venerdì 9 ottobre 2015

44 ANNI DI MATRIMONIO

44 ANNI DI MATRIMONIO CON UNO SPAZIO DI MEMORIA DI 40

 Cena di anniversario a Vaglio 9 ottobre 2015
44 anni in fila per tre col resto di due. Pronunciando la cifra 44 non puoi evitare di evocare la canzoncina terribile dello Zecchino d'oro.
44 anni sono tanti e ancora di più per uno come me che ha una specie di amnesia progressiva per cui gradualmente il passato mi sembra di non averlo vissuto davvero ma che gli altri me lo abbiano raccontato e mi abbiano anche fornito alcune fotografie. Mi sembra davvero che quella parvenza di ricordi sia solo una costruzione mentale di elementi raccolti e sintetizzati, come i contenuti dei libri e dei film che a un certo punto si strutturano come ricordi anche se sai benissimo che non sono i tuoi. L'infanzia ad esempio non posso garantire di averla vissuta, di esserci stato: deduco di sì perché è logicamente molto probabile ma non perché ne abbia quello che tecnicamente viene definito un "ricordo". Di tutte le scuole elementari, coscientemente ho un solo ricordo: sono in uno spiazzo con una montagnetta di terra, e dalla cima faccio volare un aereo attaccato a una corda girando su me stesso, l'elica gira perché l'aereo spinto dal movimemto della corda fa pressione, è il principio al contrario del motore che muove l'elica che si avvita nell'aria e fa avanzare l'aereo. Ma in fondo anche questo ricordo che tengo stretto perché è l'unico che più o meno attesta che c'ero, mi chiedo se non potrebbe essere un  innesto come quelli di Blade Runner dove i replicanti per avere maggiore equilibrio emotivo avevano dei ricordi artificiali impiantati, i ricordi magari della nipote del programmatore. Gli davano anche qualche fotografia così ci credevano più facilmente, erano più contenti. Non dovrebbe essere la Tyrrel Corporation (che fabbricava i replicanti modello Nexus 6) che mi ha costruito ma sulla questione memoria, originale o innestata, i miei dubbi rimangono. Ed il processo di cancellazione è progressivo: questo sfata almeno l'idea di chissà quale trauma infantile rimosso, infatti il fenomeno procede e dopo l'infanzia è sparita l'adolescenza e anche l'età adulta giovanile ormai se ne è andata o quasi. Essendomi sposato a 22 anni quindi anche quel periodo ormai è annebbiato, conosco molte cose che posso raccontare magari nei dettagli ma credo perché me le hanno raccontate. Del matrimonio ho la memoria del Super8 e qualche foto ma la certezza che c'ero me la dà la Dani. Dani è la mia memoria di riserva, lei si ricorda tutto e sa tutto quindi basta che chieda a lei. Ma la struttura del ricordo personale che sento agganciato a tutto il mio vissuto, questo si diluisce piano piano. Ho ipotizzato che il fatto di non soffermarmi mai a ricordare il passato se non parlando con altri, cioè non avendo per struttura il desiderio di continuare a ricordare e rivivere il passato, probabilmente determina la mancanza di un imput importante per il mantenimento dei ricordi, ma è solo un'ipotesi che comunque non spiega questo strano processo di cancellazione progressiava.
C'è però un risvolto piacevolissimo in questa situazione sicuramente patologica della mia memoria che se ne va gradualmente: visto che dopo 44 anni di matrimonio trovo che mia moglie sia la persona più interessante che abbia mai incontrato e con cui mi piace proprio vivere, ebbene non avendo un passato di ricordi che vada oltre i 40 anni, allora la mia Dani è da sempre con me. Ed è veramente così nel senso che non ho la sensazione di aver mai vissuto senza di lei. Ed è fantastico.

venerdì 4 settembre 2015

La rete che aiuta

LA RETE CHE AIUTA

Alla giornata indetta dalla SUPSI “SOCIALMENTE: Le giornate di lavoro sociale” del 3 settembre 2015 per gli studenti di Bachelor mi è stato affidato il tema:

La rete che aiuta
Comunicazione in rete e comunicazione tradizionale


Nella comunicazione tradizionale la caratteristica determinante non è tanto il supporto, magari cartaceo, ma il rapporto che devo stabilire per ottenere quell’informazione, devo scoprire chi l’ha prodotta, dove si trovi ora, valutare la disponibilità e mettere in atto un sistema di trasmissione di quell’informazione a partire dal luogo di origine o dove risiede ora, biblioteca ad esempio, e permettere a me che posso essere anche all’altro capo del mondo, di poter accedere a quell’informazione. Magari dovrò fare un viaggio per incontrare qualcuno o procurarmi dei documenti che costituiscono l’elemento di conoscenza che sto cercando. Ciò che mi sembra definire questa modalità è la scala gerarchica che distingue nettamente chi detiene elementi di conoscienza, magari li ha creati, e chi ha bisogno di quegli elementi ma non ne dispone e deve riuscire ottenerli muovendosi in questa sorta di relazione di dipendenza.

Ciò che contraddistingue la rete rispetto alla comunicazione tradizionale è la non rilevanza dei luoghi di produzione o di deposito della conoscienza. Quando si naviga e si acquisiscono informazioni in rete si utilizza un sistema di connessioni attraverso nodi che costituiscono il sistema base di trasmissione della rete. Una informazione ci perviene a volte segmentata e proveniente da luoghi molto diversi ma al livello finale di fruizione l’informazione si presenta con caratteristiche unitarie  e coerenti che non dicono molto su dove e come questa sia stata prodotta (es torrent). In prima battuta non ci preoccupiamo mai del dato di origine, cioè del dove, come e quando si sia prodotto quell’elemento di conoscienza. Non dobbiamo quasi mai entrare neppure in relazione e tantomeno in una relazione di dipendenza con chi produce o detiene le informazioni che cerchiamo. Non c’è più un sistema gerarchico che condiziona il rapporto fra produttore di conoscenza e fruitore.
Il modello della comunicazione in rete rende partner virtuali indipendenti e paritari sia coloro che producono conoscenza sia coloro che ne usufruiscono, con la possibilità “assolutamente democratica” che anche chi fruisce possa dare un contributo costruttivo in termini di implementazione delle conoscenze originali. Wikipedia è l’esempio più evidente di questa concezione dove tutti possono contribuire alla conoscenza e al sapere disponibile per tutti.

Filantropia, autoresponsabilizzazione e Socialbusiness

La filantropia tradizionale che soprattutto su modello americano si è sviluppata nel ventesimo secolo e permane tuttora, consiste nel devolvere mezzi, generalmente pecuniari, a realtà indigenti, definite povere, dove le persone vengono sostenute con l’obiettivo di modificare lo stato di penuria di risorse per cui si è intervenuti. L’efficacia relativamente bassa di questo gigantesco dispendio di energie e risorse varie, credo sia dovuto a un errore metodologico: si separa il momento e il luogo della produzione della ricchezza dal momento e luogo della distribuzione di risorse partendo dalla constatazione di penuria di risorse. Questo modo di operare e concepire l’intervento solidale mantiene la persona indigente nella condizione di “oggetto” di attenzione da parte del filantropo che distribuisce beni, impedendo che questa si trasformi invece in “soggetto economico produttivo”. 

Si contrappone a questo modello filantropico fondato sulla penuria di risorse, un modello invece concepito a partire dalle risorse, anche minime, perché fanno diventare “soggetti” i poveri che si autoresponsabilizzano in un processo produttivo fondato piuttosto sulle capacità: il Social Business di Muhammad Yunus o il concetto di risorsa di Amartya Sen (Capability). Lo slogan che ormai da anni Caritas Ticino ripete è quindi: “I poveri possono uscire dalla loro situazione di indigenza se diventano soggetti economici produttivi”. (video attività Pollegio e Rancate)
La svolta, una scelta di campo, è nata dal concetto espresso dal vescovo Corecco nel 1992: “un uomo è più del suo bisogno”. (video CATISHOP.CH con tabellone)

Democratizzazione della rete e del modello fondato sulla disponibilità di risorse.

Mi permetto un parallelismo di natura funzionale tra la rete e il modello sociale fondato sulle risorse e sulle capacità anche dei più poveri di diventare soggetti economici produttivi. In quest’ultimo non si distingue gerarchicamente chi è ricco e chi è povero, perché il sostegno e l’aiuto di chi è ricco si limita alla creazione delle condizioni favorevoli dove la persona indigente si attiverà diventando il soggetto della sua rinascita che lo affrancherà dalla sua condizione di povertà. Non una situazione gerarchica ma paritaria fra due entità che potenzialmente producono benessere, ricchezza, attraverso le loro risorse. La prima mette la seconda nella condizione di sperimentare la propria capacità produttiva, condizione fondamentale per uscire dall’indigenza. Nella rete è un po' la stessa situazione "democratica" in quanto diventano
partner virtuali indipendenti e paritari sia coloro che producono conoscenza sia coloro che ne usufruiscono.

 Video "Muhammad Yunus"

 video di Caritas Ticino

English version of the video

mercoledì 29 luglio 2015

Mila Song

Fare musica per "Una Scienza Malinconica" "Attorno alla Clinica della Precarietà"

Buon compleanno? A me? A me! (proprio oggi e come si fa a non scrivere un post in questa occasione!)

Sto cercando la strada per creare il pezzo musicale per la nuova serie video sull'economia e penso al violoncello elettrico con Wah Wah, un po' di Vichitra Veena (quella con il suono slide) e percussioni tipo Hang con un sottoprodotto  (il Garrahand). Vedremo. Alcune immagini virtuali dell'ambientazione.

(Nel frattempo il pezzo è finito: ascolta Economia Malinconica)(E anche la serie video "Una Scienza Malinconica" è partita: prima puntata)
Fare musica è un'esperienza creativa straordinaria indipendentemente dal fatto che uno sia uno strimpellatore e sperimentatore di suoni strani come me o un vero musicista come gli altri della lista SUISA. Insomma costruire suoni o vibrazioni musicali e lavorarci fino ad avere qualcosa che magari poi piace solo a te, è straordinario.
Non ho mai scritto su questo blog dell'esperienza che due anni fa ho fatto nella creazione della sigla per la serie TV "Attorno alla clinica della precarietà" partendo dai gorgheggi di mia nipote Mila quando aveva un anno (ora ne ha tre).
Ho avuto una registrazione da Iphone di Mila che canterellava un ritornello di chissa quale canzoncina cantatale da mamma o papà, oppure improvvisazioni spontanee. Ho preso questa base di poche note
e l'ho riprodotta con vari strumenti, in parte acustici e in parte elettronici, mantenendo la base cantata. Siccome la serie video in cui è utilizzata tratta del disagio e della precarietà, l'atmosfera è poco allegra e può lasciare sorpresi che il canto di una bimba di un anno crei un clima un tantino angosciante, ma credo si adatti bene all'ambientazione virtuale surrealista in cui si trova il protagonista, lo psichiatra e psicoanalista Graziano Martignoni, per 12 puntate. Ecco il link della prima puntata di "Attorno alla clinica della precarietà".
http://www.caritas-ticino.ch/media/rubriche/rubrica_attorno_clinica_precarieta.htm
Ed ecco il pezzo musicale "Mila Song". Comunque se dovessi stampare un CD con questa musica la copertina sarebbe questa foto di Mila a un anno, fatta dalla mamma Nora.
http://cativideo.dyndns.org/cati/altro/milasong.mp3


mercoledì 8 luglio 2015

SCHIAVITÙ moderna, un affare da 150 miliardi di dollari



SCHIAVITÙ moderna, un affare da 150 miliardi di dollari.


Stime da 20 a 36 milioni di persone.

(editoriale della rivista CARITAS TICINO luglio 2015)
http://www.caritas-ticino.ch/media/rivista/archivio/riv_1502/riv_2015_R2_index.html

http://www.caritas-ticino.ch/media/rivista/archivio/riv_1502/Noris_Roby_editoriale_R2_2015.pdf




A ricordarlo è Mira Sorvino, attrice hollywoodiana, protagonista nel 2005 del film Human Trafficking (rivista no 2 luglio 2007 e rivista no 4 dicembre 2011),
diventata ambasciatrice dell’ONU per la lotta alla schiavitù, traffico di esseri umani, in un servizio (scritto e video) della CNN, del 24 giugno 2015 
che fa rabbrividire riportando alla ribalta il dramma del traffico di esseri umani, schiavi moderni, che tocca un numero impressionante di paesi, dall’India alle Filippine, dalla Thailandia al Brasile, dal Nord Corea alla Somalia. Le stime variano da 20 a 36 milioni di persone.
E negli stessi giorni mi è capitato di vedere uno stralcio di un documentario francese sulla prostituzione infantile in Madagascar, che in sintesi diceva: la povertà e la mancanza di prospettive fanno sì che solo i turisti bianchi siano la fonte di sussistenza, la prostituzione è quindi per molte bambine l’unica forma di sopravvivenza. Tutti lo sanno, dai politici alla polizia, agli organismi sociali, tutti deplorano ma non c’è niente da fare.
Mi colpisce sempre questa tragedia umana moderna, che sembra normale, ineluttabile, cioè “non c’è niente da fare”, e mi chiedo se la storia un giorno non si chiederà perché questo sia avvenuto sotto gli occhi di tutti. Come lo sterminio di milioni di ebrei, di dissidenti e di “diversi”, operato dai nazisti sotto gli occhi di tutti. 


Mira Sorvino mi è particolarmente simpatica perché sfrutta la sua notorietà come elemento positivo per veicolare azioni, giudizi e iniziative contro il traffico di esseri umani. Una lotta impari che, prima di avere i limiti imposti dai pochi mezzi di fronte all’immensità del fenomeno, deve fare i conti con la mancanza dei riflettori mediatici accesi a pieno regime. In altri termini la nostra generale indifferenza; ma perché il traffico di esseri umani non ha mai le prime pagine? Un po’ come succede col tema della fame nel mondo: si sa che c’è ma poiché si pensano cose diverse sui mezzi per farla sparire allora non succede granché (vedi articolo a pag 12). Siccome non possiamo piangere continuamente sulle stesse tragedie, pena l’assuefazione e poi l’indifferenza, i media si adoperano per cambiare periodicamente il programma dei drammi umani da mettere sotto i riflettori. Ecco allora che uno Tsunami con migliaia di turisti occidentali coinvolti diventa un affare colossale che dura mesi: senza turisti occidentali non sarebbe stato nelle headline delle TV mondiali per più di tre giorni.
Ancora per un po’, avremo i riflettori sui migranti del mare (vedi art. pag.10), perché il Mediterraneo è vicino, perché i profughi interrogano l’Europa intera e Brussels non sa che pesci pigliare, l’Italia fa un po’ di spettacolo politico, ma alla fine si cita Gaddafi che gestiva arrivi e partenze dei potenziali migranti africani, e adesso che non c’è più è il caos totale. E voglio ricordare anche i “Perseguitati dell’ISIS” che ormai sono mediaticamente inesistenti, ma che a milioni sono ancora tutti lì nei campi profughi. Ma non fanno più notizia e quindi non se ne parla più. I meccanismi della comunicazione di massa funzionano così anche se ci sono milioni di persone attente e attive per costruire un mondo migliore e molti lottano strenuamente contro il traffico di esseri umani. 

E come sempre è una questione di pensiero. 

È appena uscito il film “Woman in gold” con Helen Mirren, magnifica interprete di una ebrea scampata all’Olocausto che lotta perché l’Austria riconosca che il famoso quadro di Klimt (titolo del film) è stato sottratto dai nazisti alla sua famiglia. Interessante nella tesi del film è la forza devastante del politically correct, cioè che un quadro del valore di centinaia di milioni possa spostare la verità dei fatti - cioè il quadro di Klimt apparteneva a una famiglia ebrea di Vienna a cui è stato confiscato dai nazisti - su un piano politico di relazioni internazionali. Solo la caparbietà di un giovane avvocato di origine ebree, nipote del compositore Schoenberg, riuscirà a rimettere la verità al suo posto. Non è solo un film, è storia, quindi a volte l’happy end c’è anche nella realtà.