che c'ero me la dà la Dani. Dani è la mia memoria di riserva, lei si ricorda tutto e sa tutto quindi basta che chieda a lei. Ma la struttura del ricordo personale che sento agganciato a tutto il mio vissuto, questo si diluisce piano piano. Ho ipotizzato che il fatto di non soffermarmi mai a ricordare il passato se non parlando con altri, cioè non avendo per struttura il desiderio di continuare a ricordare e rivivere il passato, probabilmente determina la mancanza di un imput importante per il mantenimento dei ricordi, ma è solo un'ipotesi che comunque non spiega questo strano processo di cancellazione progressiava.
C'è però un risvolto piacevolissimo in questa situazione sicuramente patologica della mia memoria che se ne va gradualmente: visto che dopo 44 anni di matrimonio trovo che mia moglie sia la persona più interessante che abbia mai incontrato e con cui mi piace proprio vivere, ebbene non avendo un passato di ricordi che vada oltre i 40 anni, allora la mia Dani è da sempre con me. Ed è veramente così nel senso che non ho la sensazione di aver mai vissuto senza di lei. Ed è fantastico.

venerdì 4 settembre 2015

La rete che aiuta

LA RETE CHE AIUTA

Alla giornata indetta dalla SUPSI “SOCIALMENTE: Le giornate di lavoro sociale” del 3 settembre 2015 per gli studenti di Bachelor mi è stato affidato il tema:

La rete che aiuta
Comunicazione in rete e comunicazione tradizionale


Nella comunicazione tradizionale la caratteristica determinante non è tanto il supporto, magari cartaceo, ma il rapporto che devo stabilire per ottenere quell’informazione, devo scoprire chi l’ha prodotta, dove si trovi ora, valutare la disponibilità e mettere in atto un sistema di trasmissione di quell’informazione a partire dal luogo di origine o dove risiede ora, biblioteca ad esempio, e permettere a me che posso essere anche all’altro capo del mondo, di poter accedere a quell’informazione. Magari dovrò fare un viaggio per incontrare qualcuno o procurarmi dei documenti che costituiscono l’elemento di conoscenza che sto cercando. Ciò che mi sembra definire questa modalità è la scala gerarchica che distingue nettamente chi detiene elementi di conoscienza, magari li ha creati, e chi ha bisogno di quegli elementi ma non ne dispone e deve riuscire ottenerli muovendosi in questa sorta di relazione di dipendenza.

Ciò che contraddistingue la rete rispetto alla comunicazione tradizionale è la non rilevanza dei luoghi di produzione o di deposito della conoscienza. Quando si naviga e si acquisiscono informazioni in rete si utilizza un sistema di connessioni attraverso nodi che costituiscono il sistema base di trasmissione della rete. Una informazione ci perviene a volte segmentata e proveniente da luoghi molto diversi ma al livello finale di fruizione l’informazione si presenta con caratteristiche unitarie  e coerenti che non dicono molto su dove e come questa sia stata prodotta (es torrent). In prima battuta non ci preoccupiamo mai del dato di origine, cioè del dove, come e quando si sia prodotto quell’elemento di conoscienza. Non dobbiamo quasi mai entrare neppure in relazione e tantomeno in una relazione di dipendenza con chi produce o detiene le informazioni che cerchiamo. Non c’è più un sistema gerarchico che condiziona il rapporto fra produttore di conoscenza e fruitore.
Il modello della comunicazione in rete rende partner virtuali indipendenti e paritari sia coloro che producono conoscenza sia coloro che ne usufruiscono, con la possibilità “assolutamente democratica” che anche chi fruisce possa dare un contributo costruttivo in termini di implementazione delle conoscenze originali. Wikipedia è l’esempio più evidente di questa concezione dove tutti possono contribuire alla conoscenza e al sapere disponibile per tutti.

Filantropia, autoresponsabilizzazione e Socialbusiness

La filantropia tradizionale che soprattutto su modello americano si è sviluppata nel ventesimo secolo e permane tuttora, consiste nel devolvere mezzi, generalmente pecuniari, a realtà indigenti, definite povere, dove le persone vengono sostenute con l’obiettivo di modificare lo stato di penuria di risorse per cui si è intervenuti. L’efficacia relativamente bassa di questo gigantesco dispendio di energie e risorse varie, credo sia dovuto a un errore metodologico: si separa il momento e il luogo della produzione della ricchezza dal momento e luogo della distribuzione di risorse partendo dalla constatazione di penuria di risorse. Questo modo di operare e concepire l’intervento solidale mantiene la persona indigente nella condizione di “oggetto” di attenzione da parte del filantropo che distribuisce beni, impedendo che questa si trasformi invece in “soggetto economico produttivo”. 

Si contrappone a questo modello filantropico fondato sulla penuria di risorse, un modello invece concepito a partire dalle risorse, anche minime, perché fanno diventare “soggetti” i poveri che si autoresponsabilizzano in un processo produttivo fondato piuttosto sulle capacità: il Social Business di Muhammad Yunus o il concetto di risorsa di Amartya Sen (Capability). Lo slogan che ormai da anni Caritas Ticino ripete è quindi: “I poveri possono uscire dalla loro situazione di indigenza se diventano soggetti economici produttivi”. (video attività Pollegio e Rancate)
La svolta, una scelta di campo, è nata dal concetto espresso dal vescovo Corecco nel 1992: “un uomo è più del suo bisogno”. (video CATISHOP.CH con tabellone)

Democratizzazione della rete e del modello fondato sulla disponibilità di risorse.

Mi permetto un parallelismo di natura funzionale tra la rete e il modello sociale fondato sulle risorse e sulle capacità anche dei più poveri di diventare soggetti economici produttivi. In quest’ultimo non si distingue gerarchicamente chi è ricco e chi è povero, perché il sostegno e l’aiuto di chi è ricco si limita alla creazione delle condizioni favorevoli dove la persona indigente si attiverà diventando il soggetto della sua rinascita che lo affrancherà dalla sua condizione di povertà. Non una situazione gerarchica ma paritaria fra due entità che potenzialmente producono benessere, ricchezza, attraverso le loro risorse. La prima mette la seconda nella condizione di sperimentare la propria capacità produttiva, condizione fondamentale per uscire dall’indigenza. Nella rete è un po' la stessa situazione "democratica" in quanto diventano
partner virtuali indipendenti e paritari sia coloro che producono conoscenza sia coloro che ne usufruiscono.

 Video "Muhammad Yunus"

 video di Caritas Ticino

English version of the video

mercoledì 29 luglio 2015

Mila Song

Fare musica per "Una Scienza Malinconica" "Attorno alla Clinica della Precarietà"

Buon compleanno? A me? A me! (proprio oggi e come si fa a non scrivere un post in questa occasione!)

Sto cercando la strada per creare il pezzo musicale per la nuova serie video sull'economia e penso al violoncello elettrico con Wah Wah, un po' di Vichitra Veena (quella con il suono slide) e percussioni tipo Hang con un sottoprodotto  (il Garrahand). Vedremo. Alcune immagini virtuali dell'ambientazione.

(Nel frattempo il pezzo è finito: ascolta Economia Malinconica)(E anche la serie video "Una Scienza Malinconica" è partita: prima puntata)
Fare musica è un'esperienza creativa straordinaria indipendentemente dal fatto che uno sia uno strimpellatore e sperimentatore di suoni strani come me o un vero musicista come gli altri della lista SUISA. Insomma costruire suoni o vibrazioni musicali e lavorarci fino ad avere qualcosa che magari poi piace solo a te, è straordinario.
Non ho mai scritto su questo blog dell'esperienza che due anni fa ho fatto nella creazione della sigla per la serie TV "Attorno alla clinica della precarietà" partendo dai gorgheggi di mia nipote Mila quando aveva un anno (ora ne ha tre).
Ho avuto una registrazione da Iphone di Mila che canterellava un ritornello di chissa quale canzoncina cantatale da mamma o papà, oppure improvvisazioni spontanee. Ho preso questa base di poche note
e l'ho riprodotta con vari strumenti, in parte acustici e in parte elettronici, mantenendo la base cantata. Siccome la serie video in cui è utilizzata tratta del disagio e della precarietà, l'atmosfera è poco allegra e può lasciare sorpresi che il canto di una bimba di un anno crei un clima un tantino angosciante, ma credo si adatti bene all'ambientazione virtuale surrealista in cui si trova il protagonista, lo psichiatra e psicoanalista Graziano Martignoni, per 12 puntate. Ecco il link della prima puntata di "Attorno alla clinica della precarietà".
http://www.caritas-ticino.ch/media/rubriche/rubrica_attorno_clinica_precarieta.htm
Ed ecco il pezzo musicale "Mila Song". Comunque se dovessi stampare un CD con questa musica la copertina sarebbe questa foto di Mila a un anno, fatta dalla mamma Nora.
http://cativideo.dyndns.org/cati/altro/milasong.mp3